mercoledì 4 giugno 2014

Mistras di Cabras. Il magnifico pozzo (באר) sacro scritto di Yabal Yan'a Toro della Luce.

di Gigi Sanna e Stefano Sanna


Fig. 1
  Un peccato. Davvero una perdita epigrafica irreparabile. Un piccolo pozzo nuragico scritto con decine di lettere arcaiche andate perdute. Chissà! Forse ancora nell' Ottocento queste erano tutte leggibili e pertanto la scritta si poteva salvare, soprattutto se di essa fosse stato informato lo Spano, un archeologo ed un epigrafista assieme assai scrupoloso, che certamente avrebbe riportato nel suo bollettino di archeologia (anche se sicuramente non compresi), tutti i segni insistenti sulle diverse parti del monumento.
  Ma nella disgrazia un puro caso ha voluto che, di tutta la scritta, si salvasse miracolosamente almeno la parte forse più importante, come quella che offre molto leggibile il nome cui è dedicato il singolare manufatto, ovvero il 'signore toro celeste' YBL YN'A.
  Un altro nome eccellente dunque, un altro nome di 'principe' o di 'gigante' che dopo quelli recenti o recentissimi di LEPHESY di Nora (1), SIDHO di Santu Pedru Villamassargia (2), di YAZIZ figlio di ZIZI di Arbori di Milis (3), di Y'AGO di Cubas di Dualchi (4), di NORB figlio di NORBELO (5) di Ardauli, si aggiunge alla lista dei piccoli 'faraoni' sardi o piccoli 'giganti' (jogantinos) che governarono la Sardegna tra la prima metà del secondo millennio a.C. sino agli ultimi tre secoli del millennio successivo.

1. L'architettura della vera del pozzo. Stato del manufatto.

  Ma andiamo per ordine e vediamo prima di illustrare il singolare monumento recante la scritta perduta e quella salvatasi di cui sopra. Il pozzo, realizzato nella sua circonferenza con delle pietre nere basaltiche non isodome, risulta in chiara bicromia in quanto la vera, di forma quadrangolare, è interamente formata da grossi lastroni in arenaria bianca gessosa. Essa si presenta abbastanza ben conservata e tale quindi da poter essere 'letta' agevolmente in tutte le sue parti. La sua ricercata composizione e il fine di renderla 'tetragona', solidissima e molto stabile e, nel contempo, come si vedrà, carica di simbologie, è indizio di manufatto speciale e quindi di un pozzo non comune usato per attingere dell'acqua. La balaustra del pozzo risulta così insolitamente congegnata e tale per forma che riteniamo che non esista un manufatto eguale non diciamo in Sardegna ma forse in tutto il Mediterraneo (6).
  La realizzazione è stata ottenuta per mezzo di quattro grosse pietre sagomate in lastroni e lavorate con precisione tale da fornire un'opera perfetta ad incastro. Infatti nei lati con orientamento SUD -NORD sono posizionati due blocchi dentellati (v. fig. 2) paralleli sui e nei quali si incastrano (v. fig. 3), con orientamento inverso Ovest -Est altri due blocchi squadrati a T in forma chiaramente taurina.
  La figura complessiva che si ricava, simmetricamente armonica, vista dall'alto, è quella di quattro piccoli quadrati accostati al grande quadrato (v ancora fig. 2) che sovrasta con precisione la circonferenza del pozzo.
  I piccoli quadrati tendono ad indicare, tra l'altro, verosimilmente, la direzione Ovest-EST ovvero quella della nascita e del tramonto del sole.
  La parte superiore delle lastre formante il bordo superiore della vera è ancora in buona posizione orizzontale se si esclude la parte orientata a nord -ovest nella quale la rottura del lastrone dentellato ha provocato (sicuramente per il cedimento del terreno) l'abbassamento del medesimo, lo spostamento di circa 45 ° del dentello quadrato che non si trova quindi più in asse, nonché una non lieve inclinazione del lastrone a T del lato Ovest. Inoltre c'è da aggiungere che la parte del bordo orientata a Nord, era verosimilmente la più frequentata in quanto la sua superficie risulta notevolmente consumata e lievemente concava. Pertanto i segni epigrafici, come si vedrà, risultano molto più consunti e pressoché annullati sicuramente a causa dello sfregamento di oggetti usati per attingere l'acqua. Questo vorrebbe dire che in direzione Nord del pozzo, a breve distanza da esso, sussistette in periodo molto prolungato un abbeveratoio per il bestiame e una abitazione pastorale.

Fig. 2

2. Simbologia del pozzo e della vera. La criptografia e la scrittura monumentale 'con'.

  La forma sia del pozzo che degli elementi della vera, realizzata in forma quadrata, suggeriscono subito una chiara simbologia solare del manufatto. L'architetto che lo ha ideato non era solo un architetto ma era sicuramente anche uno scriba che mentre 'disegnava' il pozzo nello stesso tempo lo 'scriveva'. Secondo il principio egiziano del disegnare scrivendo e dello scrivere disegnando. Lo scriba nuragico cioè è ricorso a quella che ormai da tempo abbiamo chiamato, per caratterizzarla, 'scrittura con', cioè la scrittura che si ottiene attraverso i pittogrammi e gli ideogrammi ricavabili dal monumento o dall'oggetto disegnato e costruito.
  Innanzitutto vediamo il simbolo più vistoso che offre la vera del pozzo. Esso è dato dai quattro quadrati e dal quadrato più grande che costituisce il parapetto o la balaustra del pozzo. Si capisce subito quindi che lo scriba ha ripetuto il quadrato per cinque volte. Ora, dal momento che per convenzione (6) il 4 è sempre ideogramma di 'forza' e 5 è ideogramma per indicare la 'potenza' o il 'toro' lo scriba ha scritto, con gli ideogrammi numeri, 'forza del toro'. Ma lo scriba sa bene che il lusus va fatto possibilmente servendosi di tutti gli elementi e gli aspetti presenti nel disegno architettonico della vera e del pozzo stesso e così si serve dei due tori nascosti, formanti le lastre da incastro, per ottenere il toro 'scritto' per tre volte. Cosa questa che gli consente di servirsi per la scrittura complessiva del numero 'tre'.
  Se poi poi noi calcoliamo l'ultimo 'segno' , ovvero la circonferenza del pozzo stesso, otteniamo una simbologia in più perché in nuragico un disco, un cerchio, un anello, uno scudo, l'immagine di un insetto con forma circolare (7) ecc., servono sempre per 'scrivere' e realizzare foneticamente il pittogramma 'NL'.
  Ora proviamo, dopo l'analisi, a mettere in fila i pittogrammi monumentali e gli ideogrammi geometrico /numerici e si vedrà che lo scriba architetto ha scritto una delle espressioni formulari più comuni del nuragico ovvero quella di NL 'AK HE (Lui Toro della luce) con la voce Nul data dalla circonferenza del pozzo, 'Ak data dal toro e dato dal tre (è il pronome indicativo Lui /Lei che sostituisce spessissimo il numero tre).

Fig. 3

3. La scrittura di ispirazione 'protocananaica' del bordo della vera.

  I segni presenti nella superficie del bordo della vera erano in origine, con ogni probabilità (8), 36 ma di essi pochi (una metà circa), a distanza ormai non di secoli ma di millenni (9), con un pozzo all'aperto e quindi esposto a tutte le intemperie e all'uso continuato dell'uomo, ci sono pervenuti. La lettura risulta complessivamente disperata dal momento che, ad esempio, solo la metà dei presumibili 18 segni delle spallette riguardanti i tori, risultano in qualche modo individuabili. Il resto è ciò che rimane delle incisioni, in origine certamente profonde, talvolta anch'esse ridotte quasi a niente. Diciamo quindi che, mancando una sequenza organica di almeno tre o quattro segni, la lettura della scritta è ormai quasi del tutto persa.
Praticamente, nella perdita totale ci sono rimasti ben visibili e in sequenza foneticamente e linguisticamente leggibile i sei segni della parte Sud del parapetto del pozzo. Tuttavia un dato del tutto sicuro è che la scritta correva su tutta la superficie superiore della balaustra, compresa quella dei piccoli quadrati (cioè dei dentelli) laterali. Cosa questa che doveva contribuire a rendere il pozzo ancora più pregevole dal punto di vista estetico, sommandosi l'elegante e armonioso dato architettonico con lo sfarzo della scrittura.

  Diamo qui, seguita da una tabella di trascrizione, i valori fonetici dei segni individuabili, procedendo in senso antiorario per gli otto settori scrittori :

Superficie del bordo della spalletta a SUD della vera: YBLYN'A (v. fig. 4, sin: foto e trascr.)
Primo quadrato in direzione EST: N(?)L (v. fig. 4, dx: foto e trascr.)
Superficie del bordo della spalletta a EST della vera: H Y (?) X X X X X ' (?) L (?) (v. fig. 5, sin: foto e trascr.)
Secondo quadrato in direzione NORD: H (?) ' (?) Z (v. fig.5, dx.: foto e trascr.)
Superficie del bordo della spalletta a NORD della vera: Š H Y (?) X X X (v. fig 6, sin.: foto e trascr.)
Terzo quadrato in direzione EST: Y(?) (v. fig. 6, dx: foto e trascr.)
Superficie del bordo della spalletta a OVEST: Š ' X Y(?) H Y (?) N (?) H (v. fig. 7, sin.: foto e trascr.)
Quarto quadrato in direzione SUD: Š (v. fig. 7, dx: foto e trascr.)




Dalla tabella si possono ricavare i seguenti dati epigrafici e paleografici:
- che i segni appartengono tutti all'ormai noto repertorio dell'alfabeto consonantico semitico nuragico (10)
- che alcuni segni sono schematici ed altri pittografici.
- che alcuni segni sono omofoni ma non omografi (yod, lamed (?), hē, 'ayin)
- che è presente la legatura
- che i segni sono distribuiti talvolta senza simmetria e in modo irregolare nello spazio
- che alcuni segni sono arcaici ed altri recenti (scrittura in mix)

  La fig. 8 ci permette quindi di immaginare, sia pur con il riporto di un limitato e discontinuo numero di segni, come doveva presentarsi in origine, visto dall'alto, il monumento agli occhi di chi attingeva l'acqua dal pozzo o per uso personale o per abbeverare il bestiame.


fig. 8

4. Il nome di Yabal come quello del Yabal biblico discendente di Caino. I pozzi dei Patriarchi
nella Bibbia. Il 'secondo' nome Yan'a.

  La 'prima' sequenza (prima nella nostra lettura ma forse anche in origine) offrirebbe quindi Yabal, un nome biblico come quello che compare in Gen. 4, 20 dove c'è scritto che 'Ada partorì Yabal che fu il padre di quelli che abitano sotto le tende'. Un nome antico e illustre quindi in quanto citato tra i discendenti di Caino discendente da Adamo. Il dato risulta tanto più sorprendente circa l'onomastica sarda arcaica in quanto nei documenti nuragici si trova, con ogni probabilità, citato non solo un altro nome biblico come Yubal (11) ma anche e più volte (12) il nome di Gayny.
  E' lecito quindi ritenere che il bellissimo e prestigiosissimo pozzo, data la leggiadria e la ricchezza della scrittura epigrafica nonché la raffinata scrittura 'con' che si sono potute vedere, appartenesse ad un uomo di grandissima nobiltà, per altro definito potenza divina e celeste (Lui forza del toro della luce). Yabal potrebbe essere quindi il nome del principe proprietario del pozzo a poca distanza dalla laguna salata di Mistras del Sinis di Cabras; evidentemente fonte di acqua dolce (13) dove si dissetavano gli uomini e si abbeveravano gli animali. Pozzo in qualche modo 'sacro', esclusivo, in quanto di sola proprietà del nobilissimo principe divino che nei pressi aveva la propria residenza (o una delle residenze) agricolo -pastorale.
  Ora, tutti sanno che nella Bibbia i pozzi erano chiamati o dal nome del proprietario o da particolari eventi che ne suggerirono il nome. Alcuni di essi erano molto noti per essere stati pozzi di personaggi antichissimi ed eccellenti come ad es. quello Giacobbe (14) e quello di Isacco (15).
  L'associazione del pozzo solare taurino (non si dimentichi che per molti popoli antichi l'acqua era accomunata alla potenza dell'astro celeste) al nobile nome di Yabal risulta quindi del tutto coerente e organica, soprattutto perché la documentazione scritta nuragica sta facendo comprendere, ormai da un po' di tempo, che la Sardegna dell'età del bronzo medio, recente e dell'età del ferro fu governata, senza soluzione di continuità, da sovrani ricchissimi e potentissimi figli della divinità taurina soli-lunare yh. Yabal, come si è detto in apertura di saggio, con ogni probabilità non sarebbe altro che uno dei principi 'giganti' o 'abay' che man mano si vanno scoprendo con il loro nome e il patronimico (16).
  Ma il nome del principe Yabal non è da solo. In quel settore scrittorio, da considerarsi come una probabile unica sequenza organica, è' accompagnato da un secondo nome di lettura molto chiara: quello di Yan'a.
  Questo, secondo il nostro parere, non essendo semitico può essere considerato tranquillamente il nomen che segue al praenomen. Il praenomen sarebbe semitico mentre il nomen denuncerebbe il casato di uno non appartenente all'etnia specificamente semitica ma a quella della maggioranza della popolazione sarda di allora, di origine indoeuropea (17). Se così è, come sembra che sia, la cosa non ci sorprende affatto perché la documentazione in nostro possesso, attraverso il noto sigillo cerimoniale di Tzricotu A3 di Cabras, ci offre (v. fig. 9 e trascr.) il praenomen y-ago (18) seguito (in chiari caratteri, tutti di tipologia ugaritica) da un dh(e) seguito a sua volta da HThS (hathos > hathor> hathory> de hathory> de thori > dettori) nome ugualmente non semitico.
  Ora ci sembra di capire da questo splendido documento lapideo (dove tra l'altro compare per la prima volta nella storia della lingua sarda scritta la parola yan'a) che i cognomi sardi antichi e recenti DIANA e DEIANA (19) altro non siano che nomi derivati dal 'pater familias' con antico nomen Yana; cioè nomi che attestavano o la diretta discendenza nobiliare oppure nomi servili che, in quanto tali, anteponevano il doveroso dhe di appartenenza al casato del detentore del fondo agricolo e del bestiame. Estintosi poi il casato ed estintosi quindi il nomen originario yana tutti diventarono de yana. Come del resto deve essere avvenuto per tanti nomi sardi derivati da 'nomina' nobili o nobilissimi originari come Luna (de Luna), Sii (de Sii, dessì), Cherchi (de Cherchi), ecc.
  Quindi il nomen Yan'a sembra registrare una forte testimonianza, una in più (20), per capire che nella Sardegna nuragica le fondamentali popolazioni coesistenti erano due: una antichissima (forse con partenza dal periodo neolitico: 3500 -3000 a.C.) maggioritaria di lingua indoeuropea, l'altra arrivata più di recente (XVI -XV secolo a.C.) ma che col tempo, sebbene minoritaria, riuscì ad imporre la cultura, i costumi, la religione dei 'nefilim', cioè la religione dei 'giganti' cananei e quella del loro padre yh o yhh, yhw, yhwh che dir si voglia (21).

fig. 9

Note e riferimenti bibliografici

1. Sanna G., 2009, La stele di Nora. Il dio, il dono, il santo. The Nora Stele. The God the Gift the Saint (trad. in inglese di Aba Losi), PTM
Mogoro, pp. 90 - 91.
giugno).
monteprama blog (17 dicembre)
si vendica degli irriverenti a caccia di ...'farfalle'. (II), in monteprama blog (2 aprile)
6. Non sappiamo se in Sardegna o in terra di Canaan ci siano altri pozzi congegnati in questa maniera, così da rendere un parapetto di forma quadrata talmente solido. Stando alle nostre conoscenze ci sembra di poter dire di no. Comunque, la tecnica dell'incastro a dentelli, tipicamente nuragica, è molto nota, particolarmente per quanto riguarda singole e molto particolari parti strutturali delle tombe di giganti. Si veda, tra gli altri, Bittichesu C., 1998, Monumenti funerari megalitici del territorio di Sedilo; in Antichità sarde, vol. 3.3 , pp. 117 -157.
7. E' il caso della coccinella scritta di Gadoni. Il documento è stato mostrato in fotografia e si trova ancora nella mostra permanente della scrittura nuragica inaugurata il 15 ottobre 2011 in Macomer dall'Associazione Culturale Solene nei locali della casa del poeta Melchiorre Murenu. Si avverte però che la didascalia reca l'informazione (erronea) di 'coccinella di Lunamatrona'.
8. Si ricordi che nella scrittura la simbologia nuragica (stando almeno ai documenti sinora ritrovati) si avvale di numeri 'sacri' e quindi non è mai casuale. Nel caso in cui il numero delle lettere superi quello del 12 queste devono essere il multiplo di esso e cioè 24, 36, 48, 60 ecc. E' questa scoperta che ha consentito di aggiungere, con sicurezza, le quattro lettere mancanti della prima linea della stele di Nora simmetrica all'ultima. V. Sanna G., 2009, La stele di Nora. Il dio, il dono, il santo, ecc. cit. cap. 3.3, pp. 94 -98.
9. Stando alla tipologia di alcune lettere (yod, beth, zayin, shin) ancora una volta in mix, il pozzo si può far risalire al VIII -VII secolo a.C. La quarta lettera della sequenza YBLYN'A, ovvero la seconda yod, induce a ritenere che, essendo questa molto simile a quella dell'anello di Pallosu di San Vero Milis (v. Sanna G., 2004, Sardōa grammata. 'ak 'ab sa'an yhwh. Il dio unico del popolo nuragico, S'Alvure ed. cap. 6, p. 298), anch'essa possa essere ricondotta all'età dell' anello sigillo. Bisogna però stare attenti e avvertire che la presenza della scrittura in mix fa sì che si debba datare l'oggetto prendendo ovviamente in considerazione le lettere più recenti (o meglio, quelle che si possono in qualche modo 'ritenere' più recenti) e non quelle più antiche. Nello stesso anello di Pallosu non sono i serpentelli 'protosinaitici' che ci danno la data dell'oggetto ma le più recenti lettere di tipologia 'fenicia'. Del resto la scoperta di documenti recenti come quelli del Sinis di San Giovanni (v. Sanna G., 2014, Il nome di Tharros (THARRUSH) in un' iscrizione nuragica, etrusca e latina del III - II secolo a.C. Un Lars di nobile origine etrusca 'curulis' di Roma in Sardegna; in monteprama blog (27 aprile); idem, 2014, Ardauli conserva e salva Norbello. Tre codici alfabetici e un Norb principe sardo a 'farfallino'! E la storia si vendica degli irriverenti a caccia di ...'farfalle'. (II), in monteprama blog ( 6 maggio)), con quasi incredibili lettere etrusche e romane invitano oggi maggiormente alla prudenza circa la datazione della scrittura nuragica. L'arco di tempo durante il quale i nuragici adoperarono il mix fu notevolissimo (praticamente per quasi 1500 anni!) e solo l'individuazione precisa dei segni alfabetici più recenti può consentire una datazione più sicura e più vicina al vero.
10. Sanna G., 2012, L'alfabeto nuragico. Aggiornamento (al 2011): poche le sorprese; in gianfrancopintore blogspot. Com (12 febbraio).
11. Sanna G., 2011, Yhwh e la scrittura nuragica: un successore di Aaronne con il 'diadema della Santità' nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari; in gianfrancopintore blogspot. com (18 dicembre).
12. Sanna G., 2004, Sardōa grammata, ecc. cit. cap. 4.9. pp. 121 - 126; cap.12,p. 512; idem, ibid., cap. .10, pp. 293 - 298; idem, 2013, Un santo nuragico e uno spillo sardo-egizio per l'eternità; in monte prama blog (28 aprile)
13. Il pozzo si trova ad un centinaio di metri dalla laguna con acqua salmastra chiamata Mistras. Bisogna però pensare che tremila anni fa il livello del mare era notevolmente più basso di quello attuale. Ragion per cui la distanza del pozzo dalla laguna doveva essere ben maggiore e soprattutto maggiore doveva essere l'altezza del pozzo (oggi già in un tratto leggermente in rilievo del terreno) rispetto all'acqua marina dell'attuale cosiddetto 'mar morto'. Bisogna tener presente inoltre che numerosi sono i pozzi che si trovano ancora oggi nel Sinis e nella stessa marina di Torregrande. Tra questi è doveroso ricordare per alcune concordanze strutturali il pozzo de Is arracus. Di esso ha parlato da poco, in un articolo apposito, la scrittrice e studiosa Graziella Pinna Arconte: Il pozzo de Is arracus o de Giapaustinu; in monteprama blog (16 gennaio 2014). Tra l'altro, l'autrice sdegnata ci riferisce che al di sotto di un vero e proprio enorme immondezzaio 'era sepolto un pozzo palesemente antichissimo, i cui betili a doppia ghiera (bassi, d’arenaria e tronco-conico-trapezoidali davanti e alti, di basalto a forma di mezza T dietro, inscritti in una sorta di muretto a secco, erano rimasti ancora, miracolosamente in piedi, nonostante le ingiurie dei barbari e di una ruspa adoperata nelle operazioni di rimozione dei grandi detriti. Perfino gli operai cercarono di non infierire oltre e, anzi, ripulirono con molta cura il sito che, benché chiaramente deturpato, ridondava dell’antico splendore e al solo vederlo incuteva un senso di inaudita armonia. Sapemmo dagli anziani che trattavasi del Pozzo di “Is Arracus” (nella parlata “Serracus” o “Sarracus”) o di “Giapaustinu”.
Sapemmo che Is Arracus, dove ancora, peraltro, sgorgava l’acqua sorgiva, era stato uno dei pozzi più generosi della zona; da esso, generazioni di acquaioli avevano portato la fresca acqua nelle brocche, coi loro carri, nei paesi della provincia; ch’era stato sede di culto e processioni e che era stato in funzione fino agli anni sessanta, essendo stato edificato su una mizza – sorgente d’acqua dolcissima secoli e secoli addietro, quando l’acqua era sacra per tutti, qui in Sardegna”.
Crediamo che sia inutile dire che queste poche ma pregevolissime indicazioni architettoniche consentono di affermare che i pozzi 'monumento' in prossimità del mare forse non solo erano molto funzionali ma denotavano anche il prestigio di coloro che anticamente ne erano i proprietari. Sicuramente il pozzo di Yabal, in periodo nuragico, non era il solo ad essere noto per la sua bellezza ed eleganza. Ce ne erano altri di 'inaudita armonia'.
14. Giov., 4, 1 -6: 'Quando il Signore venne a sapere che i farisei avevano sentito dire: Gesù fa più discepoli e battezza più di Giovanni sebbene non fosse Gesù in persona che battezzava, ma i suoi discepoli -, lasciò la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea. Doveva perciò attraversare la Samarìa. Giunse pertanto ad una città della Samarìa chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era il pozzo di Giacobbe'
15. Isacco, grande proprieario di terreni, di mandrie, di greggi e di servi è noto nella Bibbia per i numerosi pozzi che costruì: quello di Gerar, di Esek e di Sitna (i pozzi della discordia dei pastori per abbeverare il bestiame), di Recobot (pozzo della concordia), di Siba (Gen. 26, 15 - 33).
16. Sanna G., 2014, Un Gigante nuragico כד (brocca) di Il Yhwh in quel di Cubas di Dualchi. Parola di documento in sardo
'protocananaico'; in monteprama blog (2 aprile)
17. Sanna G.,2004, Sardōa grammata, ecc. cit. cap. 11, pp. 448 - 450.
18. Sanna G., 2004, Lettura della tavoletta A3. I 'tria nomina' del Figlio del Dio e del padre (terreno) di questi; in Sardōa grammata ecc. cit. cap. 4, pp. 117 -120; cap. 12, pp. 497 – 498.
19. Manconi L., 1987, Dizionario dei cognomi sardi, Della Torre, Cagliari, p. 54.
20. Le testimonianze sulla presenza delle voci indoeuropee si trovano nei sigilli cerimoniali di Tzricotu di Cabras (y'ago, gghnloy, gwhulo, hgyhno, srwhg, byqo), nel cosiddetto 'brassard' di Is locci santus di San Giovanni Suergiu (bdnt), nella stele di Nora (ngr, lphsy, nny), nella pietra di Perdu Pes di Paulilatino (kr'ash), nella pietruzza del Nuraghe Cubas di Dualchi (y'ago), nella pietra del Nuraghe Santu Perdu di Villamassargia (sdho). Anche y-ana sembra essere voce del sostrato indoeuropeo, usata certamente dalle popolazioni neolitiche sarde della cultura cosiddetta 'Ozieri' e forse anche successivamente in periodo prenuragico e nuragico. Essa, con ogni probabilità, indicava la 'luna' ed era la divinità 'madre' che, in ragione di ciò era venerata come divinità che presiedeva ai culti che riguardavano la vita ma anche la morte (per la rinascita dei defunti). Tutti sanno che la denominazione delle tombe neolitiche sarde con ingresso a 'vulva' e quindi con simbologia di grembo materno è quella di 'domus de yana', ovvero di 'abitazione della dea yana'. Con il passare del tempo, persosi completamente la memoria storica della 'religio' della dea, la voce (complice anche la sovrapposizione della cultura religiosa cristiana) divenne oggetto della favolistica sarda (v. Wagner M.L, DES, a cura di G. Paulis, ed. Ilisso, Nuoro, 2008, pp. 458 - 459). A nostro parere la voce è imparentata con il greco σελήνη e con il lesbico 'Anna' di Saffo che riporta, con geminazione della nasale, la voce 'σελάννα '(selas + ana/anna: bagliore di Anna) per indicare la luna'. Il Wagner, sulla scorta del Meyer Lübke (REW 2624) propende per una derivazione da Diana. Ma sembrerebbe essere vero tutto il contrario: è Diana che deriva da Yana.
21. Sanna G., 2004, Sardōa grammata ecc., cit. passim; in part. cap. 8, pp. 347 -364; cap. 10, pp. 397 - 411.