lunedì 21 luglio 2014

Un talismano da Villa Verde. Tre sole lettere in un dischetto di bronzo per uno straordinario inno a rebus ideato dagli scribi nuragici.

# Gigi Sanna e il codice nuragico

di Gigi Sanna
dedicato a Francesco Masia


Caro Francesco, tu una volta proponesti in questo Blog un bel rebus facendoci un po' dannare tutti. Sai bene che io sostengo, da tanti anni ormai, che tutta la scrittura nuragica è a rebus. Si può dire che non esiste un documento, uno che uno, che si possa leggere agevolmente e senza uno sforzo, talvolta notevolissimo, di comprensione.
  Ora non sono io che mi 'vendico' con un mio rebus, come hai fatto tu,  ma sono gli scribi nuragici che mi vendicano sfidandoti con uno dei loro. Questo che tu vedi è un dischetto di bronzo trovato (da quanto so) nelle campagne di Villa Verde. E' di pochi centimetri di diametro e, come puoi notare, ha una forma particolare e, soprattutto, presenta dei segni. Non sono certamente 'decorativi'  per dei motivi che puoi facilmente capire, osservando  sia la forma sia la collocazione non uniforme di essi in tutta la circonferenza dell'oggetto. Sono invece segni di scrittura, per altro a noi ormai noti da tempo, ripetuti in un 'certo' modo e che ovviamente danno un senso compiuto.  
  Quindi la scrittura c'è e questo, secondo un tuo recente consiglio, potrebbe già bastare. Cioè sarebbe sufficiente il riporto e l'elenco dei segni individuabili affinché con essi e per essi, sommati a tutti gli altri (agli oltre 1200 segni dei 200  documenti), ci si 'convinca' dell'esistenza della scrittura. Ci sarebbe 'comunque', tu diresti, un' ennesima dimostrazione documentaria di una indiscutibile scrittura, a prescindere dalla sempre soggettiva comprensione e traduzione del testo.
   E invece io sono e sarò sempre del parere che, essendo ormai noti tutti i valori fonetici del sistema 'consonantico' nuragico, ed essendo ormai ben chiaro un certo modo fantasioso di scrivere degli scribi isolani (durato 1500 anni circa), se si vuol convincere che esiste una 'certa' scrittura specifica in Sardegna bisogna anche dimostrare continuamente (quando è possibile) che dietro quei segni c'è una lingua. Altrimenti la solfa  dei soliti noti, data la peculiarità e qualche volta la 'stranezza' dei significanti, è che si tratta di lettere apparenti, di incisioni casuali, di graffi, di simboli con valore misterioso, di 'lusus' di questo o di quello, di falsi 'palesi' e così via; sparandola come la va e talvolta sproloquiando in coro e a ripetizione. 
   Ti dirò di più, bisogna dimostrare continuamente che si tratta sempre della stessa lingua (al massimo con lievi apporti lessicali). In questo caso, si deve dimostrare anche che il contenuto, data la piccolezza dell'oggetto  e la sua  conformazione, attiene alla sfera del sacro. Perché, se quell'oggetto siffatto è scritto dobbiamo aspettarci un qualcosa che riguarda la divinità o chi la rappresenta e molto meno o per niente un semplice messaggio laico riguardante ad es. un saluto a qualcuno o, che so,  un patto d'amicizia tra tribù isolane.
  Pertanto io dico che l'elenco dei 'significanti' va bene, anche se sono solo tre; ma va molto meglio se, ovviamente, con rigore filologico (cioè con riferimento puntuale a tutta la documentazione ormai in nostro possesso), si riesce a far capire anche il 'significato' di essi nella 'logica' della iterazione  e nella non certo anarchica o capricciosa sequenza grafica. Chi non sarà d'accordo e vorrà procedere in maniera conforme alla dialettica scientifica dovrà necessariamente infirmare i due aspetti: quello epigrafico, riguardante soprattutto l'identità dei segni ed il loro suono, e quello ermeneutico riguardante il loro significato nella catena logico-fonetica. 
  Ma aggiungo ancora che oggi noi, soprattutto per quanto attiene al primo aspetto, viaggiamo molto comodi, quasi  in carrozza, perché sappiamo che non solo il primo ma anche il duecentesimo documento obbedisce alla 'griglia sassarese'; quella che solo chi ignora, chi non legge, chi pasticcia, chi va a tentoni pensando magari di averla capita (e con mille assurdi sospetti), può giudicare 'aleatoria'.
   Io, ai fini della retta interpretazione del documento,  te la ripropongo la 'griglia', così come l'ho riproposta per l'ennesima volta a me stesso. Naturalmente, la ripropongo a tutti quelli che vogliono provare nella 'decifrazione'. Credo proprio che ne valga la pena. 

   Perché un oggetto con testo scritto possa essere giudicato "nuragico", facente cioè parte del 'codice' di scrittura nuragico, deve possedere,  in parte o in tutto, i seguenti requisiti:

1) il valore fonetico  del supporto
2) il mix dei segni (alfabeti antichi e più recenti, tipologie diverse dei segni all'interno di uno stesso sistema)
3) la presenza di segni pittografici logografici (un segno una parola) 
4) la presenza di segni schematici (un segno una consonante acrofonica)
5) l'agglutinamento (unione di uno o più segni in legatura o in nesso)
6) la lettura varia 
7) la polisemia (significati diversi dello stesso segno)
8) la numerologia (numeri che per convenzione diano lessico)
9) il 'determinativo' (presenza del segno, numerico o no, per indicare la divinità).
10) il X: questo requisito (per altro non sempre presente), come dico sempre,  preferisco tenerlo  per me.   

   Ora, la scritta della 'Sala da ballo' di San Giovanni (ultimo documento mostrato e commentato)  obbedisce, secondo la verifica e non certo per opinione,  a questi requisiti così come obbedisce ad essi il dischetto di Villaverde. Spetta dunque a te e a quelli di buona volontà individuarli e capire così il significato nascosto nel curioso dischetto. Inizia pertanto  dal supporto e procedi servendoti anche di qualche suggerimento che ho messo, non  a caso,  qui e là tra le righe, soprattutto nel titolo. 

  Naturalmente ho consegnato ad Aba quella che io reputo la soluzione o chiarimento del testo dell'oggetto nuragico che pubblicherò (dando così tempo sufficiente  a chi vorrà cimentarsi nel rebus) a Settembre, dopo le vacanze estive.