venerdì 29 agosto 2014

Novità da Monte Prama? Forse la città nuragica di Tharros

di DedaloNur 


Monti Prama (gennaio 1983). Uwe Wienke Luciana Wienke-Serra
Avevo provato a spiegare che quel coccio punico era, a seconda dei punti di vista, o un profeta di sventura o una fortuna inestimabile. Sulla data di distruzione dei Giganti, nessuna novità dai recenti scavi di Monte Prama, ma non c’è neppure da stupirsi dello stupore perché in pochi credettero a quel che il coccio punico testimonia. Ricapitoliamo brevemente: i recenti clamori sulla distruzione del santuario di Monte Prama, il tragico ed epocale evento che pare essere il punto di non ritorno della cultura Nuragica, che durante il IV sec. a.C. fu probabilmente una civiltà a tutti gli effetti, servono solo a suscitare interesse su quanto già appurato dagli scavi di Tronchetti negli anni 70.


L'archeologo rinvenne negli strati più bassi della discarica un coccio di anfora punica al di sotto di un busto di arciere, dell’epoca nella quale Cartagine gettava le basi del suo impero marittimo in Sicilia, Africa, Sardegna: il IV secolo a.C, ma accennò persino ai primi decenni del III sec. a.C.
Il coccio mai lanciato nello stagno di monte Prama, come lo definii, non poteva essere qualcosa di accidentale o dal significato meramente cronologico, essendo rinvenuto proprio negli strati più antichi della discarica associato ad una scultura smembrata e gettata.
Per me quel coccio costituisce una pietra angolare; da un lato è l'antidoto alle fantasie postnuragiche connesse al 1.000 a.C quando qualcuno vede bene di teorizzare la fine della autentica cultura nuragica per l'intervento di Filistei e Sherdani.
Monti Prama (gennaio 1983).
Dall'altro spiega che i nuragici superarono la fatidica soglia dello VIII a.C. quando praticamente per tutti gli archeologi (credo che l'eccezione sia Bernardini), di Nuragico in Sardegna non esiste più niente e tutto diventa fenicio.
Per inciso, e fino a prova contraria, l'anfora punica assolve ovviamente i Romani dei quali non v’è traccia nel sedime più antico della discarica, ma solo nella sua superficie, nella capanna adiacente (sepoltura post-costantiniana del IV sec d.C) e nella piccola necropoli non lontana da Prama. D’altronde, se i frammenti di sculture costituivano già nel IV sec. a.C una discarica di ruderi, è gioco forza escludere la responsabilità romana dalla violazione delle statue: al tempo non camminavano neppure in Sardegna, ma combattevano Veio sotto il comando di Cincinnato.
Nel mio vecchio post criticavo l'assenza di un qualsiasi minimo accenno, negli scritti di Zucca, Tronchetti, Stiglitz et alii, all'ipotesi che il frammento cartaginese potesse testimoniare l'orizzonte temporale della distruzione dei Giganti e la conseguente mancata riflessione sulla presenza dei Giganti ancora nel IV secolo a.C. in rapporto alla città “fenicia” di Tharros; interrogandomi sui perché di tale reticenza o riottosità, conclusi che la si doveva da un lato alla convinzione della estinzione nuragica nello VIII sec. a.C. e dall'altro lato, al timore dell'inedito: una città “fenicia” controllata dai Nuragici, persino quando, ai sensi delle convenzioni fenicio puniche, Tharros acquisì lo status di città con l'installazione del Tophet.
Parlo di reticenza o riottosità anche per la tardività della pubblicazione dei cocci. Ad esempio Lilliu nell'intera sua produzione non accenna mai ne al IV secolo come datazione della discarica ne della distruzione: se ne avesse avuto notizia avrebbe certamente parlato dei cocci punici. Cercando negli articoli del rinvenitore, vale a dirsi di Tronchetti, non ho trovato la notizia ne nei libri ne negli articoli degli anni 90 (p.e I Sardi, l'Effige) nei quali si da notizia solo della datazione di creazione inferita dallo scarabeo egizio.
Tzicotu (gennaio 1983).
Chi ora stupisce del IV sec. a.C. sono coloro che ritengo piuttosto restii a riformulare le loro teorie ripartendo ex-novo dalle nuove scoperte ma che semmai, partono dalle loro teorie per interpretare ed addomesticare i dati, i campioni dell'ex oriente Lux in Sardegna. Così Zucca; fu uno dei primi a scavare a Monte Prama, da quanto sapeva dei cocci punici? Non è dato saperlo.
Ma pure dopo la definitiva pubblicazione di essi negli anni 2000 da parte di Tronchetti, ha misconosciuto per anni il portato di quel coccio ritenendo ancora insuperabile la soglia dello VIII a.C., coi Nuragici liquefatti al solo contatto con la superiore cultura urbana dei Fenici. Questo portò Zucca a spingersi ancora oltre: immaginò i Fenici come temibili guerrieri in grado di distruggere il Barumini e le fortificazioni circostanti, quindi prendere d’assalto Prama ponendola a ferro e a fuoco al fine di estirpare le memorie Nuragiche ed affrancare l'emporio fenicio di Tharros dal servaggio dei padroni nuragici; così, soggiunse, il popolo Fenicio ed armato di Tharros assurse al ruolo di potente polis mediterranea. Zucca s'è basato in particolare su alcune riletture delle fonti classiche e sui dati provenienti da alcuni siti (p.e. Sardara, Su Cungiau 'e Funtà, ed altri) nei quali la cultura nuragica sembra cessare d'incanto, così come spiega Stiglitz in vari articoli di recente edizione.
Fatto stà che per entrambi la datazione della discarica non coincideva con la datazione della distruzione, la quale doveva per forza collocarsi al più nel VII secolo a.C., quindi vicinissima alla fatidico non plus ultra dello VIII secolo a.C.
Per riuscire a datare la discarica ma non la distruzione, dovevano cercare prove del fatto che la devastazione fosse assai più antica dell'ultima collocazione delle macerie, ipotizzando che, chissà perché, chissà per come, ad un certo punto dei contadini di età punica spostarono tutte quelle macerie per arare, collocandole esattamente sopra la necropoli. Al loro arco avevano solo una fibula italica del VII secolo, trovata però, sospesa tra le terre di risulta smosse dalle arature ed infiltratasi nella discarica dagli strati superiori: un pezzo totalmente inaffidabile per datare la creazione del sito, così come la sua demolizione. Il resto lo facevano i ricami filologici e le ipotizzate distruzioni fenice a Cungiau 'e Funtà.
Obbietteranno che si doveva attendere la ripresa degli scavi per essere sicuri del ruolo distruttore
che ora si va delineando per i Punici. Ma a parte il fatto, che il combinato disposto tra il coccio punico di Prama e le varie epigrafi di suffeti cartaginesi presenti a Tharros e ad Antas, è un formidabile argomento comprovante la guerra e l'avvenuta conquista della Sardegna da parte Punica, contro obbietterei che l’insicurezza di prammatica non ha impedito la sicurezza sui fenici distruttori nel VII secolo a.C, pur sempre nella attesa di nuovi scavi a Prama e altrove.

E adesso? E adesso un misero coccio punico trovato a Prama rischia di surclassare tutta l’impalcatura su cui regge la Magna Fenicia del centro Sardegna. Da adesso, chi vorrà, potrà ritorcere contro i teorici della colonia fenicia di Tharros alcuni dei loro stessi argomenti. Perché il coccio di Prama fa superare ai Nuragici la fatidica soglia dello VIII secolo a.C e li fa interagire coi Punici, come tra l'altro dimostrano altri siti meno noti.
Prima di tentare un piccolo volo di fantasia sulle conseguenze di una datazione così alta, per la fine di Monte Prama, proviamo a rivedere brevemente cosa disse Stiglitz sul rapporto politico e militare tra Prama e Tharros, poiché è istruttivo su quanto poi andremo ad ipotizzare.
Ecco come il nostro autore inquadrava il rapporto gerarchico, si può dire, tra il sito di Prama e Tharros:

"Due indicatori territoriali ideologicamente molto importanti per il mondo Nuragico di questa fase: le statue di Monte Prama (Cabras) e Banatou (Narbolia). La loro collocazione è significativamente posta lungo questa direttrice, obbligata per chi controlli Tharros e i suoi spazi di relazione. Le statue staranno in piedi fintanto che il controllo di questa strada è in mano nuragica; nel momento in cui Tharros si ingrandisce e deve controllare direttamente le risorse primarie, quando cioè diviene città, esse non avranno più ragione di esitere. Credo che la storia di s'Uraki e di su Cungiau e funtà ci dicano quando questo momento è avvenuto, al più tardi agli inizi del VII sec. a.C."  pag. 91

E qui ci spiega perché il controllo strategico Nuragico fosse come una lama alla gola di Tharros:

"La maggior parte dei territori utili di Tharros si trova oltre 10 km. in altre parole le principali risorse strategiche necessarie alla città sono distanti in piena area nuragica: i cereali nella piana a e a E, i metalli e il legname nel Montiferru, i pascoli negli altopiani. L'unica strada naturale di penetrazione è controllata da Monti Prama: non è un caso che proprio lì vi siano le statue. Elementi di alto valore politico attestazione di proprietà e controllo del territorio e lungo la stessa direttrice nel tratto che porta verso le risorse minerarie del Montiferru, troviamo i siti di S'Uraki e Banatou. Lo stesso centro nuragico di Su Cungiau e Funtà controlla l'altra via strategica del fiume Tirso che porta verso l'Isola."

Questa situazione geopolitica, potremmo dire, fece sì che gli inurbati nuragici di Tharros, fossero tutt'altro che dei comprimari subalterni ai fenici:

"L'inurbamento ha interessato solo alcune elite, un fatto di classe appunto, non si assiste certo ad un inurbamento di massa e non risponde al problema della definizione del complesso dell'insediamento indigeno. Inurbamento che rappresenta un elemento di subalternità che non si concilia con l'esistenza, fino agli inizi del VII sec a.C. di insediamenti indigeni strategici e in qualche caso di alto valore politico, indicatori di una presenza autonoma indigena che controlla in modo determinato le vie di accesso alle risorse." pag. 95


Siau Nieddu (dicembre 1974)
La perfetta subalternità Nuragica ai Fenici si concretizzerà solo quando, distrutti i Giganti intorno al VII sec. a.C. i Levantini se la presero con Su Cungiau 'e Funtà, occupando S'Uraki e dunque aprendosi la via alle risorse minerarie del Montiferru. Pure Stiglitz, come già lo Zucca, dovrà
rivedere qualcosa di queste ipotesi.
La distruzione dei Giganti nel IV secolo a.C., spiega che la storia andò in direzione opposta. Proviamo pertanto, stavolta, per lo sfizio di un mero esercizio di fantasia, a ragionare partendo dal dato cronologico indicato dal coccio, considerandolo freddamente così com'è, spoglio di qualsiasi obiezione preliminare.
Come già suggerì Torelli nel 1984, dato lo statuto eroico delle statue, se Tharros non riuscì ad emanciparsi prima del IV secolo a.C. allora soggiaceva ai nuragici del Sinis: tertium non datur come pure afferma Stiglitz. Senza il beneplacito degli aristocratici nuragici, Tharros fenicia sarebbe stata spazzata via.
Sempre reinterpretando da tal nuova prospettiva, potremmo vedere sotto diversa luce il ruolo di quei nuragici sepolti a Tharros.
Se i Nuragici dominarono Tharros fino al IV secolo a.C, giocoforza vi esercitarono il potere per mezzo di alcuni rappresentanti. Questi plenipotenziari e guerrieri Nuragici in enclave “fenicia” furono, per forza di cose, gli autentici governanti di Tharros: giacché rappresentavano l'ultima istanza del vero potentato regionale.
L'assenza di qualsiasi epigrafe fenicia indicante un potere alloctono prima del fatidico IV sec. a.C, oltre ad essere da sempre un vulnus alle teorizzate colonie fenice di Sardegna, risulterebbe in tal senso confortante e concorde al nuovo quadro storico.
Chi detiene il potere, inoltre, solitamente non lo divide con l'ultimo arrivato, per quanto affascinante, benvoluto ed utile egli possa essere. Quindi potremmo iniziare a pensare che la Tharros c.d. fenicia fosse in realtà una Tharros nuragica, nel senso di centro di potere militare e mercantile governato dalla aristocrazia Nuragica, ancorché vivificata da una rilevante presenza fenicia. Sempre continuando il nostro esercizio di fantasia potremmo immaginare che i mercanti fenici vi fossero accolti dai Nuragici e quivi inquadrati alla stregua dei Meteci delle Polis greche, e dunque soggetti alla tutela patrocinatrice di un aristocratico Nuragico. Quei patrocinatori che si fecero seppellire insieme ai loro protetti nelle necropoli di Tharros con le insegne della guerra, come illustrò lo stesso Tronchetti ne “I Sardi”.
Così, sempre a partire dal dato cronologico ormai pressoché pacifico, potremmo rileggere le tante interazioni mercantili ed artigianali tra i Nuragici, ed i Fenici, come delle joint venture, create dai Nuragici quali signori del mar Sardo, per mantenere il controllo del commercio con l’Ovest Europeo e l'Etruria. Tale volontà di dominio potrebbe pertanto aver giustificato l'accoglienza nuragica in quel di Tharros, di personaggi di cultura levantina provenienti soprattutto da Cartagine.
E così potrebbe spiegarsi quel progressivo allineamento culturale dei Nuragici verso i Fenici, compresa l'adozione del Tophet. Al riguardo vorrei riportare la nota di Quinn ( THE CULTURES OF THE TOPHET identification and Identity in the Phoenician Diaspora) sulle probabili motivazioni che indussero alcuni re Numidi ad adottare il tophet cartaginese:

There is, of course, no reason to think that the points of identification with Carthage signify identification as Carthaginian on the part of those in communities such as Henchir el-Hami. Tophets, it should now be clear, do not act as markers for “Punicity” or any other specific, bounded, ethnic or cultural group, for individual dedicants or for the community as a whole Instead, their visual culture builds local community identity, at the level of the town or perhaps just the sanctuary. Identifications with Carthage were politically useful in the face of growing Roman power in Africa, suggesting communities’ independence from Rome, and perhaps also from the Numidian kings, through a link with a third party that no longer presented a potential political threat in itself. It is striking that just as Carthaginian iconography is being adopted in the tophets, so are Carthaginian oices in the cities. These later African sanctuaries operate in a very similar way to the tophet at Carthage then, making identifications with a variety of useful sources of social, cultural, and political capital, without imitating them and without identifying as them. Instead, in both cases these identifications shape and consolidate their own cultural identity as communities, especially at times of external threat that required strong communities with powerful allies at a discursive as well as practical level: cultural identity, in these sanctuaries as everywhere else, was a means to other ends rather than an end in itself

Scriveva sempre Stiglitz in Fenici e Nuragici nell'entroterra Tharrense, che nell'ottica del forte ruolo egemonico a cui la Tharros fenicia assurse dopo le distruzioni operate a Prama e Su Cungià ‘e
Funtà del VII sec. a.C. i Nuragici sarebbero dovuti essere indagati e rappresentati nel loro nuovo ruolo di subalternità ai fenici dai quali furono assorbiti ed assimilati. Per l'archeologo dunque vi sarebbe la necessità di decostruire l'etnia Nuragica per fonderla in una nuova etnia meticciata coi fenici.
“Si vuole proporre di ragionare, invece, secondo ‘logiche meticcie’ che ci permettano di ridare vita a quelle entità nuragiche improvvisamente trasformatesi, con la metà del VII sec. a.C., in figure metafisiche”
Cannevadosu da Nord-Ovest (gennaio 1983)
Poiché non vi fu egemonia fenicia fino ai tempi Punici pure questo assunto dovrebbe essere ribaltato. Anche qui i più coraggiosi ed eretici potrebbero osare una risposta alternativa da far tremare i polsi. Piuttosto che indagare decostruendo l'etnia nuragica per ricostituirla in una nuova entità meticcia, potrebbero pensare a come, partendo da Monte Prama, i Nuragici di Tharros abbiano perseguito le strategie migliori per presentarsi al consesso delle comunità del Mar Sardo e del Tirreno, trasfigurando la loro realtà da quasi cittadina in una realtà pienamente civica. In altri termini, il problema non è il presunto meticciamento con sparuti gruppi di cultura levantina (i matrimoni misti sono realtà di ogni tempo), ma il nuovo habitus politico e civico delle popolazioni nuragiche raggiunto nell'età del Ferro.
Essi si presentarono quali guerrieri e padroni del mar Sardo ai commercianti cartaginesi, adottando
stilemi culturali e religiosi di estrazione levantina, non quali simboli di identificazione in una etnia meticcia, ma quali strumenti politico culturali per raggiungere obiettivi ritenuti strategici. Per ottenere questo permisero l'insediamento di gruppi di commercianti ed artigiani alloctoni nelle loro terre, come d'altronde fecero le varie città etrusche con alcuni greci. Fecero quanto anzidetto senza per questo rinunciare alle loro radici etniche come non rinunciarono ad identificarsi in quel monumento altamente simbolico quale è Monte Prama. . Almeno fino a quando Cartagine finì con l'essere un opportunità per diventare minaccia. Per riconoscere la nuova dimensione “civica” dei
nuragici dell'età del Ferro, bisogna ovviamente rinunciare all'assioma per il quale la cultura Nuragica fu integralmente rimpiazzata dalle varie culture coloniali:

It is too often assumed, for example that Nuragic culture was completeley replaced or radically altered by contact with colonial Punic, Roman, Byzantine cultures. This in turn has influenced the way cultural deposit are perceivd and treated analytically. Cololonial items recevered in otherwise Nuragic contexts are often considered intrusive rather than potentially diagnostic of an accolturative environment. Similarly, Nuragic items in otherwise colonial contexts have been taken in evidence for stratigraphic contaminantion from earlier Nuragic strata rather than evidence of Nuragic survivals in later non Nuragic context. Regrettably, such assumptions have sometimes led to the scrapping of entire culture bearing deposits thought to be disturbed. Stratigraphic mixing from natural and human agencies is undoubtedly a reality with wich must deal. (...) Clearly, we must revise the way we view cultural stratification in Sardinia and re-evaluate assumptions about culture change which have been east in terms of culturally pure strata. Acculturation being gradual and history being one fo transitions rather than replacements, cultural overlaps and mixed strata will be the norm: we must devise ways to document these. (Sardinian and Aegean Chronology, di Miriam Balmuth, Robert Tykot 1998)

Solo riconsiderando i contesti nei quali i manufatti nuragici vengono considerati intrusivi perché appartenenti ad un epoca e ad una cultura oramai morti, potremo capire come mai, Statue che dovrebbero essere state abbattute da nuovi padroni nel VII secolo a.C sono ancora in piedi, e come mai, a Bithia e a Tharros, membri di una aristocrazia nuragica che non sarebbe più dovuta esistere dal VII secolo a.C. è invece presente in una città fenicia.

Un coccio (mai) lanciato nello stagno di Prama di DedaloNur. Montepramablog.it 25 NOVEMBRE 2012

- Immagini dell'articolo da I nuraghi del Sinis 1974/1983 Album fotografico di Uwe Wienke e Luciana Wienke-Serra
The Cultures of the Tophet: Identification and Identity in the Phoenician Diaspora (in Gruen, Cultural Identity and the Peoples of the Ancient Mediterranean, 2011) by Josephine Crawley Quinn
Sardinian and Aegean Chronology, di Miriam Balmuth, Robert Tykot 1998
- Fenici e nuragici nell’entroterra tharrense.  Alfonso Stiglitz. Sardinia, Corsica ET Baleares antiqvae 2007