giovedì 4 settembre 2014

I RESPINTI AMORI DI MAFALDA DA SEMESTENE

di Alberto Areddu

Breve riassunto delle puntate precedenti: in un articolo che potete trovare su academia.edu (la lettura è preliminare), ho rivelato che una misteriosa epigrafe della Chiesa di San Nicola di Trullas, non sia interpetrabile come una epigrafe etrusca (come ebbe a sostenere, primo e unico, Massimo Pittau) né che debba esser letta con chiavi insensate fornite da altri studiosi o indagatori. In pratica la traduzione è: ancora son vivo ancora/per dare pene a te che deriva da un distico (in origine forse una quartina) ancora ben conservato in ambito popolare in quel di Chiaramonti. Orbene chiamato in causa M. Pittau è intervenuto sul sito archeofilo pierluigimontalbano.blogspot.com dove, dopo aver riconosciuto en passant di aver preso un abbaglio (peraltro mai ammesso precedentemente) e detto che "Alberto Areddu… ha messo le basi essenziali - a mio giudizio - per una esatta interpretazione dell'iscrizione e pure quelle di una sua verosimile traduzione" subito dopo se ne ritrae perché dice:
"L'Areddu ha avuto buon gioco nell'eliminare come insostenibili la interpretazione e le traduzioni di Giulio Paulis e di Nello Bruno, ma poi ha presentato una sua proposta di traduzione, che, a mio giudizio, è anch'essa insostenibile". Ma come, stavo ancora gioendo perché un attimo fa dicevi che avevo ragione? Vediamo meglio: A lui [cioè Areddu] in realtà è sfuggita una cosa molto importante: in un frastimu «improperio» unico ed unitario è assurdo che manchi il nome del destinatario, uomo o donna che sia. Domanda: e dove mai è scritto che ci deve essere il nome? E chi ha mai parlato di frastimu bello e buono? Qui siamo ripeto, di fronte a un distico ottonario

ancora m'agat' ancora
po dare penas a tie

che fa parte di una canzone a ballo, con vita certa non superiore al secolo, in cui si scambiano battute  a pieno effetto un marito e una suocera (e qui è la donna a parlare). Pertanto secondo il Pittau, che prende spunto da un nuovo suggerimento del Deriu, lo stesso storico sardo-belga che ha fornito a me diverse preziose informazioni sulle vicissitudini dell'epigrafe, all'interno dell'epigrafe ci deve essere per forza il nome della pudorosa donzella (quella che il respinto ha voluto immortalare sull'epigrafe), e toh eccolo appalesarsi qui: Mafalda, anzi Mafa (dal sapore vagamente siculo), che il rifiutato spasimante ha inciso a futura memoria sull'epigrafe in greco, prendendo le lettere di MAGA (MAΓA) originario: 


che fa parte di una canzone a ballo, con vita certa non superiore al secolo, in cui si scambiano battute  a pieno effetto un marito e una suocera (e qui è la donna a parlare). Pertanto secondo il Pittau, che prende spunto da un nuovo suggerimento del Deriu, lo stesso storico sardo-belga che ha fornito a me diverse preziose informazioni sulle vicissitudini dell'epigrafe, all'interno dell'epigrafe ci deve essere per forza il nome della impudorata donzella (quella che il respinto ha voluto immortalare sull'epigrafe), e toh eccolo appalesarsi qui: Mafalda, anzi Mafa (dal sapore vagamente siculo), che il rifiutato spasimante ha inciso a futura memoria sull'epigrafe in greco, prendendo le lettere di MAGA (MAΓA) originario:

Giulivi e festanti i vari Massimo-boys per la soluzione offerta dal decano di sardistica, la standing ovation per il nostro scambiatore di sardo per etrusco, giulivi ma che di greco temo non sappiano nulla, ma ancor meno sanno di logica visto che, osservo:

1) Osservazione di tipo logico 1: Mettiamo che io ami non ricambiato la mia MAFA, secondo voi perché lei sappia che io la amo e lei non mi vuole, scriverei in greco? Beh fossi un professore alle superiori sì, così lei capirebbe che solo io posso esser stato. Ma qui mi si dice che lo scrivano respinto sarebbe stato un impiegato bonorvese al comune di Semestene (lo riporta il Deriu per sentito dire, non io) dove non mi pare si usi comunemente il greco come sistema di scrittura.

2) Osservazione logica 2: Mettiamo che io impiegato Vattelapesca al comune di Semestene sia un tipo originale e voglia fargliela pagare alla mia inviolata Mafalda, e le voglia far vedere che IO conosco persino il greco (e non sa cosa si perde). Secondo voi prenderei un distico sardo, dove c'è una F per farglielo capire o prenderei un frastimu (come dice il Pittau) dove non ci sia? Mi direte: un distico dove ci sia una effe, la bella mica si chiama MAGA! E allora come mai qui il nostro geniale impiegato bonorvese al comune di Semestene (faccio presente che tra Semestenesi e Bonorvesi non corre buon sangue) si è preso un distico originale

ancora m'agat' ancora
po dare penas a tie

dove di F non ce n'è manco l'ombra? Voleva mandarle un improperio a a lei Mafalda? Ce ne sono maree di improperi che contengono F, anzi MAFA: MA FAMINE CHI TI OCCAT 'ma la fame che ti uccida' per dirne uno). Perché non ha fatto uso di uno di questi?  Invece leggendo il pensiero dei nostri acuti recensori, lui aveva già intuito che scrivendo M AGA (in greco M AΓA), pensava poi di poter trasformare il gamma in digamma. Ma sicuro, cari acuti interpreti, solo che trasformando il frastimu originario colla precisa nomina del bersaglio il frastimu svapora, come infatti è svaporato per trent'anni, nessuno comprendendo che era appunto un frastimu, anzi non capendoci nulla!

3) Osservazione epigrafica: mettiamo pure che il nostro impiegato bonorvese al comune di Semestene condividesse con Mafa (un giorno Deriu ci dirà che Mafalda era una fine traduttrice di Callimaco) la passione per il greco (e per questo gliela voleva fare pagare, con lo stesso metro) perché allora utilizzare il digamma 



che in greco non indica mai, cari Pittau e Deriu, F bensì U oppure V, e non utilizzare invece il normale phi: Φ, che giustappunto indica (almeno a partire dall'epoca ellenistica) la nostra F? Ecco come sarebbe apparsa la scritta: 

ANKΩ∙. PAMAΦA∙.
TANKΩ: PAΠΩΔA:
PHΠHNA∙∙ ΣATIE∙∙

avrebbe ottenuto lo stesso risultato:utilizzare un frastimu sardo e innestarci sopra il nome della diniegante MAFA. Non mi verrete a dire adesso che l'impiegato bonorvese al comune di Semestene non conoscesse il Phi, quando si impara al primo anno del ginnasio, mentre conosceva il digamma che, diglielo Pittau, conoscono solo gli eruditi (e i secchioni del liceo) ? Sì lo so cosa mi risponderete: lui voleva che si vedesse MAFA. Solo che anzitutto non si legge MAFA, ripeto, ma MAUA o MAVA, se stai leggendo in greco, e se lui ci voleva mettere la latina F, perché usarla in un contesto greco compromettendo la comprensione del frastimu? Quindi delle due una: o voleva frastimarla e non poteva quindi di fatto nominarla, oppure la voleva nominare e allora non poteva frastimarla. Beninteso, come ha riconosciuto il Pittau, che la soluzione dell'enigma sia proprio il distico.

Ma mi domando: è normale che una persona agisca così? Secondo me no. Forse è lecito in un manicomio (un giorno Deriu ci dirà forse che l'impiegato bonorvese al comune di Semestene l'hanno poi internato in un reparto psichiatrico). Il bello è che criticando il Paulis, il Pittau, arrampicandosi sugli specchi, quanto a logica e coerenza, finisce per dire che si tratti della stessa cosa: un'epigrafe di uno spasimante rifiutato.

Ora io voglio sperare che questa Mafalda, se esistita, (pare ci sia ancora, alu s'agattat, una cugina del Deriu con tale nome, e che Lei -lo dice il Deriu, si badi bene- fosse la pretesa) fosse davvero così procace ma soprattutto perspicace per capire un'invettiva che un respinto impiegato bonorvese al comune di Semestene, le avrebbe indirizzato, perché sarebbe un genio, ma voglio sperare soprattutto, e qui torno serio, che questi ricami odierni di fini intenditori di etrusco e di greco, non vogliano coprire chi è stato il vero responsabile, che sia ben chiaro era a mio giudizio una persona in grado di intendere e volere, di progettare e di realizzare cose ben chiare su posti di una certa importanza (che poi qualche monello abbia rimaneggiato l'epigrafe poco ci cale, non l'ha progettata comunque lui). Sapete quel che penso, penso che aldisopra dei vari nomi che ho fatto per puro spirito eduttivo (e non ho affatto detto che questi nomi me li ha suggeriti qualcun altro, come qualcuno cerca di insinuare) c'era e ancora aleggia lo spirito di Romana Chiesa Cattolica, che dovendo farsi bella difronte alle proprie supposte antichità riscoperte, la Trullas che il cattolico Lilliu indicava come eremo di monaci bizantini (che nessuno ha mai in realtà trovato), pensò bene di ordire un bel fake (sì oggettivamente bello) che richiamava la strage ad opera di un signorotto locale (questa vera), avvenuta proprio nei pressi dell'abside della Chiesa nell' XI secolo (al tempo in cui stando al Lilliu e forse al Paulis qui si sarebbe scritto in greco) e che è giunta a noi attraverso il tardo Libellus Iudicum Turritanorum:


"fetit boquire, in sa ecclesia de Santu Nicola de Truddas, dae segus de su altare, de sos grandes Lieros de Logudoro, de sos de Attene Archiados de Putumayore: et gasi, in pagu tempus, castigait totu sos inimigos suos"


L'epigrafe ce l'hanno appiccicata proprio lì, mica altrove. Ora un'anima morta ci vuol far sapere che è ancora viva (in spirito), pur lì uccisa e forse sepolta,  e ci invita a pensare che dopo la morte c'è ancora qualcosa: una bella punizione per gli uccisori. La Chiesa le accettava ed eccome che le mandava pure dietro le imprecazioni contro i malvagi e i non credenti, una volta. Ecco cosa volevano farci credere (beninteso utilizzando qualcosa di ottonovecentesco che credevano fosse estinto espressivamente) gli estensori del messaggio: che l'uccisione non paga, mentre paga il giudizio divino. Ditemi chi è che ci guadagna in tutto ciò, la tetragona Mafalda o le generazioni di preti che posson continuare a somministrare messe in santa pace per lustri e lustri? Purtroppo per loro qualche mano estranea di fanciullo si è aggiunta al testo, e non si è potuto utilizzare l'instrumentum epigraphicum come si sarebbe voluto.
Un tempo c'eran le supposte reliquie di santi (che la analisi genetica ti distrugge in cinque minuti) oggi ci sono le supposte reliquie scrittorie, che ci vuole trent'anni e magari qualche sfigato professore, genovese e financo ateo, per demolire. Ma si sa, tutto, poi, viene a galla, basta aspettare e superare l'ipocrisia e gli interessi personali di chi in questo come in altri campi ha però sulla mistificazione fatto fortune, religiose, accademiche e anche, ultimamente, politiche.