lunedì 30 giugno 2014

Visione e narrazione: una mozione d’ordine

di Francesco Masia

Gigi il 27 Giugno, nel commento delle 22,10 al post “Pillole alfabetiche: 'aleph”, scrive: “Ma perché nessuno si è espresso sull'ennesima attestazione della voce NR? E sulla presenza del toro e del serpente?”.
Pensavo di non avere alcuna risposta a questa domanda, poi mi si è chiarita una visione e, via via, si è fatta largo l’idea che trascuriamo la giusta narrazione.
La visione è che, alla maggior parte dei pure interessati alle ricerche di Gigi e Atropa, spingersi sull’ennesima attestazione della voce NR e sulla presenza nella Sala da Ballo del toro e del serpente può apparire, un po’ (si cerchi di cogliere il senso complessivo prima di pensare che tiri calci), come il discettare, tra i soci che progettino di acquistare il loro primo maiale, su come investire i proventi della vendita dei salumi del loro futuro allevamento di suini (da cui il modo di dire, quando si litiga per qualcosa che al momento è incerto, “biliacca sa sue”; e se sbaglio, come disse il papa polacco, mi corriggerete). La maggior parte dei pure interessati, cioè, ha sì interesse alle interpretazioni dei documenti e a quanto esse possano portare sul piano della comprensione della civiltà nuragica, ma ha anche ben presente che, a partire dal giudizio di affidabilità dei reperti su cui queste ricerche fondano, il gruppo di Gigi, Atropa e Monte Prama procede da solo, non avallato ancora da nessuno, per i 10 o 1.000 motivi che regolarmente (fino a stancarci e stancare) vengono lamentati. Per cui, appunto, forse la maggior parte dei pure interessati cambierebbe, se fosse possibile, tutte le convinzioni di Gigi su interpretazioni e tesi con il semplice riconoscimento, almeno per cominciare, che i Nuragici una scrittura l’avevano, anche a considerarla ancora molto discussa, appunto, nella sua interpretazione, né più né meno come per il Proto-Cananaico d’Oriente. 
E per questo riconoscimento di una scrittura nuragica occorre, azzarderei, una diversa narrazione (narrazione: quella cosa cui molti guardano con antipatia o diffidenza, ma senza la quale Obama non sarebbe Obama, e così Vendola, e così Renzi … “meglio non ci fosse, Renzi”, qualcuno ribatterebbe, se non che per scalzarlo bisognerà lo stesso trovare una migliore narrazione). Penso che una comunicazione che punti alla magnificenza delle interpretazioni (JHWH, i vari faraoni sardi, il toro, il serpente, la luce … ), che direi è quella su cui prevalentemente si è insistito (nell’atto spontaneo e generoso di trasmettere quello che si va capendo, quello che si mette e sta in piedi), non buca, non convince solidamente, non acchiappa la logica, anzi può indurre al riflesso della diffidenza (soprattutto quando le istituzioni squalificano alla base la consistenza dei reperti).
Ritengo perciò che, al contrario, le magnificenze debbano essere poste (aggiungerei pure: assolutamente) in secondo piano, solo per quelli che volessero proprio sapere già di più, presentate cautamente come le tesi al confronto con le quali sono attesi necessariamente altri studiosi, a confutarle o confermarle.  Mentre, in primo piano, la comunicazione da trasmettere a tutti dovrebbe essere quella sulla documentazione sempre più assurdamente non riconosciuta dall’accademia, quando invece ha caratteristiche in tutto simili a quelle presentate da altre scritture antiche e pacificamente accettate.
Atropa, emblematicamente, dice a Gigi “considera che tra proto-sinaitici e proto-cananaici non si arriva a 80 documenti e di molti non si conosce la provenienza: il che in Sardegna farebbe catalogare tutti i documenti come spazzatura, ma lasciamo perdere”. E no, che non è il caso di lasciar perdere (nemmeno per scherzo). È proprio a battere su questo che si acchiapperebbe la logica. Atropa dirà che queste cose si sanno, ma a saperle saranno (preciserei) solo gli studiosi (anche abbastanza specializzati); e quello che li può lasciare tranquilli nel loro non smuoversi è proprio il fatto che gli altri, tutti gli altri, non sanno (nemmeno tutti noi interessati sappiamo bene). 
Se è vero che i documenti attribuibili al nuragico, documentabili in rete da Monte Prama (blog), sono già ben più numerosi di quelli in proto-sinaitico e proto-cananaico trovati fuori dalla Sardegna; se è vero che di molti (o addirittura della maggior parte?) di quelli trovati fuori dalla Sardegna non si conosce esattamente la provenienza (ritrovamenti casuali fuori da campagne di scavo e quindi superficiali, non da stratigrafie); e se addirittura fosse vero che, per quanto si tratti in genere di reperti con pochissimi segni, la loro lunghezza media (il numero di grafemi per ogni reperto) e il numero totale di grafemi documentabili in Sardegna (tra tutti i reperti documentabili) sono superiori alla lunghezza media e al numero totale di grafemi in Proto-Sinaitico e in Proto-Cananaico trovati fuori dalla Sardegna; se anche la metà di questo fosse vero, allora non resterebbe che documentarlo ordinatamente e iniziare a batterci sopra, lasciando per il momento da parte tutto il tema delle interpretazioni di questo codice (le espressioni formulari religiose). Perché a quel punto capire che si stanno negando alla Storia della Sardegna la considerazione e il rispetto riconosciuti invece di default dal mondo scientifico (universalmente, secondo i semplici principi della logica) a qualsiasi altra civiltà, sarebbe finalmente e facilmente alla portata di tutti, a cominciare dai Sardi, che più degli altri naturalmente giungerebbero (come da tempo si vorrebbe) a indignarsi e a far sentire la loro pressione sugli accademici sordi, prudenti, neghittosi (che almeno abbiano la bontà e la decenza di spiegare i due pesi e le due misure). E questa presa di coscienza collettiva non sarebbe allora facilmente tacciabile di mitopoiesi o revanscismo nazionalistico degli eterni sconfitti, perché non si starebbe più balzando avanti a sostenere che JHWH ce l’avevamo prima noi, che abbiamo insegnato agli Etruschi (e regnato sugli Etruschi) prima che questi insegnassero ai Romani (e regnassero sui Romani), e che forse, addirittura, abbiamo avuto una dinastia di Faraoni proprio in Egitto, né (ancora) che i Fenici eravamo noi: per tutto questo ci sarebbe comunque tempo, chi ha filo tesserà, e chi ha già tessuto ne avrà già di bello pronto appena sarà il tempo di confrontarsi. Ma finché questo tempo non sarà maturo, battere sempre e anzitutto sulle interpretazioni che si costruiscono in questa desolante o beata solitudine sarà (chiedo licenza) come spingere e tirare per far passare intero il cammello per la cruna dell’ago (e per chi sapesse che il cammello, nella parabola originale, era una grossa fune di imbarcazione, vale lo stesso), quando invece è sufficiente (e meglio) far passare pochi peli del cammello per dimostrare che dall’altra parte il cammello c’è davvero (e siccome ovunque si conclude che se passano peli di cammello ci deve essere un cammello intero dall’altra parte, altrettanto dovranno piegarsi ad ammettere per primi, se proprio non vorranno arrivarci per ultimi, i nostri accademici).
Per riprendere il tema del nostro pozzo di Mistras: continuare a combattere per il riconoscimento della “scrittura con”, della griglia di Sassari, del mix e degli agglutinamenti, dei culti ecc., ci fa come rimanere (con sconfinata passione) dentro il pozzo della discordia, e permette a chi fa orecchie da mercante (a quanti criticano, e squalificano, e vanno sopra le righe, alzando polveroni utili a confondere tutto, per cui qualcuno potrebbe anche abboccare alla baggianata del movimento di adepti di un culto neopagano … ) di spiegare, con perfetto e affidabile aplomb, che qualcuno strepita semplicemente dal fondo di un fosso; il primo e fondamentale passo per portare tutti a confrontarsi con il merito del pozzo sarebbe, invece e necessariamente, puntare in assoluto sull’attestazione della mera esistenza di quel pozzo.
Se, per esempio, nel prezioso spazio “conquistato” su Videolina il 21 Giugno la narrazione fosse andata in questa direzione, vorrei chiedere anzitutto a Iano (che di comunicazione ne sa più di me e non sarà sospettabile di tirar calci), non avremmo già compiuto un passo significativo?

Caro Francesco
poichè non so se avrò occasione di commentare nei prossimi giorni, ti rispondo ora: secondo me no. Perchè come si è capito molto bene, quella sul pozzo di Mistras (come su tutti gli altri documenti) non è stata una battaglia iniziata per capire i fatti, ma per screditare chi parla di scrittura nuragica. Così come le "sentenze" sulla rotella del Palmavera e su altri documenti-inclusa la barchetta di Teti (con una sola, ma importante eccezione), lo spillone di Antas, l'anfora di S'Arcu e is Forros; e non voglio neppure parlare degli scarabei.  Su quelli potrebbe venire ad intervistarmi anche Radio Epigrafia International: rimarrebbero paccottiglia importata dai "fenici", qualunque cosa io dicessi- e sottolineo qualunque. Anche nei casi in cui è straevidente che non è così. 
Inserisco una figura, qua sotto-approfittando del fatto che tu non hai messo figure: ci sono diversi esempi  in cui sarebbe facilissimo parlare di disegni simbolici per il proto-sinaitico (te ne porto solo uno). Però ti posso assicurare che per quanto strano e indecifrato, Sinai 371 è nel corpus epigrafico (Sass, B. 1988. The Genesis of the Alphabet and Its Development in the Second Millennium B.C., Ägypten und Altes Testament 13. Wiesbaden:Harrasowitz); il masso del nuraghe Pitzinnu al massimo rimarrà nel corpus delle curiosità. AB