martedì 1 luglio 2014

L’epigrafe del castello di Laconi

di Matteo Corrias 
 Si hi tacuerint, lapides clamabunt! (Luca 19, 40)

Sull’origine e la reale natura del cosiddetto “castello” di Laconi esiste ormai una cospicua bibliografia[1]. Pur nella sostanziale assenza di fonti documentarie, non pare tuttavia improbabile l’ipotesi per cui l’erezione – come sostengono Giuseppe Spiga e, sulla sua scia, Murru e Zucca – debba farsi risalire «al momento in cui, subito dopo il Mille, l’infiltrazione sempre più profonda e massiccia dei continentali in Sardegna, sia laici sia religiosi, determinò, ben presto, una situazione di pericolosa competitività fra i quattro stati sovrani in cui l’isola è divisa nel Medioevo»[2]. Si tratterebbe insomma, almeno in origine, di una fortificazione militare, costruita, quasi certamente a partire da un precedente insediamento fortificato databile al X secolo[3], a seguito del verificarsi di una situazione potenzialmente pericolosa, che rese necessario, all’inizio dell’XI secolo, il rafforzamento delle strutture difensive ai confini del giudicato di Arborea. Una decisiva conferma di quest’ipotesi di datazione ci è fornita dalla data che si legge nell’ultima riga dell’epigrafe murata sul lato destro della monumentale porta d’ingresso, correttamente interpretata già dal La Marmora:

anno mliii indictione septima xiiii kalendas iulii

Ossia: «nell’anno 1053, nella settima indizione[4], il 18 giugno». Il complesso monumentale come lo si vede oggi è tuttavia frutto di numerosi e talvolta radicali rifacimenti, che è stato possibile collocare con certezza nel XIV, nel XV e persino (ma solo relativamente al corpo sopraelevato) tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo[5].

Se tutto ciò – come pare – è vero, risulta evidente che i tre blocchi trachitici che recano incisa l’epigrafe sopra menzionata e di cui si è riportata l’ultima riga, non si trovano oggi nella posizione in cui erano stati origniariamente collocati, ma sono stati rimessi in opera a seguito di un radicale intervento di ricostruzione che può aver comportato – occorre notarlo fin da subito, e si capirà nel seguito del discorso quanto questo elemento sia importante – il riadattamento-ridimensionamento dei materiali costruttivi (anche attraverso il taglio delle eventuali parti eccedenti delle pietre utilizzate) sulla base delle nuove esigenze architettoniche.
L’epigrafe [fig. 1] si trova incisa su tre blocchi trachitici, uno superiore e due giustapposti inferiori. La lastra superiore misura cm. 67 x 21,5, l’inferiore sinistra cm. 27 x 26, quella destra cm 55 x 26. Lo specchio epigrafico è di cm. 65 x 47. Il testo è disposto su quattro righe di scrittura non preparate, nettamente diviso, per modulo e carattere scrittorii, in tre parti: le prime due righe, di modulo più ampio e rettangolare (h cm 7) e in lettera capitale, contengono il testo dell’epigrafe; la terza riga, di modulo inferiore (h cm 4) e in lettera onciale dal ductus meno posato, contiene la datazione cronica, e la quarta riga, di modulo circa doppio rispetto alle precedenti, reca presumibilmente – come si dirà meglio più oltre – la firma dell’autorità militare del castello o del capomastro del cantiere.

   fig. 1

Se l’interpretazione della data non sembra creare problemi, non altrettanto si può dire del testo dell’iscrizione inciso nelle prime due linee, oggetto negli anni dei fraintendimenti più grossolani. Il turista che oggi si rechi in visita al sito, può leggerne su un vistoso pannello informativo bilingue una trascrizione piuttosto scorretta e fuorviante: nessi epigrafici riportati scorrettamente, tituli abbreviativi omessi, tratti inesistenti sulla pietra introdotti arbitrariamente, semplici fenditure della trachite scambiate per segni di scalpello e segni invece realmente presenti inspiegabilmente tralasciati. Del testo tanto malamente trascritto l’estensore del pannello non tenta neppure una lettura ipotetica, limitandosi a notare che «il vero significato [dell’iscrizione] rimane ancora indecifrata (sic). Diversi tra esploratori e scrittori nel 1800 tentarono una loro traduzione, ma paradossalmente questa epigrafe ci consegna un enigma irrisolto. Certa è la data riportata, 1053, il che la collocherebbe come la più antica scritta del periodo giudicale».
Nella già citata scheda in cui presenta un sintetico profilo storico del castello, Giuseppe Spiga riproduce la lettura dell’iscrizione proposta per la prima volta da La Marmora (che però non cita), certamente più accettabile sul piano epigrafico, ma comunque fortemente mendace:

«ECE PORTA D(OM)IN(I) FACTAM
ET RETNOVA(TAM) PORTA(M) S(UPR)AD(I)TA(M)»

Al di là degli evidenti solecismi, che potrebbero tuttavia trovare una giustificazione nel livello piuttosto scorretto del latino che si legge in numerosi documenti giudicali, l’esegeta non si accorge che il segno con cui si apre l’epigrafe è in realtà un nesso di H e C, che compendia il dimostrativo haec, ed inoltre non vede il titutlus sovrapposto alla seguente E [fig. 2].


  fig. 2

Quindi legge, inspiegabilmente, una M al termine della prima linea («FACTAM»), laddove è chiaro che a questa presunta M mancherebbero anzitutto i due tratti esterni (a sinistra non si trova alcun segno di scalpello, a destra invece una evidente fenditura della pietra), come è chiaro inoltre che non si giustificherebbe in alcun modo l’evidente asimmetria e irregolare inclinazione dei tratti costitutivi del segno rispetto al resto del tracciato [fig. 3].

  fig. 3

Al principio della seconda linea di scrittura La Marmora e Spiga leggono una E (ET). Ma – tralasciando per ora il tratto orizzontale superiore, ben visibile, della lettera – l’analisi diretta dell’epigrafe rivela chiaramente che i tratti orizzontali centrale ed inferiore della stessa non sono tracciati dallo scalpello, ma creati illusoriamente dalla porosità della trachite [fig. 4].

  fig. 4

Ancora, tralasciando l’evidente forzatura del RETNOVATAM, ingiustificabile sotto tutti i punti di vista, è chiaro che l’interpretazione dell’abbreviato SUPRADITAM nasce da un evidente fraintendimento del segno P, preso per una D.

Nel 2001 Raimondo Zucca torna ad analizzare l’epigrafe, risolvendo di fatto quasi tutti i problemi esegetici, ma perpetuandone altri, e costruendo un macchinoso edificio ipotetico-congetturale che inficia di fatto la lettura e la chiara comprensione del documento. Zucca si accorge anzitutto del fatto che l’iscrizione è mutila sul lato sinistro, e vede che la prima lettera della seconda linea è una N divisa in due longitudinalmente. L’ipotesi è più che plausibile, se si tiene conto che la porta – come si è detto sopra – è il risultato di un rifacimento databile al XIV secolo che comportò il riutilizzo di materiali preesistenti. La lettura che Zucca offre della seconda riga di testo conferma quella che potemmo darne noi stessi in seguito all’osservazione diretta dell’epigrafe:

I]NTRET NOVA PORTA(N)S APTA

Quanto alla prima linea, Zucca la interpreta così:

[...] + CE PORTA(M) B(E)N(E) FACTAM [...]

Scioglie correttamente l’abbreviato B(E)N(E), di difficile lettura perché la B sovrastata da titulus è minuscola, dunque anomala in un contesto scrittorio capitale; ma al principio non vede la E con titulus, che è inequivocabilmente abbreviazione di EST, e non riconosce il nesso epigrafico incipitario di H-C (HIC/HAEC). Inoltre ripropone l’inaccettabile FACTAM, scambiando per M una V di modulo ridotto priva di qualsiasi segno a sinistra e seguita a destra da una fenditura della pietra che solo a uno sguardo molto superficiale potrebbe parere il tratto finale della nasale [cfr. supra e fig. 3]. La scorretta lettura della parte finale della riga costringe Zucca a correggere per congettura PORTA in PORTA(M), supponendo – ma senza giustificare epigraficamente l’ipotesi – la scomparsa del titulus compendiario, per creare la concordanza con il participio FACTAM.
La mancata comprensione del segno V che chiude la prima riga dell’epigrafe, e dunque la scorretta interpretazione dello stesso, impediscono a Zucca una corretta lettura del dettato dell’iscrizione, e lo costringono a ipotizzare che questa sia mutila non soltanto sul lato sinistro (come è evidente), ma anche su quello destro[6], dove invece tale congettura pare francamente insostenibile. A sostegno della sua proposta, Zucca porta soltanto un’altra sua ipotesi (anche sulla plausibilità della quale occorrerà discutere), quella per cui il testo dell’epigrafe non sarebbe in realtà unitario, bensì «un curioso pastiche, realizzato con gusto antiquario forse nello stesso secolo XV, di due iscrizioni di diversa cronologia»[7], ossia il blocco superiore da una parte e i due giustapposti inferiori (recanti la datazione) dall’altra. Questo stato di cose – tutt’altro che pacifico – dovrebbe giustificare il fatto che il costruttore della porta avrebbe trattato le lapidi incise come semplice materiale costruttivo-decorativo, e con intento meramente estetico, senza dunque attenzione alcuna al significato del testo inciso. Tale supposizione, tuttavia, oltre ad essere frutto di un’inaccettabile distorsione della prospettiva storica, è smentita da due fatti, uno epigrafico e uno testuale: anzitutto, la mezza N che apre la seconda riga di testo reca, ben visibile in cima al tratto verticale, un trattino orizzontale la cui analisi rivela essere un’evidente aggiunta successiva, come è chiaro dalla diversità del tracciato, meno profondo ed eseguito con uno scalpello a punta squadrata [figg. 4 e 5].


   fig. 5

Per quale ragione intervenire su un testo la cui intelligibilità non doveva essere ritenuta essenziale, se l’obiettivo era quello di realizzare un pastiche di pezzi antichi, col risultato di dar vita ad un’epigrafe mutila da entrambi i lati? Appare invece palmare che chi ha riutilizzato il blocco inciso rimettendolo in opera nella nuova porta, si è preoccupato che l’epigrafe, il cui testo sul lato sinistro risultava mutilato in seguito ad una “rifilatura” della pietra, riadattata alle nuove esigenze costruttive, fosse comunque leggibile: a questo scopo, con una soluzione piuttosto ingegnosa, reinterpreta il tratto verticale della N come I, e compendia la nasale venuta a mancare con un titulus.
Nella parte del blocco tagliata che corrisponde all’incipit della prima riga poteva invece presumibilmente trovarsi una crux, segno che convenzionalmente apre la stragrande maggioranza delle epigrafi dell’era cristiana[8], e che deve normalmente essere sciolto nella formula: «in nomine Domini Dei» ovvero «in nomine sanctae et individuae Trinitatis»[9].
Oltre a ciò, le due righe di testo dell’iscrizione presentano un’altra caratteristica (testuale stavolta) notevole: si tratta infatti di un distico di ottonari di ritmo trocaico e persino rimati (-acta/apta), “connessi” l’uno all’altro attraverso la congiunzione ut (compendiata dalla piccola V che si legge al termine della prima riga, sopra la quale, nella parte abrasa della pietra, poteva trovarsi un titulus orizzontale oggi scomparso) che rende il primo verso ipermetro, ma solo all’occhio, dal momento che, essendo ut in sinalefe con facta, non altera in nulla il numero dei metri e il ritmo del verso. Proprio a marcare la figura metrica della sinalefe e per non turbare eccessivamente la fruizione visiva della rima il lapicida ha inciso la lettera riducendo sensibilmente il modulo.
Insomma, tenendo conto di tutti gli elementi presentati, possiamo ben affermare che l’epigrafe non è lacunosa, e rigettando come inutile l’apparato congetturale proposto da Zucca, la leggiamo così:

+] H(AE)C E(ST) PORTA B(E)N(E) FAC[T]A_U(T)
(I)NTRET NOVA PORTA(N)S APTA

e cioè: «Questa è una porta ben costruita, adatta perché (apta ut...) vi entri chi porta delle novità». Sembrerebbe insomma trattarsi di una scritta beneaugurale – così almeno ci pare –, che afferma, con arguta iucunditas, la necessità che attraverso quella porta tanto ben fatta entri solo chi ha da recare delle notizie altrettanto buone.

Altra questione di cui occorre discutere è quella della composizione dell’epigrafe, costituita secondo Zucca – come si è detto sopra – da «due iscrizioni di diversa cronologia» giustapposte in un «curioso pastiche di gusto antiquario». La prova addotta a supporto di tale tesi è la diversità degli stili scrittorii nelle due porzioni di testo, per cui la parte superiore, «in base alla paleografia» (il che vuol dire tutto, ma di fatto non significa nulla), sarebbe databile ad età altomedievale, forse al X secolo, mentre la parte inferiore dovrebbe essere successiva. Più precisa l’analisi paleografica offerta da Anna Pistuddi, che osserva: «[...] si può notare una maggiore regolarità nel tracciamento delle prime due righe, dove i caratteri mantengono dimensioni e proporzioni pressoché costanti, come la distanza tra le righe stesse, oltre che tra i caratteri. Muta la situazione nelle restanti due righe. La terza linea non prosegue in linea retta, ma si dispone in senso obliquo da sinistra verso destra, distanziandosi progressivamente dal bordo del concio. Data la consunzione superficiale della pietra, non è possibile dire con sicurezza se in questo caso si sia osservata una certa costanza di dimensioni per i caratteri, parzialmente cancellati soprattutto alle estremità, ma di sicuro questo aspetto risulta del tutto trascurato nell’ultima riga. È quindi possibile che le parti risalgano sicuramente (sic) a diverse mani e a momenti cronologici diversi, come nota Raimondo Zucca»[10].
Se è vero che l’analisi della Pistuddi è del tutto pertinente, occorre tuttavia osservare che la presenza nella stessa epigrafe di stili grafici diversi (come accade nella nostra, in cui al testo in lettera capitale succede una datazione in lettera onciale) è fenomeno ben attestato nelle iscrizioni altomedievali in Italia[11], soprattutto se le diverse grafie sono utilizzate in luoghi epigrafici differenti e con differenti funzioni (testo/datazione, nel nostro caso; ed è noto che la data, in particolare nelle iscrizioni medioevali, assume caratteristiche grafiche particolari, come l’incremento delle abbreviazioni e un’esecuzione grafica dal ductus meno posato e preciso)[12]. Si ha però in effetti l’impressione che le due parti dell’iscrizione siano frutto del lavoro di due mani dall’abilità epigrafica piuttosto disparata, e non della stessa mano che seleziona stili scrittorii diversi. Ma se questo fatto sembra realmente decretare che due diversi lapicidi siano intervenuti nella realizzazione dell’epigrafe, non autorizza invece in modo definitivo ed assoluto l’ipotesi che la cronologia delle iscrizioni sia diversa e includa addirittura un arco di tempo di un secolo: due diversi operatori, e «diversamente abili», avrebbero potuto succedersi nella realizzazione della stessa opera, pervenendo ad esiti qualitativamente differenti.
È piuttosto un altro l’elemento che renderebbe plausibile l’ipotesi di una doppia provenienza (e datazione) dei blocchi incisi, e cioè il diverso livello di degrado della superficie degli stessi, se non che, paradossalmente, l’iscrizione che mostra un grado di consunzione maggiore è proprio quella che, su base paleografica, Zucca data come seriore, ossia quella contenente la datazione. È tuttavia opportuno puntualizzare che questo stato di cose potrebbe anche essere il risultato di una maggiore o minore esposizione alle intemperie di elementi architettonici che probabilmente non si trovavano più nel loro contesto originario (ma in un edificio forse diroccato) da molti decenni, quando furono reimpiegati per la costruzione della porta, ed essere dunque assolutamente irrilevante sul piano della cronologia dell’epigrafe.
Oltre a ciò, occorre notare che, come il concio superiore, anche quello inferiore sinistro pare evidentemente essere stato sottoposto a un’operazione di ridimensionamento che ha di fatto asportato una porzione dell’iscrizione: questa inizia infatti con un trattino diagonale discendente che ha tutta l’aria di essere il residuo di una A, cui segue l’indicazione (ben leggibile) dell’anno: MLIII [fig. 6].


  fig. 6

Pare insomma quanto meno curioso che anche questa seconda epigrafe, secondo Zucca successiva all’altra di un secolo, manchi a sinistra di uno spessore più o meno equivalente a quello asportato dalla prima, come si può evincere dalla quantità di lettere mancanti nel testo (IN- nel primo caso e A- nel secondo).
La questione è – ci rendiamo conto – di difficile soluzione: ci è parso tuttavia opportuno rimettere in discussione alcune affermazioni forse troppo apodittiche e non fondate su una base documentaria ed epigrafica sufficientemente solida, per proporre un’alternativa che, se non ci sembra del tutto verificabile, non riusciamo al tempo stesso a rifiutare come affatto inverosimile.

La sigla che chiude l’iscrizione consta di due P capitali di modulo doppio rispetto al resto dell’iscrizione seguite da una crux («PP +» dunque, e non PR XL come leggono La Marmora e Spiga). L’interpretazione dei tre segni risulta davvero ostica, e non ci proveremo dunque a proporne una lettura che abbia pretese di definitività. Ci limitiamo soltanto a ricordare che la crux, come si è già detto sopra, vale come: «in nomine Domini Dei» ovvero «in nomine sanctae et individuae Trinitatis»; quanto poi alla doppia P, ricordiamo che la sigla, anch’essa di largo impiego epigrafico, può stare – soprattutto nelle iscrizioni civili – per praepositus[13]. Ora, secondo quanto ricostruisce Marco Rocco in un brillante e validissimo studio[14], la figura del praepositus fu istituita da Diocleziano con poteri di comando di quel particolare distaccamento di milites limitanei che era la praetentura, un distretto militare collocato in zone di confine sempre particolarmente critiche e difficili da controllare. A partire dal V secolo, il titolo di praepositus, come molti altri titoli amministrativi e militari, perde nondimeno la propria destinazione d’uso specifica e finisce per spettare «in senso stretto a chiunque occupasse una carica di comando, ma [...] poteva anche indicare sia una funzione sia un grado in modo non specifico»[15]. Pur nella assenza di attestazioni documentarie dell’impiego di questo termine in età giudicale, non ci sembra inverosimile, proprio in virtù del valore generale ed indefinito del termine, che esso potesse identificare, come regolarmente accadeva in età bizantina, il reggente della fortezza e della guarnigione militare che in essa aveva stanza.
Un’altra possibilità è quella per cui la sigla, se si deve sciogliere come praepositus, indicasse il responsabile del cantiere, il “capomastro”, il praepositus magistrorum, come si legge in un’epigrafe del XIII secolo proveniente dalla chiesa di san Bonifacio a Sassari e conservata ora in episcopio[16].

Chiudiamo riproponendo ancora, e per intero, la nostra trascrizione dell’epigrafe e la lettura che ce ne pare più probabile:

+] H(AE)C E(ST) PORTA B(E)N(E) FAC[T]A U(T)
I]NTRET NOVA PORTA(N)S APTA
A(NNO)] MLIII IN(DICTIONE) SEP(TIM)A K(A)L(ENDAS) IULII
P(RAE)P(OSITUS) (MAGISTRORUM ?) +

+ Questa è una porta ben costruita
adatta perché entri chi porta (buone) novità.
Nell’anno 1053, nella settima indizione, il 18 giugno
Il praepositus (magistrorum) +




[1] V. Angius, in Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il re di Sardegna, a. c. di G. Casalis, Torino 1851, pp. 620-625.; A. La Marmora, Itinerario dell’Isola di Sardegna, vol. I, Cagliari 1868; P. Tola, Codex Diplomaticus Sardiniae, Torino 1861; R. Carta Raspi, Castelli medievali di Sardegna, Cagliari 1933; G. Cusini, Raccolta di epigrafi medievali sarde, Tesi di Laurea, Università di Cagliari, Facoltà di Magistero, A. A. 1956-1957, n° 3 p. 58; R. Salinas, L’evoluzione dell’architettura in Sardegna nel Seicento, in «Studi Sardi» XVI (1960), p. 418 n. 31; F. C. Casula, Giudicati e Curatorie – Castelli e Fortezze, in «Atlante della Sardegna», fasc. 2, Roma 1980; F. C. Casula, Profilo storico della Sardegna catalano-aragonese, Cagliari 1982; J. Day, Castelli, città fortificate e organizzazione del territorio in Sardegna dal secolo dodicesimo al quattordicesimo, in Castelli, storia e archeologia, Atti del Congresso (Cuneo, dicembre 1981), Torino 1984; P. E. Cirronis, Laconi e il suo santo, Sanluri 1986; G. Dore, Frammenti epigrafici medioevaliritrovati presso la chiesa di S. Maria di Tergu, in «Rivista Italiana di Numismatica e Scienze affini», LXXXIX (1987), p. 184; F. Fois, Castelli della Sardegna medioevale, a c. di B. Fois, Cinisello Balsamo 1992; G. Spiga, Breve profilo storico del castello arborense di Laconi, in F. Fois, Castelli della Sardegna medioevale, a c. di B. Fois, Cinisello Balsamo 1992, p. 170; B. Fois, Il Medioevo, in Laconi alle porte della Barbagia, Cinisello Balsamo 1993; F. Segni Pulvirenti – A. Sari, Architettura tardogotica e d’influsso rinascimentale, Nuoro 1994, p. 66 e n. 83; G. Murru, Il castello medievale di Laconi, in L’eredità del Sarcidano e della Barbagia di Seulo, Cagliari, 2001, pp. 71-72; R. Zucca, L’iscrizione misteriosa della torre di Laconi, in Castella arborensia, Oristano 2001, pp. 47-49; R. Zucca, Il castello di Laconi e le origini del giudicato di Arborea, in La civiltà giudicale in Sardegna nei secoli XI-XIII. Fonti e documenti scritti, Sassari 2002, pp. 123-126; G. Murru, Il castello di Laconi: studi e ricerche, in Roccas: aspetti del sistema di fortificazione in Sardegna: atti degli incontri sui castelli in Sardegna (2002) dell'Arxiu de Tradicions, a cura di S. Chirra, Oristano, 2003, pp. 145-167; A. Pistuddi, Architetti e muratori nell’età giudicale in Sardegna. Fonti d’archivio ed evidenze monumentali fra l’XI e il XIV secolo, Tesi di Dottorato in «Fonti scritte della Civiltà Mediterranea», XIX ciclo, Università di Cagliari, 2008, pp. 113-114; 153.
[2] G. Spiga, Breve profilo storico cit.
[3] L’ipotesi - condivisa da R. Zucca in L’iscrizione misteriosa, cit. p. 47 - è sostenuta da J. M. Poisson, Menaces extérieures et mise en défense des zones côtières de la Sardaigne pendant le Haut Moyen Age, in Castrum 3. Guerre, fortification et habitat dans le monde Méditerranéen au Moyen Age, Roma 1988, pp. 56-57.
[4] «Si designa con questo nome un ciclo o periodo cronologico di 15 anni - che sembra essere stato introdotto in Egitto - che dal sec. IV in poi ha dato luogo ad una delle più importanti note croniche dei documenti sia in Occidente sia in Oriente. L’anno di partenza per il computo delle indizioni cade nel tempo di Costantino il Grande, e precisamente nel 313 d. C., che è l’anno 1 di una indizione, di cui il 314 è l’anno 2, e così via fino al 317 che è l’anno 15. Dopo di ciò si ricomincia da capo, sicché il numero di ordine, che spetta ad un qualsiasi anno nella sua indizione, o, come si suol dire più semplicemente, la sua indizione, si trova aggiungendo 3 al numero dell’anno considerato rispetto all’era volgare e prendendo il resto della divisione del numero così ottenuto per 15. Se questo resto è nullo, l’indizione è 15. Così è 15 l’indizione del 1932 perché 1932 + 3 è divisibile per 15, mentre quella del 1900 è stata 13, resto della divisione di 1900 + 3 per 15». (cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/indizione_(Enciclopedia-Italiana)/). Come opportunamente osserva Zucca, la settima indizione dovrebbe però correttamente corrispondere al 1054.
[5] Cfr. G. Murru, Il castello medievale di Laconi cit., pp. 71-72; Idem, Il castello di Laconi cit., in particolare le pp. 149-156.
[6] «L’iscrizione allude nella I linea ad una porta ben fabbricata; nella seconda forse introdotta da un quisquis si riferisce a chi entri attraverso la porta nella struttura apportando novità, fornite (apta) di qualcosa che poteva essere espresso in ablativo nella parte perduta» (R. Zucca, L’iscrizione misteriosa cit., pp. 48-49).
[7] R. Zucca, L’iscrizione misteriosa cit., p. 48.
[8] Per chi non abbia esperienza epigrafica, sarà sufficiente una scorsa a qualsiasi repertorio di epigrafi, come l’utilissimo Inscriptiones Medii Aevi Italiae, vol I (Cisam 2002), o alle iscrizioni raccolte ed analizzate – ad esempio – da Laura Sanna in Le firme degli operatori artistici nelle epigrafi sarde del Medioevo, Tesi di Laurea, Università di Cagliari, Facoltà di Lettere e Filosofia, A. A. 2000-2001, e da Anna Pistuddi nel già citato lavoro Architetti e muratori.
[9] Cfr. S. Fulloni, L’abbazia dimenticata: la Santissima Trinita sul Gargano tra Normanni e Svevi, Liguori Editore, 2006, p. 68.
[10] A. Pistuddi, Architetti e muratori cit., p. 114.
[11] Cfr. le già menzionate Inscriptiones Medii Aevi Italiae, vol I, Cisam 2002, passim
[12] Si veda, ad esempio, quanto afferma Carlo Tedeschi a proposito dell’iscrizione commemorativa sulla facciata del palazzo pretorio di Campiglia Marittima (http://www.bibar.unisi.it/sites/www.bibar.unisi.it/files/testi/testibds/bda08campiglia/ii-27.pdf). Di particolare interesse ci pare ciò che Tedeschi osserva alla p. 744: «Si notano notevoli differenze nella forma delle lettere della datazione rispetto a quelle della prima parte, in particolare la forma della D, della L e della M».
[13] Cfr. A Cappelli, Dizionario di abbreviature latine ed italiane, Milano 1990, pp. 490-491.
[14] M. Rocco, L’esercito Romano tardoantico. Persistenze e cesure dai Severi a Teodosio, Padova 2012.
[15] M. Rocco, L’esercito Romano cit., p. 358.
[16] Dell’iscrizione, ridotta oggi ad un solo frammento, si conserva tuttavia una trascrizione seicentesca che ne restituisce il testo. Nella parte conclusiva si legge: MAGISTER VERO MARCIANUS AUT DISPOSUIT ECCLESIAS ET PRAEPOSITUS MAGISTRORUM. (Cfr. A. Pistuddi, Architetti e muratori cit., p. 93).