giovedì 9 ottobre 2014

I sacri pozzi in pillole: viaggio nel Sinis di Cabras

di Sandro Angei

Introduzione

        Dopo la diatriba sul pozzo di Mistras che tanta discussione pro e contro ha comportato, Atropa mi ha esortato a realizzare un reportage fotografico sui pozzi nuragici.
Quest’estate ho percorso il Sinis di Cabras in lungo e in largo sotto il sole alla ricerca di pozzi, con tanta, tanta voglia di cercare, camminare, sudare e in fin dei conti divertirmi da matti con l’entusiasmo alle stelle, benché la fitta macchia mediterranea e le spine abbiano cercato di logorarmi la pazienza e il fisico; ma ho la pelle dura, non mi arrendo facilmente.
Prima di tutto una riflessione: tutti i pozzi sono sacri a prescindere dalle finalità di utilizzo e dal popolo che li ha costruiti.

     I pozzi sacri dedicati al culto hanno una particolare conformazione che esalta l’aspetto spettacolare del rito ad essi connesso. Il 24 aprile di quest’anno ho partecipato ad un seminario presso il sito archeologico di Santa Cristina (Franco Laner e M.P. Zedda erano lì pure loro come relatori), in quell’occasione abbiamo assistito da uno spettacolo eccezionale. Dopo le abbondanti piogge, il pozzo sacro si è trasformato in una sorta di fontana. Dalle commessure dei blocchi della tholos zampillavano rivoli d’acqua che andavano ad alimentare il bacile alla base del pozzo.
Questo mi ha emozionato non poco e mi ha portato indietro nel tempo, visitatore alieno di uno spettacolo che poteva essere (era?) il fulcro di cerimonie religiose dedicate al culto dell’acqua e della dea madre.
Benché il pozzo sia alimentato da una falda perenne, potrebbe suggerirci questo particolare evento la celebrazione di riti legati alle acque piovane?

Nessuna particolare cerimonia invece neisacri pozzi se non d’augurio per la prima acqua attinta; perché questi erano, da quelle genti, utilizzati per le proprie necessità corporali e sostentamento, insostituibili come l’aria, per tanto da rispettare e proteggere. Per questo mi piace definirli “sacri pozzi”, benché nulla abbiano di sacro nel senso stretto del termine.

Ho appurato che alcuni pozzi hanno un vestito nuovo su un corpo vecchio e qui è arduo, se non impossibile, identificare quelli antichi, altri non esistono più perché volutamente interrati, alcuni sono nascosti ed ignoti, altri ancora conosciuti ma nascosti agli estranei. Un tesoro ottenebrato dall’oblio, dall’incuria e dalla reticenza. Sarà forse un caso dovuto alla conformazione geologica del territorio del Sinis, ma tutti i pozzi che ho visitato sono scavati nella roccia, alcuni sono artesiani, arrivano cioè alla falda costretta tra due strati di roccia impermeabile che ne preserva “per certi versi” la potabilità; altri arrivano sicuramente alla falda ma ricevono anche acque freatiche. Così non è (per notizie avute da persone del posto), per il pozzo di Mistras; probabilmente esso non è così profondo da arrivare allo strato roccioso.

Per quanto riferitomi, relativamente ad un pozzo simile a quello di Mistras, che lì vicino esisteva e ormai interrato, che aveva una notevole risalita invernale della curva piezometrica, questi pozzi benché ai limiti della laguna, sono d’acqua dolce. Molto probabilmente la falda che li alimenta risale naturalmente fino al piano di campagna, attraverso qualche spaccatura dello strato impermeabile. Per tanto nessun bisogno di grossi sforzi per arrivare all’acqua sia in fase di scavo (del pozzo), profondo circa 1,5 m, tanto meno per attingervi l’acqua, che fino a 40-50 anni fa serviva per abbeverare il bestiame.
In ragione di quanto affermato vi presento una sorgente, se non un pozzo completamente interrato, che ho scoperto a Maimoni.


Questa si trova a 50 metri in linea d’aria dal bagnasciuga, nascosta da una siepe di giunchi. La presenza della polla è tradita dai varchi creati nella vegetazione, dagli animali che di sicuro vanno lì ad abbeverarsi, in special modo la notte.

 Le frecce indicano i varchi creati dagli animali.


     Tutt’attorno alla macchia di giunchi si notano frammenti fittili, che dimostrano la frequentazione umana della sorgente, che in antico potrebbe benissimo essere stata rivestita a mo’ di pozzo, come quello di Mistras, data la presenza di pietre d’arenaria attorno alla polla.

     Per quanto riguarda il pozzo di Mistras ho da fare ancora una riflessione che potrebbe non essere da poco. Prima della realizzazione della strada per San Giovanni di Sinis, e sto parlando di un periodo antecedente alla motorizzazione agricola in grande scala, la strada che aveva il suo capolinea a San Giovanni, passava in vicinanza di questi pozzi, che dislocati in genere nei crocevia servivano, come già detto, ad abbeverare in genere gli animali.

L’immagine mostra la posizione della vecchia strada per San Giovanni rispetto al pozzo di Mistras. La composizione è stata realizzata sovrapponendo in Google earth la mappa catastale del foglio 79 di Cabras.

   Dal momento che queste strade furono abbandonate in seguito alla costruzione della nuova, è probabile che il pozzo in questione, ormai lontano dalla nuova strada percorsa, sia stato segnalato in tal modo con quella particolare vera, (non entro nel merito della sua antichità perché non ho elementi per farlo), per evitare il suo totale interramento e per ben segnalarlo, in mezzo alla bassa ma fitta vegetazione della laguna, a tutti coloro che ancora in campagna lavoravano con l’ausilio di animali.
Tant’è che la persona di Cabras cui ho fatto vedere il pozzo, che fin da bambino andava in quei luoghi appresso alle greggi ed ai contadini, non riconosce in quella vera i pozzi a lui noti.
Disquisendo sottovoce “in mezzo alla piazza” di Cabras, con persone che con interesse mi ascoltavano perché della loro storia mi stavo interessando, a volte le orecchie della “piazza” si attivano, sentono e in silenzio i loro proprietari (delle orecchie), operano: anche così funziona dalle nostre parti. Tant’è che in un singolo episodio la fortuna mi ha dato una mano, facendomi recapitare da parte di un ignoto “amico”, una chiavetta USB con dentro alcune fotografie di un bellissimo pozzo, del quale non conosco però l’ubicazione (pozzo n° 11). Peccato!

La fortuna invece non ha assistito il pozzo sacro di “Sa gora de sa scaffa” (pozzo n°6), sicuramente distrutto dai tombaroli, per quanto riferitomi. Sul posto ho trovato un desolante nulla.
Mi sono proposto di visitare tutti i pozzi indicati nelle varie mappe consultate, ma è un lavoro immane per una sola persona. E’ un lavoro molto lungo, per tanto, avendo impostato il lavoro in schede singole per ogni pozzo, penso sia il caso di sciogliere gli indugi e pubblicare questi 13 sacri pozzi.

Dedicato ad Atropa Belladonna, che mi ha incoraggiato e ancora m’incoraggia, con la sua
schietta esuberanza.

(continua: a presto con il primo "pozzo in pillole")