lunedì 28 luglio 2014

Bardane nuragiche: happy end con le seadas puniche e l'apericena

di Stella del Mattino e della Sera

V secolo a.C., da qualche parte a Alicarnasso. Il giovane Erodoto ha l'hobby di bazzicare nei porti e nei lupanari e di raccogliere le storie dei viaggiatori ivi convenuti. 
Ciò che la dice lunga sulla sua dura lotta per l'esistenza.

Niente: un bel giorno un caposcarico di ritorno da Cartagine gli presenta questo bel quadretto idilliaco, che lui riporta fedelmente nel suo diario personale al libro IV-comma 196: "I Cartaginesi affermano l’esistenza di un territorio libico, con relative popolazioni, anche al di là delle Colonne d’Eracle; quando si recano presso queste popolazioni con le loro mercanzie le scaricano sulla spiaggia in  bell’ordine, risalgono sulle navi e mandano un segnale di fumo; gli indigeni  vedono il fumo e accorrono verso il mare, depositano dell’oro in cambio delle merci e quindi si allontanano dalle merci stesse. I Cartaginesi sbarcano, esaminano l’oro e, se gli sembra adeguato al valore delle merci,  lo prendono e se ne vanno; se invece gli sembra poco, risalgono sulle navi e  aspettano: i locali tornano e aggiungono altro oro fino a soddisfarli. Nessuno dei due cerca di raggirare l’altro: i Cartaginesi non toccano l’oro finché non gli sembra adeguato al valore delle merci, e gli indigeni non toccano le  merci prima che gli altri abbiano ritirato l’oro." 
Che poi non si capisce chi avesse la rogna tra i Cartaginesi e gli Indigeni se andavano tanto d'accordo ma non volevano toccarsi! 

Erodoto non era scemo e scriveva sempre  a lato "così almeno mi dicono": non è che ci teneva a vedersi sbeffeggiato per l'eternità dei posteri e fare brutte figure per l'eternità.

Au contraire! I diari di Erodoto di Alicarnasso andarono a ruba tra i popoli futuri per millenni sotto il titolo di "Storie": un successo, un must!
Il comma 196  fa andare ancora oggi in sollucchero: da un ristretto territorio della Libia la catena infernale mercanzia-fumo-ispezione mercanzia-oro-ispezione oro-soddisfazione di entrambi si è estesa e tocca ormai tutti i territori che ebbero l'immensa benedizione della colonizzazione punica.

Caposquadra la Sardegna.
Scopriamo insieme come si svolsero questi antichi fatti nell'area di Sulcis assieme ad un noto studioso di quelle antiche e gloriose epopee:
"Le navi fenicie erano grandi, lunghe fino a 40 metri, e caricavano 10.000 anfore. I viaggi erano difficili e molto lunghi e si prevedeva quasi sempre una permanenza di oltre un anno lontano dal luogo di origine. Come tutti i marinai sanno, la terra è nemica, e la navigazione a vela sotto costa non era l’ideale per quelle grandi barche. Cercavano di navigare lontani dalle coste, così da avere più possibilità di manovra. La costa sottovento era morte sicura, infatti la maggior parte dei relitti si trovano proprio con la costa sottovento. Per quanto riguarda i rapporti commerciali, c’è un bel racconto di Erodoto che dice come i fenici si procuravano l’oro dalle popolazioni che non conoscevano. Arrivavano in spiaggia, scaricavano le mercanzie, accendevano un fuoco e risalivano sulle barche allontanandosi qualche miglio dalla costa. Gli indigeni vedevano il fumo, scendevano in spiaggia, controllavano le mercanzia, mettevano un corrispettivo in oro e rientravano verso l’interno del villaggio. I fenici rientravano, controllavano se la quantità di oro era sufficiente per le merci e concludevano l’affare. Se l’oro non era sufficiente, si allontanavano senza prenderlo, così che gli indigeni potessero aumentare l’offerta. La trattazione generalmente si concludeva bene perché se uno scambio non funzionava i fenici non sarebbero più ritornati in quel luogo, e il mercato finiva."

Ahimè, quante volte gli indigeni sardi vennero a riva sperando che al fumo corrispondesse un bell'arrosto! hai voglia avere tutto quell'oro e oro e oro nuragico se non c'era un ristorante in tutto il circondario: era come avere la benzina senza auto o i buoi senza trattore. Trattorie neppure l'ombra. Lungo tutta la costa e anche nell'entroterra non si vedevano che nuraghi a perdita d'occhio. Se ti addentravi un pò sulle colline...nuraghi, sui monti..nuraghi.

Solo occasionalmente-nelle calde domeniche estive e alla vigilia delle sagre-la monotonia quotidiana si rompeva, come ci racconta il noto studioso. Infatti:"[..]. I nuraghe sulla costa non erano contro i fenici, ma contro le bardane di saccheggio avviate dagli altri cantoni nuragici. La Sardegna non ha mai conosciuto una “unità nazionale”, così come nessuno nel mondo antico." 

E giù botte e sassate! che dico? macignate! 

I Cartaginesi ci rimanevano male assai di fronte a queste chiassose manifestazioni di folklore locale: credevano che gli indigeni facessero sul serio.
Anche cominciava a scocciarli questo fatto che gli indigeni non volevano avvicinarsi-avendo tra l'altro adocchiato un paio di femmine appetitose (insomma, dopo tutti quei mesi in mare  e avendo avuto solo qualche fugace rapporto con le più prosperose tra le 10000 anfore...si potevano capire). In fin dei conti il bagno a Natale lo avevano fatto!

Pensa che ti pensa gli venne l'idea: l' archeogastronomia. Ecco come l' arcinoto studioso ha sapientemente ricostruito il remoto evento in poche ispirate righe: "I cartaginesi erano produttori di cibi in conserva, soprattutto prodotti derivanti dal pescato. Il garum, ad esempio, era un condimento fatto con le interiora di sgombro. Anticamente andava di moda il contrasto fra agro e dolce, e la ricetta principale per quanto riguarda il cibo di Cartagine era la minestra. I romani, consumatori della proteina nobile della carne, indicavano con ironia i cartaginesi come mangiatori di minestre. Una delle ricette più prelibate si è conservata fino ai nostri giorni: in una pentola si aggiungevano 5 parti di semola, 1 di formaggio fresco e all’interno il miele. Il tutto veniva mescolato per ottenere la seadas, un cibo agrodolce che rispecchia i gusti di quei tempi." 

Lo studioso si ferma qui. E i dettagli? niente: pare che la prima seada fosse effettivamente con il miele dentro e non fuori, però era buona lo stesso. I nuragici degli altri  cantoni venuti per la solita bardana di saccheggio si lasciarono sedurre dal profumo (del resto fritta è buona anche una ciabatta): era verso sera e dalle polverose selle degli stanchi cavalli estrassero una bottiglia di quello buono, misero su un bancone di basalto megalitico in due e due quattro e assieme ai loro amici cartaginesi fecero il primo Apericena della Sardegna.
Un successo, un must!

I fenicotteri volavano sulla baia annunciando il crepuscolo.


Si fa presente che nell'articolo di Piero Bartoloni su Tharros Felix 3 del 2009, dal titolo "Porti e approdi dell'antica Sulcis" (In: Mastino, Attilio; Spanu, Pier Giorgio; Zucca, Raimondo (a cura di). Naves plenis velis euntes. Roma, Carocci editore. p. 178-192), non si parla di seadas nè di bardane nuragiche fra i cantoni. Neppure di minestra. Il cambiamento subito nel modo di scrivere del professore nell'ultimo articolo, di solito molto elegante, non riusciamo davvero a spiegarcelo: sarà mica una firma falsa? MP.