lunedì 6 ottobre 2014

IL SACRO SEGRETO PALESE (parte I)

con alcuni accostamenti fotografici impertinenti

di Angelo Ledda 
Taurus draconen genuit et taurom draco
(Il toro è padre per il serpente e il serpente per il toro)

Quanto proverò ad argomentare è l'esito della voglia di “comprendere l'atteggiamento dell'uomo delle società arcaiche di fronte alla materia, di seguirlo nelle avventure spirituali in cui si è trovato implicato quando scoprì la sua capacità di intervenire sul modo d'essere delle sostanze[1]. Tenterò in qualche caso di formulare delle ipotesi, prudentemente perché difficili da dimostrare, ma perlomeno spero, ben argomentate e di un qualche interesse.

All'interno di una inevitabile semplificazione faccio esperienza dell'ipotesi di René Girard che l'origine della cultura possa essere stata di natura “religiosa”, a prescindere dalle teorie da lui formulate sul rapporto tra sacro, violenza e sacrificio che pure stanno sullo sfondo di alcune di queste riflessioni[2]. Questa impostazione, se applicata al mondo “nuragico” insieme alla ormai cospicua bibliografia in materia, mi portano a ritenere un dato acquisito la collocazione nella sfera del sacro del “nuraghe”, in risposta non tanto alla domanda “a cosa servirono” quanto piuttosto “cosa spinse ad edificarli”. Soltanto la risposta a quest'ultima domanda consente di conservare la complessità e le implicazioni nella sfera economica, sociale e politica (e certamente anche militare).

I ragionamenti sull'architettura nuragica che proverò ad articolare tengono conto di due aspetti interconnessi tra loro: la concezione spaziale del nuragico; i rapporti dimensionali tra l'opera costruita in relazione all'ambiente in cui si colloca e all'uomo che li ha prodotti (sostanzialmente i rapporti di scala), che mi piacerebbe si aggiungessero al punto di vista di Franco Laner sugli aspetti costruttivi[3] .

Sul piano del paesaggio[4], della tradizione neolitica e megalitica che ha preceduto il lungo percorso del mondo nuragico, si può affermare che permane un costruito che “si allontana volentieri dalle misure del corpo umano, ma resta infallibilmente in scala con il paesaggio circostante. Il riferimento antropometrico come regola generale è una conquista successiva, propria dell'architettura urbana e antagonista al riferimento paesistico[5].

Franco Laner ha posto l'accento sulla facile confusione che intercorre tra l'opera “megalitica” e l'opera “ciclopica”, della quale condivido il fatto che si potrebbe dire che la prima “non è costruita”, mentre la seconda “va costruita”[6].
Con l'invenzione del nuraghe[7] permane l'elemento condensatore[8] (quale era il menhir collocato, ma “non costruito”) che talvolta pretende di elevarsi più di quanto non possa fare una “grande-pietra” e contestualmente rivela una spinta a generare uno spazio interno in “sottrazione” (pur ridottissimo in proporzione alla massa che serve a definirlo), come a voler simulare l'antro di una grotta[9], con medesima logica di una domus de janas o un pozzo sacro, scavi nel corpo della Madre Terra.

Per gli architetti nuragici il nuraghe è un corpo che deve penetrare il cielo, ancorarlo alla terra e agli inferi lungo l'axis mundi e nascondere uno spazio cavo, un vuoto gravido di senso (si potrebbe definirlo un vuoto “pieno”), inaccessibile e segreto.
Gli architetti nuragici, per giungere alla costruzione di un betilo cavo alla scala del paesaggio dovettero sperimentare la specifica tecnica costruttiva dell'arco orizzontale, che gli consentiva tra le altre cose di aprire un oculo all'apice della cupola.

FOTO 1: Betilo cavo rinvenuto nel sito di Monte Prama, Cabras [10]

Tutta l'architettura nuragica, a mio avviso, sottende questa tensione: da un lato la spinta ascensionale dell'elemento condensatore e dall'altra lo svuotamento e la continua asportazione di materia[11].
Ritengo superfluo sottolineare che la pietra è sempre stata legata al concetto di eternità (vera e propria condanna degli archeologi che infatti non possono datarla): scalfire un elemento offerto dalla natura veniva sentita come una violazione necessaria, una colpa e un sacrificio da espiare, come fu una colpa da redimere quella del bovino/toro che doveva “violare per inseminare” la Madre Terra, in quella che fu definita giustamente la rivoluzione neolitica[12].
Tra gli esiti di questa rivoluzione, provo a immaginarmi come poteva “sentirsi” quella donna-vasaio che manipolando polvere/terra e acqua/fuoco (ciò che era informe, il caos) era capace di restituire una forma altra,  producendo “corpi e grembi materni” (vasi). Devo immaginare che questo sia avvenuto in un'epoca nella quale il mondo religioso era permeato dalla sfera femminile in maniera molto più consistente che nelle epoche successive.
Analogamente mi chiedo quali spinte dovette sentire il minatore-metallurgo, che dopo aver scavato ed estratto i minerali che “crescono nel ventre della Terra, esattamente come gli embrioni”, collaborava all'opera della natura aiutandola a “partorire più in fretta”, come fosse un ostetrico[13].

Così scriveva Eliade, per quanto per molti aspetti il pensiero risulti datato:

“Posteriore alla tecnica della terracotta, la metallurgia si inquadra in un universo spirituale in cui il Dio celeste (…) è definitivamente soppiantato da parte del Dio forte, il Maschio fecondatore, sposo della Grande Madre Terra. Ora sappiamo che, a questo livello di religiosità, l'idea di una creazione operata da un Essere supremo uranio passa nell'ombra, per cedere il posto all'idea di una creazione per ierogamia e attraverso un sacrificio cruento: si assiste al passaggio dalla nozione di creazione a quella di procreazione (…) In diretto rapporto con questo simbolismo sessuale ricordiamo le molteplici immagini del ventre della Terra, della miniera assimilata all'utero e dei minerali assimilati agli embrioni: altrettante immagini che conferiscono un significato ginecologico e ostetrico ai rituali che accompagnano le attività minerarie e metallurgiche”.

Il passo che tenterei di fare ora non ha tanto a che fare con la conquista del minerale e del metallo in sé stesso, che l'uomo aveva iniziato a trasformare con la stessa logica della pietra (si pensi al ferro meteorico per esempio) piuttosto mi chiedo che ruolo poté rivendicare quando imparò a fondere i metalli, portandoli allo stato “informe” e una volta combinati pro-creare una nuova forma. Ipotizzo che questa esperienza rivoluzionaria determinò una nuova coscienza di sé: “alchimisti” primordiali, verosimilmente figure maschili, dovettero rivendicare un nuovo ruolo nel tessuto socio-economico e politico quando conquistarono questa capacità di intervenire sulla materia. Si può presumere che tutto ciò sia avvenuto contestualmente alla codifica di una tipologia di scrittura (e non l'invenzione della scrittura in generale, che forse in altre forme esisteva già da diverso tempo) che procedeva anch'essa per “composizione alchemica”, producendo mix e agglutinamenti, governata con la stessa logica dei metalli. Questo aspetto, che troviamo nella “scrittura nuragica” decifrata da Gigi Sanna, è paradossalmente il dato più contestato e difficile da comprendere, ma ritengo essere l'elemento più chiaro, quasi ovvio pur nella sua complessità [14].

Come scrive Eliade (1980):

“ciascuna di queste attribuzioni mette in luce un aspetto differente della grande mitologia del “saper fare”, cioè del possesso del segreto occulto di “fabbricazione”, di “costruzione” (…) Fare qualche cosa significa conoscere la formula magica che permetterà di “inventarla” o di “farla apparire” spontaneamente. L'artigiano è quindi, un esperto conoscitore di segreti, un mago, e tutti i misteri comportano un'iniziazione e si trasmettono attraverso una tradizione occulta”.

A farne le spese è la stessa idea del divino già fortemente sessualizzata[15], che non fu più “solo madre” e non ancora solo “dio padre”.

Nel delineare i contorni della religione della dea neolitica Maria Gimbutas la definì “matrilistico-gilanica” riconoscendovi al suo fianco un paredro maschile, figlio e sposo; ma qui non ci troviamo più dinanzi ad una semplice ierogamia (o non soltanto) ma ad una vera e propria divinità androgina (foto 2). Certamente continua a riconoscersi la presenza di due forze contrapposte e di un principio dualistico ma il piano non è più quello “fertilistico-naturalistico”. Sul piano compositivo potremmo dire che non basta più “accostare” e “contrapporre”, ma è necessario “fondere insieme”.

FOTO 2: Figura androgina

Penso che sia per questa ossessione nel “tenere tutto insieme” (sym-ballein, da cui simbolo) che è sostanzialmente raro riconoscere forme di “arte applicata” o decorazione pura nell'arte nuragica ed anzi, proprio per questo, il risultato è talvolta “grottesco”. Ma soprattutto per queste ragioni il dio/dea non può che essere unico[16] ed è ancora comprensibile perché i culti sottesi con questa nuova spiritualità tengono conto del “dramma mistico del dio” che viene “smembrato” (regressione allo stadio prenatale, un regressum ad uterum) e poi “ricomposto” e portato a nuova vita immortale[17].

La ragione di questo superamento è spiegata anche da Franco Laner in Sa Ena che ci riporta alla figura dell'ermafrodita (che individua nei betili di Tamuli e nei conci a forma di protome taurina con protuberanze mammilliformi dei pozzi e delle fonti): “Il richiamo all'androgino, figura che ha in sé maschio e femmina, come immagine di perfezione, soprattutto se accostato al culto dei morti, introduce al mondo mitico della creazione, della resurrezione, ai poteri dello sciamano (…) Attenzione non alludo all'atto. La compenetrazione maschio-femmina è documentata. Pur appartenendo alla forte allusione di generazione e propiziazione, l'androgino appartiene a una sfera diversa. Avendo in sé entrambe le funzioni, diventa sintesi, dunque perfezione[18].

Una spiritualità di questo tipo non poteva che insinuare una nuova idea socio-politica, nella quale i sacerdoti-scribi-metallurghi finirono per attribuirsi (essi stessi?) il ruolo di “figli divini”.

In Sardegna, affianco ai ruoli e ai culti di sacerdotesse di tradizione neolitica (foto 3) si affiancava e conviveva una nascente casta sacerdotale (i Signori-Tori-Giudici) con compiti complementari, che forse nel tempo prese il sopravvento sul piano degli interessi di potere. La “quota parte femminile” non venne affatto messa in discussione (per la sua natura di “custode” della vita), ma la “quota parte maschile” si fece carico di contribuire a rendere “perfetta”, quindi divina e immortale, quella vita[19].


FOTO 3:Yana (sacerdotessa) seduta sul tripode, treppiede con paiolo ed epithema concavo:“in tutte le raffigurazioni il tripode delfico appare così alto da rendere necessaria una sorta di scala, quando la Pizia voleva sedersi sull'epithema concavo, lo hòlmos”(K. Kerenyi)

Non ci dovrebbe quindi stupire che Augusto Mulas individui all'interno dei nuraghi resti di elementi attinenti a culti sacrificali, frammenti di vasi (rotti non accidentalmente), ma anche scorie di lavorazione dei metalli, che indurrebbero a pensare alla presenza di laboratori ed officine all'interno di alcuni spazi dei nuraghi complessi[20].

Se ci riferiamo ad un “nuraghe-tipo” (cercando di superare l'ostacolo della nomenclatura tutt'ora vigente di stampo militaristico e ipotizzando che il canone fu più volte sottoposto a revisione[21]) dal punto di vista formale sarei propenso a descriverlo, in questo modo: il segno femminile è la tholos-utero, lo spazio cavo (camera interna, pozzo e favissa, vaso e paiolo della jana, mondo sotterraneo) dentro il quale “nasce” in-forma di luce il vitello-embrione di toro[22](foto 4). La tholos è compenetrata dal segno maschile, ambizioso di elevarsi (il fallo, la forma betilica e conica esterna) che la avvolge come un “manto”. Per mezzo della loro unione, ma fisicamente e strutturalmente tra le due forme architettoniche come un bicchiere dentro l'altro, si avvita la scala elicoidale (il serpente seme, segno del tempo e della vita indistruttibile).

Foto 4: La luce del toro

L'organizzazione spaziale del nuraghe è per me affine a quella di un labirinto: il mito greco-cretese ci dice che Arianna (dea cretese, prima che fanciulla greca), sposata da Dioniso dopo essere abbandonata da Teseo nell'isola di Nasso, viene “ascesa al cielo e incoronata”, quindi fatta costellazione (Corona borealis). Kerenyi ci spiega che il labirinto era per i cretesi “un cammino verso la luce”, il cui segno era la danza che “avvolgeva” e si “svolgeva” nel cortile centrale del Palazzo di Cnosso (il filo-serpente di Arianna, la danza delle gru) ad indicare quel transitare tra inferi (dove abita il Minotauro, bestia ed embrione) ed il cielo. 

Dedalo è sia l'inventore del Labirinto che della danza (filo) e del volo (le ali di Icaro), ovvero gli espedienti per uscirne. Si potrebbe spiegare così perché i Greci associarono i nuraghi (“daidàleia”) alle opere costruite da Dedalo? Ipotizzo dunque che il nuraghe possa essere letto come un labirinto tridimensionale, una macchina per ascendere al cielo lungo l'axis mundi verticale (il palo, l'albero, la colonna) e per condurre alla “seconda nascita”, quella divina. Lo stesso concetto sarebbe chiaramente espresso anche nel processo costruttivo in quanto “macchina di se stesso” (Franco Laner, 1999).

Se volessi provare ora a descrivere il “comportamento rituale”  generato da una spazialità di questo tipo, tenendo conto degli elementi “simbolici” sopra richiamati, direi che l'embrione di toro, il vitello in forma di luce nato all'interno della camera oscura, viene asceso al cielo per mezzo del serpente dall'occhio-oculo luminoso (perchè contiene in grembo quella stessa luce[23]) e portandolo in alto lo manifesta incoronandolo (e forse intronizzandolo): nasce così il figlio divino, compiutamente toro.
La manifestazione di questo tratto divino è proprio nella corona, il quarto elemento che compone il nuraghe tipo (insieme all'oculo).

FOTO 5 : Accostamento impertinente n. 1: Bronzi allo spiedo e la spada che àncora l'astro (stella, luce cerchio )

Descrivendo i sigilli di Tzricotu, il prof. Sanna ci aiuta a leggere la forma fallica del nuraghe ottenuta unendo i segni indicanti gli antropomorfi. Osservo che all'interno di quella forma è imprigionata la testa taurina, mentre l'elemento che manifesterebbe il carattere divino (le corna) fuoriescono da quella stessa forma e si chiudono a cerchio (luce). La corona polisemica, fatta di corni di toro ovvero raggi (ma forse anche uccelli appollaiati), sarebbe architettonicamente composta dai mensoloni ritrovati in diversi contesti archeologici (foto 6-7).

FOTO 6-7: Uccelli appollaiati e mensoloni a Barumini

Quello che appare un terrazzo aggettante è piuttosto un elemento simbolico luminoso che rende manifesto il tratto divino: è il capitello di una colonna, è la parte sommitale di un'altare (che significa “portar su”) o braciere, reggenti una luce, sia questa un astro/sole/luna o una fiamma eterna. Così si potrebbe assorbire la diatriba e confusione tra modelli di nuraghe, modelli cosmici e candelabri-lucerne, capitelli o altari[24].(foto 8, 9)

FOTO 8: Altare, capitello o modello di nuraghe?

FOTO 9-10: Accostamento impertinente 2: Lucerne o modelli di nuraghe? E il “cero” portato in processione dal corteo che danza con movimento spiraliforme nella festha manna sassarese dei Candelieri.

Mi piacerebbe chiudere questa prima parte con alcune parole di Karl Kerenyi, premettendo che nel mondo cretese l'inizio dell'anno coincideva con quello egizio del “sorgere mattutino di Sirio” al solstizio d'estate (una stella ambivalente che in Egitto coincideva con il gonfiarsi del Nilo e dava il via ad una stagione migliore mentre a Creta e in Grecia era anche sintomo di calura esiziale):

“Aristeo (…) ordinò che a Ceo il sorgere di Sirio fosse salutato con una danza armata. Ma al tempo stesso egli fece di tutto per attenuare l'effetto dannoso della stella (…) Di là dal mare, in Egitto, a questo scopo si ricorreva ad un altro rimedio particolare, e la Creta minoica sembra aver praticato anch'essa questo incantesimo apotropaico. A Cnosso compare il nome i-wa-ko, la cui lettura in greco potrebbe essere Iakos, Iachos ma anche Iakchos (…) A questa forma è forse da collegare un nome di Sirio: Iakar, parola che in greco suona del tutto straniera. Per i due nomi – Iakar e Iakchos – si può far riferimento a una storia egizia. Iachen o Iachim era il nome di un uomo saggio e pio che viveva in Egitto, si dice sotto il re Senyes. Può anche darsi che quest'uomo sia stato una figura divina. Di lui si raccontava che mitigasse per mezzo del fuoco la forza ardente di Sirio nel periodo del suo sorgere mattutino, e che in tal modo estinguesse le epidemie che scoppiavano in quel medesimo periodo. Quando morì fu eretto per lui un santuario sepolcrale e i sacerdoti, dopo aver compiuto i debiti sacrifici, prendevano dal suo altare il fuoco per compiere la stessa operazione. Sembra che si trattasse di un rituale magico consistente nel portare in giro il fuoco per contrastare il fuoco esiziale della stella. Grazie a Dioniso questo fuoco si trasformò nella “pura luce dell'estate piena” (…) Questa luce fu concretamente messa nella mano di una figura divina, che era considerata un doppio di Dioniso. Il suo nome (…) acquistò il suo nome fonetico definitivo di Iackos perché questo era il grido enfatico che si udiva ripetere nelle processioni (…) non solo veniva invocato con un grido ripetuto all'infinito, ma era anche il portatore di fiaccola. Nella figura di Iacco si conservò il rapporto tra la luce e il fuoco (…) La processione che si celebrava ad Atene al termine dell'opora, nel corso della quale veniva condotta in giro una statua di Iacco portatore di fiaccola, era considerata il preludio ai grandi Misteri di Eleusi; durante questi ultimi, al tempo della vendemmia, un fanciullo divino nasceva nel mondo sotterraneo. Iacco, invocato a gran voce, è “l'astro portatore di luce dei misteri notturni”.[25]

                                                                                      NOTE
[1]   Mircea Eliade, Arti del metallo e alchimia, Bollati Boringhieri, 2004 (I ed. 1980). La prefazione di Eliade alla prima edizione del testo è del 1956
[2]    Si veda per esempio René Girard, Delle cose nascoste fin dalla fondazione del mondo, Adelphi 1996, edito nel 1979 dopo La Violenza e il Sacro (1972), ma anche l'opera di Mircea Eliade sul primato antropologico del sacro.
[3]    In particolare si vedano le opere di Massimo Pittau, Gigi Sanna, Franco Laner, Danilo Scintu, MP Zedda, Giorgio Baglivi, M. Cabriolu, GRS, Augusto Mulas e tanti altri sulla funzione del nuraghe e in particolare sugli aspetti costruttivi Franco Laner inAccabadora. Tecnologia delle costruzioni nuragiche, Franco Angeli, 1999.
[4] Gli studi archeo-astronomici sono certamente parte specifica del mio ragionamento, per quanto non abbia potuto richiamarli in modo più consistente. Ci tengo a sottolineare il titolo che Mauro Peppino Zedda ha scelto peri il suo “Archeologia del paesaggio nuragico” (Agorà Nuragica, Cagliari, 2009) perché contribuisce non soltanto a spiegare quanto sia difficile, se non impossibile, parlare della costruzione nuragica slegata dall'ambiente in cui si colloca e dal modo in cui i costruttori percepivano il loro “stare” al mondo. Infatti nell'accezione di “paesaggio” il dato essenziale non è tanto il dato ambientale o territoriale, ma il modo in cui questo viene percepito dall'uomo, e per questo ne rivela la natura essenzialmente progettuale. La Convenzione Europea sul Paesaggio così lo definisce: il paesaggio designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle persone, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni.
[5]  L. Benevolo, B. Albrecht, Le origini dell'architettura, Edizioni Laterza, 2002 (pp. 47-49)
[6]  Laner, Accabadora. Tecnologia delle costruzioni nuragiche, Franco Angeli, 1999.  p.30 (Nota 4: Megaliti e costruzioni ciclopiche)
[7]    Tralascio qui la complessa ma fondamentale classificazione tra i cosiddetti protonuraghi, nuraghi a bastione e a corridoio, monotorre e complessi, ecc. Si veda nel merito M.P. Zedda, Archeologia del Paesaggio Nuragico, Agorà Nuragica, Cagliari, 2009 (cap. 6).
[8]    Si vedano Mircea Eliade, Il mito dell'eterno ritorno, 1949 e Mircea Eliade, Il sacro e il profano 1956;
[9]    Karl Kerenyi in Dioniso. Archetipo della vita indistruttibile, (Adelphi 1992 - prima ed. 1976) scrive: “Un altro mondo, questa volta sotterraneo, il mondo delle grotte, era ugualmente per i Minoici un luogo di culto; ed entrambi lo erano assai di più dei grandi palazzi. Per qualche aspetto questi appaiono come predecessori dei templi greci, almeno di quelli che sono elevati sopra la modesta misura di piccoli santuari”(p. 35)
[10]  Si veda ancora Franco Laner in Accabadora. Faccio notare che nel sito di Monte Prama, negli scavi degli anni 70, sono stati rinvenuti betili cavi, come ho potuto osservare in una foto pubblicata nel gruppo Facebook “Archeologia della Sardegna” postata dall'utente Gerolamo Exana (https://www.facebook.com/photo.php?fbid=712457208849353&set=gm.555350951231712&type=1&theater)
[11]  Sull'axis mundi si veda ancora M. Eliade in bibliografia. L'idea “cosmizzante” di Eliade è ripresa anche da Giorgio Baglivi in due testi differenti. Nel primo (Il sacro nell'epoca nuragica. Dalla Dea Madre al Sardus Pater) riteneva che il mondo nuragico solo in fase tarda avesse acquisito una idea spirituale “cosmizzante” mentre aveva conservato  quella di matrice neolitica “maternalizzante”. Molto interessante è però l'idea che l'architettura del nuraghe sia mezzo attraverso il quale l'uomo trasforma la sua idea spirituale nel “transito tra pozzo e cupola”. In un secondo testo (Alchimie dell'anima) retrocedendo parzialmente, accosta i nuraghi agli ziqqurat mesopotamici e le piramidi egizie, accomunate dal loro essere “tra cielo e terra” (dur/nur-an-ki)
[12]  Sulla relazione tra sacro, violenza e sacrificio si veda  René Girard. Claude Lévi Strauss scriveva: “Dipendiamo ancora dalle immense scoperte che hanno contrassegnato quella che si chiama, senza davvero esagerare, rivoluzione neolitica: l'agricoltura, l'allevamento, la ceramica, la tessitura. A tutte queste “arti della civiltà” da otto diecimila anni ci siamo limitati ad arrecare solo perfezionamenti” e invece Mircea Eliade: “avremmo dovuto studiare piuttosto l'esperienza demiurgica del vasaio primordiale, poiché fu questi il primo a modificare lo stato della materia. Ma il ricordo mitologico di questa esperienza demiurgica non ha lasciato quasi traccia”
[13] Mircea Eliade, Arti del metallo e alchimia, Bollati Boringhieri, 2004 (I ed. 1980), p. 8
[14]  Si vedano Gigi Sanna, Sardoa Grammata 'ag'ab sa'an yhwwh (S'Alvure, Oristano 2004), I segni del Lossia Cacciatore, (S'Alvure, Oristano 2007) e La stele di Nora, Il dio, il dono, il santo, (PTM Mogoro 2009). Di questa relazione “alchemica” tra la scrittura e la metallurgia è di un certo interesse la presenza dei “minatori” del Sinai.
[15]  Tralascio per non dilungarmi ulteriormente, il ruolo della cosiddetta “petra genitrix” e la correlazione tra elemento maschile “fallico”, come per esempio è quella del Sacrario di Afrodite a Pafo nell'isola di Cipro, sospendendo l'argomento con le parole di Eliade che rivelano una certa ambiguità di senso: “E' notevole che un certo numero di meteoriti siano associate a dee, specialmente a dee della fertilità (…) L'essenza urania, e quindi maschile, delle meteoriti restano non di meno incontestabili” . Sulla presenza di “falli” in Sardegna e in Egitto si approfondisca con gli studi di Aba Losi nel blog Monte Prama. In particolare: Atropa Belladonna, “Falli di cultura nuragica” in Montepramablog del 21 settembre 2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/09/falli-di-cultura-nuragica.html), oppure “Niente sesso siamo inglesi” in Montepramablog del 4 agosto 2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/08/niente-sesso-siamo-inglesi.html) e ancora Atropa Belladonna, “Quelle signore con qualcosa in più” in Montepramablog del 16 agosto 2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/08/niente-sesso-siamo-inglesi.htmlhttp://monteprama.blogspot.it/2014/08/quelle-signore-con-qualcosa-in-piu.html) e “Sei nobile? allora non farlo vedere” in Montepramablog del 02 settembre 2014 http://monteprama.blogspot.it/2014/09/sei-nobile-allora-non-farlo-vedere.html
[16]  Sulla presenza della dea femminile del neolitico si vedano le opere di Marija Gimbutas Il linguaggio della dea: mito e culto della Dea Madre nell'età neolitica (1989), Le dee viventi (2005) e ancora Stone Merlin, Quando Dio era una donna, 2011. Sul dualismo si veda Donatello Orgiu, La dea bipenne (2013) e gli scritti di Giorgio Baglivi già richiamati. Non ho ancora avuto modo di leggere il libro di Alessandro Mannoni “Religione e spiritualità nella Sardegna Nuragica (2014). Sulla divinità androgina in Sardegna (e non solo) si vedano in primis gli studi epigrafici del Prof. Sanna che tra l'altro ha ripreso e approfondito l'ipotesi di un dio unico e “nazionale” di Raffaele Pettazzoni, La religione primitiva in Sardegna, Delfino, ed. 1993 (seconda ristampa ed. 1912).
[17]  “Si può supporre che l'esperienza della vita drammatica della Materia sia stata resa possibile dalla conoscenza dei Misteri greco-orientali. Sappiamo che l'iniziazione ai Misteri consisteva, nella sua essenza, nel partecipare alla passione, alla morte e alla resurrezione di un dio (…) Il senso e la finalità dei Misteri erano la trasmutazione dell'uomo: attraverso l'esperienza della morte e della resurrezione iniziatiche, il mito mutava in regime ontologico (diveniva “immortale”)” (Eliade). Interessante anche l'ipotesi di Dolores Turchi che interpreta la parola “carrasecare” del carnevale barbaricino come “smembramento di carne”.
[18]  Franco Laner, Sa Ena. Sardegna preistorica: dagli antropomorfi ai telamoni di Monte Prama, Ed. Condaghes, 2011 (p. 50). Vorrei richiamare l'attenzione su un aspetto che trovo necessario approfondire: ermafrodita,  nel mito greco è “figlio” dell'unione di Ermes e Afrodite, come già il nome rivela. Ermes è anche la figura mitologica che da il nome all'elemento architettonico detto “erma”, ovvero un “pilastro antropomorfo” che deriverebbe proprio dal betile.
[19] “Più che la teoria filosofica dell'unità della materia, è probabilmente la vecchia concezione della Terra Madre portatrice dei minerali embrioni che ha cristallizzato la fede in una trasmutazione artificiale operata, cioè, in laboratorio.
E' l'incontro con il simbolismo, le mitologie e le tecniche dei minatori, dei fonditori e dei fabbri che, verosimilmente, ha dato luogo alle prime operazioni alchemiche. Ma è stata soprattutto la scoperta sperimentale della Sostanza vivente, come era concepita dagli artigiani, a svolgere il ruolo decisivo. In effetti, è la concezione di una Vita complessa e drammatica della Materia che costituisce l'originalità dell'alchimia rispetto alla scienza greca classica” (M. Eliade).
[20]  Augusto Mulas, L'isola sacra. Ipotesi sull'utilizzo cultuale dei nuraghi, Ed. Condaghes, 2012
[21]  Se ho ragione nella lettura che sto proponendo in via ipotetica, si potrebbe gerarchizzare le numerose torri nuragiche, distinguerle e tracciarne una cronologia, senza il bisogno di assumerle in toto come edifici di culto.
[22]  Gruppo Ricerche Sardegna, La luce del toro, PTM Mogoro 2011. L'intenzionalità di questa figura luminosa è contrastata da Franco Laner e da Mauro Peppino Zedda, che tuttavia riconoscono che la cosiddetta “finestrella di scarico” non avesse funzione statica ma legata a implicazioni astronomiche. Per Gigi Sanna è invece prova ulteriore che architettura, epigrafia e astronomia concorrono a rendere tangibile che la parola “nul-ak” significhi “toro di luce”. Si veda a proposito l'articolo Gigi Sanna, “La nascita del toro 'bambinello'. Nel Santa Barbara di Villanova Truschedu il culto cananaico della potenza della luce di 'El YHWH” in  Gianfrancopintoreblog del 18 dicembre 2011 (http://gianfrancopintore.blogspot.it/2011/12/la-nascita-del-toro-bambinello-nel.html)
[23]  “Le serpi gravide, secondo Andromaco, dovevano essere risparmiate, la qual cosa concorda pure con un tratto fondamentale della religione dionisiaca, la conservazione dell'embrione” (Kerenyi, Dioniso, p. 76)
[24]  Si può ipotizzare che il simbolo della “donnina-Tanit” possa rappresentare anche questo: il triangolo (tronco di cono) con le gambe aperte (tholos) e la corona polisemica (braccine) che reggono/portano in alto la luce (il cerchio). Un'altra curiosità riguarderebbe la “festha manna” sassarese dei Candelieri che danzano in senso spiraleiforme con al centro i ceri, che a me ricordano i modelli di nuraghe rinvenuti a Monte Prama dall'aspetto di lucerne. Mi chiedo se si può ipotizzare una data più antica di quella comunemente nota che risalirebbe ai pisani.
[25]  Karl Kerenyi Dioniso. Archetipo della vita indistruttibile, Adelphi, Milano 1992 (prima ed. 1976), pag. 88 e seg.


BIBLIOGRAFIA
Atropa Belladonna, “Scrivere Nuraghe è come scrivere ŠRDN?Forse” in gianfrancopintoreblog del 04 maggio 2010 e  ripubblicato in Montepramablog del 16.07.2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/07/scrivere-nuraghe-e-come-scrivere-srdn.html)
Atropa Belladonna “Umano sarà lei” in montepramablog del 04 maggio 2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/05/umano-sara-lei.html)
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Atropa Belladonna, “Quelle signore con qualcosa in più” in Montepramablog del 16 agosto 2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/08/niente-sesso-siamo-inglesi.htmlhttp://monteprama.blogspot.it/2014/08/quelle-signore-con-qualcosa-in-piu.html)
Atropa Belladonna, “Una curiosa ipotesi di Vincenzo Santoni: e se quel "doppio betilo" di Serri fosse il resto di una statua?” in montepramablog del 31 Agosto 2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/08/una-curiosa-ipotesi-di-vincenzo-santoni.html)
Atropa Belladonna “Sei nobile? allora non farlo vedere” in montepramablog del 02 settembre 2014 http://monteprama.blogspot.it/2014/09/sei-nobile-allora-non-farlo-vedere.html
 “Un altro "doppio-betilo": ma stavolta è mini e ha i piedi”; cose che capitano in montepramablog del 03 settembre 2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/09/un-altro-doppio-betilo-ma-stavolta-e.html)
Atropa Belladonna, “Falli di cultura nuragica” in Montepramablog del 21 settembre 2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/09/falli-di-cultura-nuragica.html)
Atropa Belladonna, “Una Gran Casa con la coda di Toro” in  montepramablog del 15 ottobre 2014 (http://monteprama.blogspot.it/2013/10/una-gran-casa-con-la-coda-di-toro.html)
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Le immagini a corredo del presente post sono tratte da un archivio di ricerche effettuate nel web e pertanto non mi è sempre possibile indicarne la provenienza. Mi scuso con gli autori.