giovedì 21 agosto 2014

Edward

In Italia venne pubblicato sotto  il titolo "Il più grande uomo scimmia del Pleistocene" e con quel titolo io lo lessi, un 25 anni fa. L'originale inglese era "What We Did to Father (1960)", geniale romanzo di Roy Lewis: dopo questa data fu soggetto a numerose riedizioni e l'autore di volta in volta ne cambiò il titolo; The Evolution Man, Once upon an Ice Age, The Evolution Man or how I ate my father, e venne poi tradotto in numerose lingue.
Il titolo più bello secondo me lo hanno messo in tedesco: "Edward", e non penso che il nome del protagonista sia stato casuale, visto che l'autore aveva studiato alla King Edward's School. Edward è padre di famiglia, ma soprattutto è gioioso scienziato e innovatore, dannatamente consapevole che il progresso è inevitabile e che lui ne vuole far parte. E dannatamente desideroso di voler condividere le sue scoperte con le altre orde di umani: è lui il più grande uomo scimmia del Pleistocene, come riconosce alla fine del libro il narratore, il quale altri non è che  il suo secondogenito Ernest. Ernest che invece è
tutto il contrario del padre: contemplativo e incline alla speculazione filosofico-religiosa, in ogni fenomeno cerca ragioni soprannaturali così come Edward in ogni fenomeno cerca un pretesto per dominarlo e volgerlo a favore della sua orda e dell'evoluzione della specie. 

La cosa più  sorprendente del libro è che i personaggi sono consapevoli di trovarsi nel bel mezzo del processo evolutivo, e ne nominano i fenomeni con parole che  potremmo usare noi che siamo nel loro futuro; soprattutto Edward, che spesso ammonisce i suoi figli cui molto meglio che a lui sta bene lo status quo: "Il linguaggio precede e nutre il pensiero, come sai; e in realtà è poco più che una cortesia chiamare linguaggio le poche centinaia di sostantivi di cui disponiamo, la ventina di verbi tuttofare, la misera scorta di prepo­sizioni e di suffissi, la continua necessità dell’enfasi, della gesticolazione e dell’onomatopea per rimedia­re alla scarsità dei casi e dei tempi. No, no, figlioli miei; culturalmente siamo poco più evoluti del Pithecanthropus erectus, il quale, credete a me, ha il destino segnato. Avete sentito quello che ne diceva il com­pianto zio lan: è destinato a finire nella discarica dei fallimenti della natura".

La cosa più divertente ed al contempo drammatica sono i rapporti famigliari, e vi propongo a questo proposito un brano in cui si finisce per discutere dell' Hipparion; la famiglia è radunata a cena davanti alla carne dell'elefenate che l'orda ha ucciso sotto la guida del figlio maggiore Oswald, il cacciatore:
(Edward): “…dobbiamo ancora pensare tantissimo, imparare tantissimo e progredire tantissimo. Non dobbiamo sederci, sarebbe un rischio. Perciò vi chiedo: quale sarà il prossimo passo?”

“C’è da mangiare un sacco di roba” disse la mamma. “Se non lo finiamo subito, questo elefante diventerà assolutamente immangiabile”.


“Non hai torto, cara” ammise papà, prendendo un  costolone. “Anzi, forse hai centrato il cuore del problema. Ci sto pensando da un po’.  Grosso modo ho calcolato che noi passiamo un terzo del nostro tempo a dormire, un terzo a procurarci la carne e tutto il terzo rimanente a masticarla. Eppure il tempo che dedichiamo ai pasti sembra non bastare mai. Ultimamente, i miei bruciori di stomaco si sono aggravati. Ciò non fa che confermare il mio ragionamento. Se la routine quotidiana ci impegna tanto, come facciamo a pensare? Anche per quello ci vuole tempo, e non serve obiettare che masticando si rimugina; non è affatto vero, o comunque non è vero quando si deve masticare come facciamo noi. Per allargare la mente e contemplare con più calma e distacco i nostri obiettivi, abbiamo bisogno di dare requie al lavorìo delle mandibole. Senza un certo agio e una certa tranquillità non può esserci lavoro creativo, né cultura, né civiltà.”

“Che cos’ è la cultura, papà? ” chiese Oswald, con la bocca piena di carne di elefante. 

” Ma che bella domanda!” replicò sarcastico papà. ” Non c’é peggior sordo di chi non vuoi sentire! 

” Fin dove dobbiamo spingerci, papà? ” domandai io. ”Pensavo che stessimo già più che bene”.

“Sciocchezze” sbuffò papà.“Stiamo bene? Fra poco avrai il coraggio di affermare, che ci siamo perfettamente adattati all’ambiente. E' ciò che dicono tutti quelli che si sono stancati di evolvere; sono le ultime parole famose dello specialista, prima che sopraggiunga a mangiarselo uno specialista ancora più specializzato. Quante volte devo dirtele queste cose, Ernest?In certi momenti penso che tra le orecchie tu non abbia nulla. E hai il coraggio di definirti il culmine e il coronamento di un milione di anni di travaglio evolutivo da parte dei tuoi maggiori! Puah!”

Be’…,» replicai, ma sentivo il rossore arrivarmi alle orecchie «comunque, quanto lontano dobbiamo andare?». 

Papà posò il suo pezzo di carne e unì le punte delle dita. «Dipende da dove ci troviamo adesso». 
«E dove siamo?» chiesi. «Non ne sono sicuro» rispose papà con voce all’improvviso sommessa e grave, e un po’ triste. «Non del tutto. Credo verso la metà del Pleistocene. Dubito che abbiamo già raggiunto il Pleistocene superiore. Mi piacerebbe crederlo, Ernest, ma più ti guardo, più ti ascolto, soprattutto, e più ne dubito. Ora, se Alexander e William riuscissero a escogitare qualcosa... ma temo che le loro idee superino di gran  lunga la loro esperienza. E a dir la verità,» continuò con la voce ridotta quasi a un sussurro «a dir la verità, ultimamente mi è venuto più volte il sospetto che siamo ancora all’inizio del Pleistocene».

«Tu lavori troppo, caro» disse la mamma, accarezzandogli la mano. «Vorrei che potessi prenderti un po’ di vacanza». La faccia di mio padre sembrava la maschera della tragedia: in quel momento esprimeva solo una lacerante sfiducia in se stesso. Cadde nel più completo mutismo; e si sentiva soltanto il crepitìo del fuoco e quello dei pidocchi (Pediculi antiqui) che le donne si cercavano a vicenda nelle chiome folte e scarmigliate e poi schiacciavano.

«Papà, come possiamo determinare dove ci troviamo?» 

Mio padre si riscosse «Solo con metodi indiretti, figlio mio. Non mancano i segni, per chi sa leggerli. Ti faccio un esempio: se ci imbattiamo in un Hipparion, il cavallo con tre dita, vuol dire che siamo appena usciti dal Pliocene, e quindi ci troviamo solo all'inizio della nostra lunga, lunga lotta per migliorare. Allora sì che ci sarebbe da rimboccarsi le maniche! Non sareste nessuno, relativamente parlando, pure nullità».  

«Non l'ho mai visto io, un Hipparion» osservò Oswald. 


«E spero che tu non ne veda mai?» disse papà «Ma sapete com'è, questi modelli obsoleti sono lenti a scomparire. Saranno durati fono al Pleistocene Inferiore direi. Guardate il vecchio calicoterio : ce n'è ancora in giro un sacco!» 

Inutile dire che quando arriva in visita uno zio esploratore è proprio questa catastrofe a compiersi:

Poi, una mattina ci fu un gran trambusto. Nel nostro piccolo insediamento irruppe una bestia straordinaria: un uomo-cavallo, che nitriva, sbuffava, saltava, sgroppava e urlava imprecazioni: «Ferma, bella!» e «Stai calma, bestiaccia!». Giunta presso al fuoco, la bestia arretrò infuriata, travolgendo tutti i membri della famiglia; per un breve attimo riuscimmo a vedere chi era: non un centauro, ma zio Ian a cavallo. Però proprio in quella zio Ian si separò dal cavallo, si proiettò in aria e dopo un volteggio finì a terra, con uno schianto fatale.  Ci precipitammo su di lui, ma non c'era più niente da fare: si era rotto l'osso del collo. 
  Mentre il cavallo fuggiva via, ad ogni modo, Oswald lo colpì con la lancia proprio tra le spalle, e anch'esso stramazzò a terra senza vita. 
  Così ci ritrovammo con una doppia tragedia sulle spalle: zio Ian, il grande viaggiatore, giaceva cadavere, con zia Angela avvinghiata su di lui; ed il cavallo che egli aveva cercato di montare - per arrivare più rapidamente in America - si rivelò nient'affatto tale: era un Hipparion

Dopo un breve periodo di depressione, Edward si rianima e si butta in un nuovo progetto: l'invenzione dell'esogamia. Un bel giorno porta fuori i ragazzi più grandi e li abbandona in un luogo sconosciuto, costringendoli a cercarsi moglie fuori dall'orda. Mal gliene incoglierà: spinto dalla nuova compagna e dalle sempre crescenti necessità famigliari, Ernest sopporta sempre di meno l'atteggiamento del padre che con prodiga liberalità "cede" senza alcun compenso, anche alle altre orde, le sue magnifiche invenzioni. Mentre i suoi figli e le nuore vorrebbero approfittarne per diventare ricchi e potenti: in altre parole criticano il vecchio scienziato, ma già che c'è e che inventa perchè non sfruttare la situazione? L'incompatibilità di vedute porta al fatidico epilogo, col sacrificio dello scienziato Edward ed il trionfo del primo "capitalismo" famigliare. Il lettore non può che ammirare Edward, per tutto il libro, ma allo stesso tempo pensare che però Ernest non ha tutti i torti...

Ma leggiamoci parte del capitolo sull'invenzione dell'esogamia, ne vale davvero la pena:

« Bene, ragazzi » fece papà. « Vi devo una spiega­zione. Ma non fatevi venire strane idee, come quella di prendermi a sassate. Non provateci! Siete a tiro, io ho un sacco di munizioni e non avreste alcuna possibilità». « Be’, insomma, la faccenda è molto semplice, e non c’è bisogno di scaldarsi. Ci ho pensato su un bel po’ e ne ho anche parlato a fondo con le vostre madri. Voi quattro avete passato la pubertà: siete adulti, a tutti gli effetti. Tu, Oswald, devi avere almeno quindici anni; Ernest ha forse un anno meno; lo stesso Alexander e Wilbur. Siete cacciatori ben addestrati; ve la sapete cavare nella foresta, nel­la savana e in montagna. Siete stati addestrati abba­stanza bene nell’arte di lavorare la selce, anche se soltanto Wilbur è veramente bravo. Siete in grado di mantenervi; inoltre – vantaggio del tutto ecceziona­le per ragazzi della vostra età — sapete dove ci si pro­cura il fuoco selvatico e come lo si mantiene acceso. Ora, per il bene della specie, è tempo che vi troviate delle compagne e formiate delle famiglie vostre; e questo è il motivo per cui vi ho portato qui. A meno di cinquanta chilometri più a sud c’è un’altra orda… ».

« Ecco che cos’era!» proruppe Oswald. «Puzza di rifiuti! Uomini scimmia! Avrei dovuto capirlo».


« C’è un’altra orda » ripetè papà. « E là troverete le compagne che vi servono».
«Ma, papà,» protestai «noi non vogliamo accop­piarci con delle estranee. Abbiamo già le nostre ragazze a casa. Io avrò Elsie, e…».

«Credo proprio di no» mi interruppe papà. « Avrai una di quelle ragazze che stanno laggiù »

«Ma è assurdo, papà!» esclamai. «Era già tutto stabilito ».

«Tutti si accoppiano con le proprie sorelle» in­tervenne Oswald. « È l’unica cosa sensata da fare ».

«Fino a ieri» affermò papà. «Da oggi comincia l’esogamia ».

«Ma è innaturale, papà» insistetti. «Sai benissimo che gli animali non fanno simili distinzioni. Una vol­ta tanto qualcuno potrà anche uscire dall’orda, immagino, ma non è certo la regola ».

« È di una scomodità assurda » aggiunse Oswald. « Le nostre ragazze sono già lì, mentre queste… ».

«Queste sono più vicine, in realtà» disse papà. « Ecco perché vi ho portati qui ».

« Non riesco a capire perché dovremmo prenderci questa briga» dissi. «Voglio dire, che cos’hanno che non va, le ragazze di casa nostra?».

«Niente» rispose papà. «Ma potrebbe finir male, a furia di accoppiarsi tra consanguinei. Dobbiamo rimescolare un po’ i geni. Non è questa, però, la ragione principale. La ragione principale è che sono troppo facili, troppo accessibili, non presentano problemi, e così offrono uno sfogo troppo disinibito alla libido indisciplinata. No! Se vogliamo un qual­siasi sviluppo culturale, dobbiamo mettere sotto pressione le emozioni dell’individuo. In breve, un giovane maschio dovrà allontanarsi per trovare la sua compagna, corteggiarla, catturarla, lottare per lei. Selezione naturale».

« Ma possiamo benissimo lottare per le ragazze anche a casa» ribattè Oswald. «Anzi, si sa che finirà così. Succede sempre. E come per gli animali: il maschio più forte vince. Ed eccoti servita la tua sele­zione naturale, se proprio ci tieni» aggiunse furbe­scamente; ma ci voleva altro, per papà.

« Non è il tipo giusto di selezione naturale – non più. Sta diventando troppo pericoloso competere in famiglia per le donne, con tutte queste nuove armi mortali in circolazione, come le lance con la punta indurita a fuoco. Poteva andar bene finché i maschi tutt’al più si picchiavano in testa con le vecchie clave, ma non adesso».

« Per te, però, andava bene » osservai acido.

« I tempi sono cambiati » disse papà. « O piuttosto, non sono cambiati, e questo è il guaio. Siamo più indietro di quanto credessi. Attardarsi come se fossi­mo contemporanei dello Hìpparìon non serve a nien­te. Non funziona. A questo modo, la specie ristagne­rebbe, e sarebbe fatale. Abbiamo il fuoco, ma non siamo capaci di farlo; sappiamo procurarci la carne, ma passiamo metà del nostro tempo a masticarla; abbiamo le lance, ma la loro gittata non supera i set­tanta metri… ».

«Ottantasette metri» precisò Oswald.

«Subnormale! » lo sferzò papà. «Parlo della gitta­ta utile. Alexander, tu sai disegnare, ma non sei in grado di fissare i tuoi disegni. Wilbur, tu sai affila­re la selce per farne buone scuri, ma – mi dispiace dovertelo dire — è roba ben poco migliore degli còli­ti. Quanto a te, Ernest, tu credi di saper pensare, ma in realtà non puoi, perché la gamma delle cose che facciamo è troppo limitata. Ciò significa non poter estendere il nostro ridottissimo vocabolario e la nostra rudimentale grammatica; il che, a sua volta, comporta scarsa capacità di astrazione. Il linguaggio precede e nutre il pensiero, come sai; e in realtà è poco più che una cortesia chiamare linguaggio le poche centinaia di sostantivi di cui disponiamo, la ventina di verbi tuttofare, la misera scorta di prepo­sizioni e di suffissi, la continua necessità dell’enfasi, della gesticolazione e dell’onomatopea per rimedia­re alla scarsità dei casi e dei tempi. No, no, figlioli miei; culturalmente siamo poco più evoluti del Pithecanthropus erectus, il quale, credete a me, ha il destino segnato. Avete sentito quello che ne diceva il com­pianto zio lan: è destinato a finire nella discarica dei fallimenti della natura».

« Io li ammazzo sempre, quando li vedo » si gloriò Oswald.


« E fai benissimo » disse papà. « Ma noi non voglia­mo fare la stessa fine. Ecco perché dobbiamo imporci questo sacrificio. Cercate di considerare la faccenda in maniera ragionevole, da adulti respon­sabili» aggiunse nel tono di chi rivolge un appello. «Certo che è scomodo: non lo nego. Ed è una cosa nuova. Ci vorrà un po’ di tempo per farci l’abitudi­ne… se mai ci si riuscirà. Ma non si può costruire un bacino d’acqua senza creare barriere, inibizioni, fru­strazioni, complessi. L’idea me l’hanno data i castori. Loro fermano i fiumi; e guardate un po’ che forza acquista la corrente quando passa nello stretto varco che le lasciano. Guardate le cascate Murchison, per farvene un’idea; o, meglio ancora, le cascate Vitto­ria. Guardatele bene, e capirete ciò che intendo: uno sbarramento, per sviluppare una forza irresistibile.
Solo che noi non siamo fiumi; dunque, è una cosa che dobbiamo fare nella testa».

« In questo momento io ho in testa una cateratta» disse Wilbur, e si sedette affondando il muso tra le mani.

«E difficile capire, all’inizio» disse papà. «Ma se dobbiamo risolvere problemi, se dobbiamo acquisire una natura capace di individuare e risolvere proble­mi, è inevitabile possedere una morale, una coscien­za; e quindi difficoltà personali da sbrogliare con pena, cercando magari sollievo con l’imporre la nostra volontà a oggetti inanimati che stanno fuori della nostra testa».

«Saremo molto infelici…» osservai «tanto infelici da rinunciare ad agire. E la felicità che rende la vita interessante».

« Neanche per sogno! » ribattè allegramente papà. « Infiacchisce, la felicità. Dalle tribolazioni private ti volgerai al lavoro, mettendoci nuova energia».

«Non ci credo» gli risposi.

« Con il tempo ci crederai. E devi ammettere che è piuttosto sensato evitare di contendersi sanguinosa­mente zie e sorelle. Con tutto questo fuoco in giro, il senso morale dell’uomo rischia di scomparire, oscu­rato dalla potenza tecnologica».

« E una considerazione capziosa » affermai.

« Ma temo che siamo destinati a sentirla ripetere sempre più spesso».

«Intendo dire» continuai «che contraddice l’os­servazione precedente. Un momento fa, hai detto che c’è bisogno di una morale sessuale per generare il progresso tecnologico, e ora sostieni che serve per poterlo controllare. Quale delle due cose intendi?».

« Tutt’e due » rispose papà. « Sono ipotesi alternative – un metodo rispettabilissimo per affrontare scientificamente i problemi. Nell’un modo o nell’al­tro, farete come dico io».

« E frattanto, » osservai sarcasticamente « mentre noialtri battiamo foreste e praterie per diventare esogami e civili, tu a casa potrai avere tutte le donne per te. Vorrei sapere che cos’è questa se non la vec­chissima storia del padre dell’orda, geloso dei figli che crescono».

« Ma andiamo, Ernest! » ribattè lui con infastidita sufficienza. «Questa non me la merito proprio. So­no sempre stato un padre fin troppo indulgente. Potevo essere il truce capo dell’orda che a un certo punto espelle i figli a calcioni; invece vi ho portato a un’usmata di distanza da… ahhh… una frotta di deli­ziose fanciulle. E poi, non è certo di me che si può dire che sono un tipo eccessivamente attaccato alle donne: le ho sempre trovate stucchevoli. Tutte uguali: nude, in massa, sono tremendamente noio­se. Con questo, non voglio dire una parola contro le vostre care madri; neanche una. Ma i miei veri inte­ressi sono di carattere scientifico».

«Papà» intervenne Alexander, che se n’era stato zitto, fino ad allora. « Papà, ma come si fa a procu­rarsi queste ragazze di fuori?».

«Le si corteggia» disse papà. Poi aggiunse, dub­bioso: «Almeno credo. Un po’ come fanno gli ani­mali. Gonfiate il petto, come i piccioni, oppure le guance come le rane, o fatevi venire le chiappe aran­cione, o qualcosa del genere».

«Ma io non ci riesco» obiettò Alexander. «E comunque, me ne vergognerei troppo».

«Qui ti volevo!» esclamò papà. «Dovrai arran­giarti, cavartela da solo. Non vorrai che sia sempre io, a risolvere tutte le tue difficoltà?! E quando sare­te tutti felicemente accoppiati, potrete portare a casa le ragazze. Allora avremo una tribù, invece di una semplice orda. Adesso filate. E, Oswald… non cer­care di seguire le mie tracce. I tuoi trucchi li conosco tutti; sono buoni, ma ho quarant'anni di esperienza a caccia e ti posso garantire che ti conficco questa lancia nel diaframma, quanto è vero che lo Hoplophoneus era un felino. Andate!».

Penso che, se avessimo voluto, saremmo riusciti a sopraffare papà; ma certo uno o due di noi ci avreb­bero rimesso la pelle. Così, imprecando e ringhian­do, fummo costretti a ritirarci, sempre sotto la mi­naccia della sua poderosa lancia. Quando fummo fuori tiro gli voltammo le spalle e sgattaiolammo verso sud.

Fatti alcuni chilometri, Oswald diede l’alt. Adesso era lui il capo riconosciuto.

« Sentite, fratelli » disse. « Non c’è sugo a continua­re così alla cieca. Dobbiamo parlare, fare un piano d’azione. Il maledetto vecchio ci ha messo nei guai; ma adesso dobbiamo ballare. A fiuto, direi che que­sta gente sta a non più di una ventina di chilometri da noi. Non sappiamo che tipi sono, né che cos’han­no in mente. Magari sono venuti da queste parti per cacciare: potrebbero prenderci per babbuini e farci la festa».

«Macché babbuini!» protestò Wilbur.

«Be’, dipende da quale di noi avvistano per pri­mo» grugnì un fratello. «Non ha senso rischiare».


« Se ci assomigliano solo un po’, prima ci infilzano e poi fanno domande » dissi io. « Credo che tu abbia ragione, fratello. Bisogna avvicinarsi con tutte le precauzioni. Che cosa suggerisci?».

« La prima cosa da fare è armarci » affermò Oswald deciso. « Il vecchio ci ha preso le armi. 
Ora è compito tuo, Wilbur: trova un po’ di selci e fanne asce e lame per appuntire le lance. Intanto noi an­diamo a fare raccolta di bastoni per fabbricare lance e clave».

« Ma non capisco a che serve » fece Alexander. «Non è meglio presentarsi e spiegare quello che sia­mo venuti a fare? Siamo corteggiatori, noi, non cac­ciatori».

«E la stessa cosa» disse Oswald.

« Proprio così » confermai. « Dobbiamo avvicinarci di soppiatto e dare subito un’occhiata all’orda. Noi siamo in quattro, e loro magari in quaranta. Se si stanno muovendo conviene braccarli, tagliando fuo­ri eventuali ragazze sbandate; oppure attaccarli di notte, come iene, e portarci via una ragazza per uno ».

Oswald annuì: «Sono d’accordo con Ernest. Cre­dete che siano disposti a perdere le loro donne così di buon grado? Non la penseranno certo come papà, sugli accoppiamenti in famiglia, e non gradi­ranno affatto quello che ci prepariamo a fargli».

«Be’» brontolò Alexander «secondo me non è questa la maniera più gentile per procurarsi l’affetto di una ragazza…»; ma poi, come sempre, chinò la schiena e si mise a lavorare anche lui ai preparativi. Avevamo quasi finito quando fu folgorato da un dubbio tremendo: «Ma, fratelli, vi siete chiesti se… be’, se piaceremo alle ragazze?».

«Piaceremo, altroché!» ringhiò cupo Oswald, li­sciando il manico di una clava da un metro. Quando ci sembrò che tutto fosse pronto, ripren­demmo il cammino, stando bene attenti a procedere controvento; fino al calar della notte non ci avvici­nammo troppo. Poi trovammo un posto per accam­parci. All’alba, col favore della prima nebbiolina, sa­limmo su una collinetta che avevamo prescelto per­ché consentiva di abbracciare con lo sguardo il posto dove l’orda viveva. Quando la nebbia cominciò a dis­solversi, ci accorgemmo che si trovavano proprio sotto di noi.
Vivevano in riva a uno degli scintillanti laghi che irrigano l’Africa dall’Etiopia allo Zambesi, in fitta e ininterrotta catena. I bordi di quella immensa diste­sa grigio-azzurra erano orlati da una serie di vulca­ni, ognuno con il suo pennacchio di fumo levato ver­so l’azzurro pallido del cielo. Ma nell’accampamento sotto i nostri occhi non c’era traccia di fumo a far da contrappunto. La località era un promontorio fian­cheggiato da paludi fitte di papiri e di erba tifa; nel greto sassoso si aprivano qua e là buche, a volte co­perte con rami di palma e di bambù, a mo’ di mise­ro tetto. Solo il ticchettìo della selce picchiata sulla selce diceva che quelle figurette olivastre accucciate erano uomini scimmia e non un branco di scim­panzé.

«Non hanno il fuoco, e nemmeno una caverna» disse Oswald, disgustato.

« E neanche idea di come si lavora la selce. Sentite che roba! » esclamò Wilbur.

« E noi dovremmo imparentarci con tipi così? » sbottai. «Altro che selezione naturale!». Tutta l’a­credine nei confronti di papà tornò a mordermi.

Via via che la luce del giorno aumentava, lo squal­lore di questo slum paleolitico si palesava sempre più desolante. Ma Alexander osservò: «Non credo che sia poi così brutta come pensate. Quella là a me piace abbastanza». Tutti guardammo nella direzio­ne che i suoi occhi indicavano: da una buca coperta di frasche strisciava fuori, per andare a bere al lago, una ragazza innegabilmente carina.

« Fancocero! Hai proprio ragione! » proruppe Oswald travolto da improvviso entusiasmo. « Ha due quarti posteriori degni di un ippopotamo! Fantasti­ca! Chi l’avrebbe mai detto, in un immondezzaio del genere? ».

«Ce n’è un’altra!» soggiunse Alexander con un sussurro estatico. Aveva ragione: una seconda, gio­vanissima bellezza campagnola era appena sbucata all’aria mattutina e si stiracchiava sotto i nostri occhi, sporgendo il busto in una serie di profonde inspira­zioni. Poi scese all’acqua, caracollando morbidamen­te; ma subito la seguì un’altra stupenda femmina della specie, di proporzioni assolutamente elefante­sche: Oswald fece appena in tempo a soffocare il fischio d’approvazione che già affiorava sulle lab­bra di Wilbur.

«Controllati, macaco! » ringhiò Oswald, ma intan­to anche lui stava letteralmente divorando con gli occhi la ragazza.

«Be’, che cosa aspettiamo?» domandò Wilbur. «Andiamo giù e prendiamocene una per uno».

« Ecco che cosa aspettiamo » lo fermò Oswald. Lo vedemmo anche noi: una figura inequivocabilmen­te paterna, indubbiamente subumana nelle linee ge­nerali, ma del tutto gorillesca quanto a sviluppo mu­scolare e ampiezza di spalle. Il bruto cominciò a per­lustrare, avanti e indietro, la base del promontorio, con un poderoso randello in mano, spalancando ogni poco le nari fiammeggianti alla brezza. I suoi ringhi e grugniti minacciosi potevamo sentirli benis­simo anche dalla nostra postazione, e avevano un solo, chiarissimo significato: vietato l’ingresso.

«Vedo» fece Wilbur; ed effettivamente il nostro ardore sbollì alquanto, alla vista di così truce senti­nella.

« Un attacco frontale è fuori discussione: ci coste­rebbe troppe perdite» osservò Oswald. «Tiriamoci un po’ indietro ed esaminiamo il da farsi».

Nelle retrovie tenemmo un consiglio di guerra. « Io sono per l’attacco notturno » disse Oswald. « Li assaliamo al buio, ruggendo come leoni, arraffiamo una ragazza a testa e ce la squagliamo prima che il vecchio se ne sia reso conto. Che ne dite?».

Ci pensai un momento: «Mah, ho il sospetto che quello dorma con un occhio solo: con tutte quelle belle ragazze in giro… E poi, potrebbero esserci anche dei fratelli, di guardia, i quali certo darebbero l’allarme, se sentissero arrivare qualche leone. Ma ammettiamo pure di arrivare fin là: al buio non vedremmo chi portiamo via. E se poi è la nonna?».

Tutti annuirono vigorosamente: «Hai ragione, non può funzionare» disse Alexander.

«Allora proponi tu qualcosa» berciò Oswald.

«Non potremmo portare qualche torcia?» azzar­dò Alexander.

«Mmm… è un’idea» disse Oswald. «Forse hai tro­vato la soluzione. Dovrebbero spaventarsi, come qualsiasi animale. Noi irrompiamo con le torce in mano, alla luce del fuoco scegliamo le ragazze che vogliamo e ce la battiamo mentre l’orda è ancora in preda al panico».

Scossi la testa. « Niente da fare, non va bene nean­che così. Riflettete: il vulcano più vicino è a quaran­ta chilometri, e noi con le torce saremmo visibili da molto lontano. Ci vedrebbero arrivare con grande anticipo e perderemmo il fattore sorpresa; anche se scappassero spaventati, le ragazze andrebbero con loro ».

« D’accordo » disse Oswald. « Questo taglia la testa al toro. Ma adesso suggerisci tu come fare, Ernest, se ne sei capace. A me sembra che non metteremo mai le mani su quelle ragazze, se voialtri continuate a cri­ticare tutto».

Ma io avevo riflettuto, e nella mente mi si era già formato un piano. « Credo che la soluzione ci sia, e anche piuttosto semplice » dissi lentamente. « Pensa­te: non hanno il fuoco, dunque non possono andare a caccia grossa. Sono raccoglitori, più che cacciatori: ciò vuol dire che devono allontanarsi molto dal cam­po per procurarsi cibo bastante per tutta l’orda. E ciò a sua volta vuol dire, potrei scommetterci, che anche le ragazze partecipano alle battute, cercando di acchiappare conigli, galagoni, insetti e roba del genere, mentre i maschi fanno la posta all’antilope. Sono convinto che si sparpagliano molto. Propongo allora di fare così: dividiamo la zona in quattro setto­ri, uno per ciascuno di noi. Quando un gruppo di cacciatori entrerà in un settore, starà a quello di noi che vi è stato assegnato seguirli, cogliere l’occasione di tagliar fuori una ragazza, catturarla e portarsela via. Certo poi se ne accorgeranno, che manca, ma è probabile che daranno la colpa a qualche leopardo. Chissà quante volte è già successo! Può darsi che qualcuno di noi non sia fortunato; ma, dividendoci, suddividiamo il rischio. Un mese di tempo dovrebbe bastare, per catturare una ragazza; per cui, propon­go di ritrovarci alla prossima luna, nel posto dove abbiamo lasciato papà. Poi torneremo a casa tutti insieme. Con un po’ di fortuna ci riusciremo, e ognuno avrà la sua ragazza».

I miei fratelli ci pensarono un po’ sopra, ma dopo qualche breve discussione il piano fu accettato: era il più pratico, date le circostanze. In fondo, il fattore sorpresa era dalla nostra; l’orda non poteva nutrire il minimo sospetto di quel che stavamo architettan­do, perché questa forma di accoppiamento costitui­va, allora, una novità impensata. Dunque era molto probabile che riuscissimo davvero a filarcela tutti con il nostro bottino.

Fu così che conobbi Griselda.

(Da: il più grande uomo scimmia del Pleistocene, di Roy Lewis)