venerdì 27 giugno 2014

Iside e Khonsu datori di vita. E il protetto di Eshmun

Per la sezione "rewind" riprendiamo dal blog di Gianfranco Pintore un altro post non più leggibile. Si tratta dell' ennesimo straordinario e dimenticato reperto della Sardegna. Proviene da una collezione privata ed a suo tempo fu studiato da fior di egittologi. Alcuni dei quali smentirono clamorosamente altri (e con ragione) sull' identità delle divinità rappresentate-inficiando così completamente la prima interpretazione. Cose che capitano durante gli studi, che almeno qualche anno fa ancora si facevano. Oggi invece questi reperti sono dimenticati, alcuni sono andati perfino persi (fig. 2), altri (fig. 3) si mostrano solo davanti  e non si vedono i geroglifici egizi, perfetti fino al punto di permettersi licenze "poetiche"; altri ancora vengono buttati nel calderone dei grafemi senza significato (fig. 4). 

Figura 1: scarabeo in steatite dalla collezione Biggio di Sant’ Antioco (1)

Iside e Khonsu datori di vita. E il protetto di Eshmun 

di Atropa Belladonna, 1 maggio 2012

Questo grande scarabeo (2.5 ´ 3.6 cm) (figura 1) viene ascritto al VI-IV sec. a.C. e proviene dalla collezione Biggio, dell'omonima famiglia di Sant'Antioco (1). Venne descritto nel 1983 da Pernigotti (2), che vi riconobbe  un motivo tipicamente egizio. La scritta sottostante è in caratteri fenici dell’ epoca suddetta e viene letta gr ’sˇmnbnḥmlk. Riprendendo il lavoro originale di Pernigotti, G. Pisano lo definisce un ricordo di una delle cosmogonie più importanti dell’ Egitto antico, quella dell’ ogdoade di Ermopili “costituita da quattro divinità maschili che hanno testa di rana, come le loro quattro controparti femminili hanno testa di serpente; batraci e rettili, che ricordano le acque dalle quali sono usciti, sono figure simboli di rigenerazione. […]Il reperto reca incisa sulla base una scena religiosa, inquadrata dal sole alato, il cui centro ideale è la nascita sul fiore di loto del fanciullo divino accompagnato da divinità, individuate anche da iscrizione, tra le quali la dea a testa di rana, Heqet.” (3).
  
Fatalmente come accade quasi a tutti i reperti sardi definiti unici, anche il destino di questo scarabeo si compie al solito modo e secondo la I legge di Pietro Murru, della massima mortificazione: “Gli elementi, che caratterizzano le concezioni religiose di Ermopoli, hanno perso in questo caso il loro colore originario diluiti come sono in una vasta tematica sincretistica, per cui di essi non rimane se non un’eco lontana”.

Là, sistemato.

Peccato però che l’ eco sia talmente lontana che nessuna tra le divinità incise sullo scarabeo appartenga all’ ogdoade di Ermopili, e che quella sulla sinistra non sia la dea con la testa di rana bensì quella con la testa di leone (Sekhmet o Wadjet o Hathor), e che le due divinità a lato del fiore di loto su cui nasce il sole bambino siano individuate chiaramente dalle perfette iscrizioni geroglifiche di fronte ad esse: Khonsu, datore di vita e Iside datrice di vita (4). Vediamo cosa ne dice Vermeulen nel 2010, riprendendo il sigillo da Aravind &Sass (5): “The lotus standard is flanked (on the left) and held by a falcon-headed Khonsu, in this depiction identical with Horus, wearing the double crown of Egypt. Holding the standard on the other side is Isis with a horned disk. To avoid confusion with the images of these two gods (Khonsu with Horus and Isis with Hathor), both are identified by hieroglyphic inscriptions: Khonsu di ankh and Aset di ankh(Khonsu, Isis, given life). Behind Khonsu is the goddess Sekhmet, surmounted by a solar disk and holding a papyrus scepter with her left hand.”. Secondo Vermeulen la scritta in lettere fenicie, ger Eshmun (protetto di Eshmun) figlio di imelek, è legata a doppio filo alla presenza di Khonsu: ipotizza che Eshmun sia rappresentato come Khonsu sullo scarabeo stesso, pur essendo le analogie note tra le due divinità limitate alla capacità curativa (4). L’ autore si rende comunque conto che la posizione è piuttosto debole e che il sigillo è intriso di simbologia egizia, centrata sulla nuova vita: il loto ed il sole bambino Harpakhered (Il bambino Horus, che i Greci storpieranno in Harpocrates); l’ espressione “Khonsu, Iside, datori di vita”; Khonsu stesso, “strumentale” alla creazione di ogni nuova vita; lo scettro a papiro retto da Sekhmet. L’ autore lamenta comunque, così come a suo tempo Aravind e Sass, l’ impossibilità di rintracciare l’ originale di questo scarabeo e di essersi dovuto accontentare di foto pubblicate da altri autori (4,5).

Autori che non sono stati certo pochi: questo scarabeo, un caso più unico che raro per la sua epoca, è stato studiato anche da Gubel (6), che così ci racconta: “Per ragioni sconosciute, la steatite ridiventò di moda nel periodo persiano (VI-IV sec. a.C., N.d.R.).[…]. Sebbene le iscrizioni su tali sigilli siano in genere limitate a geroglifici senza significato o cartigli di Menkheperre, l’ unica eccezione è oltremodo rimarchevole. Come sottolineato da Pernigotti, l’ iconografia di questo grande scarabeo trovato in Sardegna [..] indica una sua origine nel delta Egiziano. Il materiale, la dimensione, lo stile e la somma dei dettagli sono conformi alle norme Egizie e rendono l’ attribuzione di questo esemplare al tardo gruppo in steatite fenicio, molto improbabile” (6). 

Uno scarabeo sardo-egizio?
Il voler per forza riportare lo scarabeo di Sant’ Antioco all’ ambito fenicio-punico internazionale non solo fa sudare sette camicie ai vari studiosi che lo hanno analizzato, ma lascia poco convinti perfino loro. La datazione dell’ oggetto appare piuttosto chiara: le lettere alfabetiche risalgono a ca. il V sec. a.C. (7); il dorso dello scarabeo, con la piccola Y che separa il protorace dalle elitre indica il periodo delle dinastie XXV-XXVI (760-525), cioè il periodo immediatamente precedente a quello persiano cui è stato ascritto lo scarabeo (6). La formula “vita data ” o “datore di vita” (ger. X8+S34 = piramidina + ankh) è antichissima in Egitto e risale almeno alla XII dinastia (1991-1802 a.C.), come giustamente notò l’ egittologo Schiaparelli quando il Taramelli gli fece analizzare la disgraziata iscrizione di Assemini (Figura 2a) (8). 


Figura 2. a. Iscrizione geroglifica di Assemini: “Datore di vita, stabilità e purezza come Ra, eternamente”(8); b. Khonsu datore di vita e c. Iside datrice di vita nello scarabeo di fig. 1. (4,5).

La formulazione geroglifica nello scarabeo rivela che l' esecutore sapeva benissimo ciò che stava scrivendo (fig. 2b, 2c) (4), puntualizzando che nonostante le apparenze e la presenza di Iside, quello non è Horus, ma Khonsu che assieme a Iside dà la vita al bambino divino: una combinazione di divinità piuttosto peculiare, per quanto ne so.  Una variante della formula "datore di vita", con il geroglifico X8 (la piramidina) estremamente stilizzato, la si trova nell' altrettanto disgraziata tavoletta di Tharros con la triade tebana di Amun, Mut, Khonsu (9). Le chiamo disgraziate queste iscrizioni geroglifiche, perchè quella di Assemini è stata di recente citata "a caso", senza alcuna relazione al testo (10). La tavoletta di Tharros è invece stata semplicemente dimenticata. Vediamola in fig. 3 (9). 

Figura 3: tavoletta in steatite da Tharros con l' interpretazione data da Schiaparelli nel 1919 (9). 

La base della tavoletta, incompleta, parla della protezione dell'' occhio sacro, di Thoth e di Khonsu. La scrittura geroglifica del retro era, secondo Schiaparelli, ineccepibile e rivelava uno scriba versato in materia; tanto da potersi permettere un' anomalia grafica: due segni consonantici per scrivere WR (ger. G43+D21) anziché il segno sillabico ed ideografico G36-che era la regola in Egitto(9). Inoltre commenta che il tipo ed il carattere delle tre divinità tebane sono resi con fedeltà e sicurezza, seppure con un gusto particolare per la resa di Khonsu, es. le grandi orecchie ed i tratti del volto poco rigidi. In altre parole la tavoletta rivela famigliarità con la teologia tebana della XVIII dinastia e con la scrittura geroglifica, ma anche delle particolarità che sono possibilmente dei localismi, visto che anche questo è un pezzo unico.  Visto ciò, Von Bissing tentò di delegittimare l’iscrizione, supponendola falsa, ma fu recisamente smentito da Günther Hölbl (11). La tavoletta pervenne al Museo di Cagliari per mezzo di Efisio Pischedda, regio ispettore dei monumenti e scavi di Oristano. Non è dato sapere se sia esposta. E. Acquaro (1) la pubblicò di fronte, dalla parte dei bassorilievi, senza ulteriore commento. A. Stiglitz nel suo "dossier Shardana" (10), la ignora completamente, così come completamente ignora la crittografia amunica (12). Così di fatto questa tavoletta è caduta nell' ombra, come Gandalf durante la battaglia con il Balrog.
Possiamo continuare ad ignorarla ora? io direi proprio di no: non dopo tutto quello che si sta riscoprendo sugli scarabei (12), dopo gli articoli di Gigi Sanna sullo scarabeo di Monti Sirai dell' obelisco e sullo scarabeo di Tharros (13). Non dopo  il ritrovamento di uno scarabeo e di un amuleto di Khonsu al nuraghe Nurdole di Orani (14), che ancora una volta ci rimandano alla XVIII dinastia (Fig. 4). 
Figura 4: a sin. scarabeo di Nurdole col prenome di Amenhothep III (1391-1353 a.C.), Neb-maat-ra (14), contemporaneamente crittografia del nome divino Amun (8a).A dx. amuleto probabilmente rappresentante Khonsu. Si noti l' asimmetria degli occhi ed i segni incisi sul retro, definiti "grafemi senza significato" (14) perchè non interpretabili come geroglifici nè come segni alfabetici fenici standard(14). 

Dopo il mix sardo-egizio che sta emergendo (13) e la disinvoltura con cui veniva utilizzata in Sardegna un certo tipo di scrittura egiziana nascosta (ma non solo nascosta, come testimoniano gli esempi di questo articolo, 12), si può ancora parlare a cuor leggero  di grafemi senza significato per un amuleto come quello ritrovato in un luogo sacro come la vasca lustrale del nuraghe santuario di Nurdole (14)?

Un' ultima nota: non mi sono dimenticata delle mie "donnine" (12g), solo che il percorso per completarle è difficilissimo. Doveva, io credo, passare anche attraverso lo scarabeo di figura 1. Chi mi sta aiutando nel percorso saprà vedere la forma che disegnano le braccia di Khonsu e Iside toccando il palo col fiore di loto sulla sommità, da cui nasce il sole-bambino divino: è la forma del sistrum, il corpo stesso di Hathor ed un ulteriore simbolo di vita nuova. La divinità non identificata di fronte a Horus bambino può in questo caso semplicemente servire a completare la forma del sistrum. A Gigi Sanna non sfuggirà, sono certa, l' obliquità della composizione con cui le braccia di Khonsu e Iside formano le "corna" di Hathor.


1. Acquaro E., 1984, Arte e cultura punica in Sardegna, C. Delfino ed.
2.PERNIGOTTI S. 1983, Una rappresentazione religiosa egiziana su uno scarabeo con iscrizione fenicia: ACFP I, 2, Roma, 583-87.
3. PISANO G., 2006, L’«Egittizzante punico» a Ibiza: la rana, il serpente e il fiore di loto, in G. Pisano (ed.), Varia iconographica ab Oriente ad Occidentem, Roma, pp. 49-62.
4. Vermeulen F.N., 2010,Egyptian religious symbols in Judah and Israel from 900 B.C.E. to 587 B.C.E. : a study of seal inconography, University of South Africa, PhD thesis.
5. NahmanAvigad - Benjamin Sass (1997) Corpus of West Semitic Stamp Seals Institute of Archaeology, The Hebrew University of Jerusalem (Ing)
6. GUBEL E. 1993, The Iconography of Inscribed Phoenician Glyptic: SASS B. – UEHLINGER C.(eds.) 1993, Studies in the Iconography of Northwest Semitic Inscribed Seals. Fribourg - Göttingen, 101-29.
7. Krings V. 1995, La CivilisationPhenicienne et Punique, BRILL
8. Taramelli A., 1919, Assemini-Frammento di iscrizione egiziana rinvenuta in regione Su Pranu, in Scavi e Scoperte, pp. 160-161
9. Taramelli A., 1919, Cabras-Tavoletta votiva con bassorilievi ed iscrizione egiziana, rinvenuta nell'a rea dell' antica Tharros, in Scavi e Scoperte, pp. 135-140
10. A. Stiglitz, La Sardegna e l'Egitto: il progetto Shardana, In: L'Egitto di Champollion e Rosellini: fra Museologia, Collezionismo e Archeologia”, Atti della I Giornata di Studi Egittologici (Genova 2010), Aegyptiaca, Annali dell'Accademia Egizia - Studi e ricerche, I (2010).
11. GüntherHölbl, ÄgyptischesKulturgut im phönikischen und punischenSardinien, 2 vol. (Leiden: Brill 1986);
13. Sanna G.,  http://gianfrancopintore.blogspot.coma.Lo scarabeo di Monte Sirai. L'obelisco di AmunRa e di Yhh Nl. Faraoni santi egiziani e 'padri' santi nuragici (parte I) 23.04.2012.b. Su 'carrabusu' de Tharros. GanBa'anarfigiu de Horuspipieddunaschidudae su frore 'e su loto (parte II) 27.04.2012
14.Madau M., II complesso nuragico di Nurdòle (Orani-NU) e le relazioni con il mondo Mediterraneo nella prima età del ferro, in: Etruria e Sardegna settentrionale tra l'età del bronzo finale e l'arcaismo, Atti del XXI convegno di studi etruschi ed italici, Sassari, 13-17 ottobre 1998.