domenica 19 ottobre 2014

IL SACRO SEGRETO PALESE (parte II)

con alcuni accostamenti fotografici impertinenti (vd. prima parte)

di Angelo Ledda 

Nella prima parte del testo ho ipotizzato che la rivoluzione “alchemica” abbia generato una nuova forza socio-politica derivata da una nuova visione spirituale, condivisa con sacerdotesse di antica tradizione. Se ho interpretato correttamente il nuraghe-labirinto e la doppia presenza betilica (femminile cava e maschile fallica – foto 15), resta lecito domandarsi se tutti gli edifici che comunemente chiamiamo “nuraghi”, avessero questa valenza e soprattutto se recassero la corona polisemica (raggiante e cornuta, o come la definirebbe il Pittau, “corona radiosa”).

Dal mio punto di vista non è necessario (ma non tendo ad escluderlo) che tutti gli edifici che chiamiamo “nuraghi” fossero incoronati. Ipotizzo che soltanto alcuni di questi lo divennero quando la casta sacerdotale concentrò a sé maggiori poteri politici e amministrativi, derivanti comunque da “ascendenza” divina (più che discendenza), ed il Toro-Giudice si espresse in qualità di “reggente” (di corona, appunto)[1].

Alcuni “raggi aggettanti”, per esempio quelli rinvenuti a Barumini, mostrano una lavorazione dell'elemento lapideo ben differente rispetto a quella dei conci che compongono la costruzione. Questa differenza la si potrebbe certamente attribuire ad una successiva fase di costruzione, ma potrebbe essere il frutto di una diversa volontà espressiva, nel rendere l'elemento che più di tutti manifesta la raggiunta “trasmutazione dall'embrione-toro al compiutamente-toro” (che pertanto vuole essere “perfetta”).

Si può ritenere quindi, che la costruzione dei “nuraghi complessi” sia espressione di una ulteriore mutata dimensione politica (che si deve attribuire anche ai rapporti intessuti con il resto del Mediterraneo) che abbia comportato la necessità di ampliarne gli spazi, fino a connotare alcuni di questi quali centri di potere.

Quello che non scompare affatto non è soltanto la “ascendenza” divina di quello stesso potere, ma nemmeno la presenza dell'elemento sacrale che ho definito “nuraghe-labirinto” che anzi conserva in toto (ed anzi aumenta) la sua “individualità” all'interno del nuraghe complesso. Questo lo si può osservare sia nei casi di un nuraghe-complesso costruito ex-novo, sia in quelli di ristrutturazione e di ampliamento con l'addizione di  torri e  lobi annessi, che si accostano soltanto alla struttura centrale. Quando presenti, le corti, hanno il compito di preservare l'“individualità” della torre centrale e per mezzo dello schiacciamento prospettico (specie nei casi di corti con spazi ridottissimi-foto 16) amplificarne la maestosità e la verticalità. Tale considerazione la si deve estendere al corridoio circolare che avvolge la torre centrale del Nuraghe Santu Antinu di Torralba.

 FOTO 16: Una ridottissima corte consente di conservare l'individualità della torre centrale. Immagine da questo sito: 


FOTO 17: Il manto lapideo del Nuraghe Losa: il rifascio

Se il monotorre era “aperto” al cosmo, il manto del cielo non è più sufficiente a proteggerlo: un nuovo manto (il rifascio dei nuraghi - foto 17) deve separare ulteriormente lo spazio “santo” da quello “santissimo”.

Per spiegare meglio questo transito, mi piacerebbe qui accennare ad una logica spaziale (che sarà impiegata per esempio dei romani), che riguarda il continuo articolare dello spazio da parte dei nuragici secondo un continuo e progressivo “spazio dentro spazio” (fino a giungere al centro, che è quasi sempre uno spazio vuoto - dove abita il Minotauro). In questo modo gli architetti nuragici riescono a “tenere insieme” ciò che è più vasto (la dimensione cosmica) con ciò che è più nascosto e minuto (l'infinitesimo verrebbe da dire).
Lo stesso tipo di rapporti è per giunta riscontrabile tra la scrittura “con” monumentale e la micrografia[2].
Questa caratteristica aggregazionale multicellulare che definisce uno spazio “vuoto”, in qualche modo anch'essa circolare-labrintica (da e verso il centro, centrifuga e centripeta allo stesso tempo), si conserverà nelle espansioni future dei villaggi e nella loro organizzazione intorno al nuraghe e tra capanne che definiscono corti centrali.

Resta in auge la visione macro-cosmica all'interno di un paesaggio di tradizione neolitica e costruito nei secoli (e basterebbe pensare a quale macchina astronomica sia il Santu Antinu di Torralba, oltreché la probabile collocazione secondo lo schema delle Pleiadi come ritiene Augusto Mulas), ma pare contestualmente conformarsi l'idea di un micro-cosmo - direi un modello di quel cosmo - che mi lascia intendere che i nuragici conoscessero (o stessero sperimentando) la dimensione urbana.

Non è affatto detto che tutti i nuraghi divennero un centro di potere (religioso, economico e politico), altri furono in qualche modo impegnati (ma la si consideri una metafora) a “sperimentare” nuove tipologie, analoghe di senso al nuraghe, quali pozzi e fonti sacre, come ha ipotizzato Augusto Mulas per alcune tipologie che appaiono ibride[3], ma anche la stessa idea di Santuario nel nuraghe stesso.

Ipotizzo che la concentrazione della dimensione amministrativa e del potere, abbia reso ancor più inaccessibile al popolo questo spazio di culto, portando quindi alla necessità di trovare nuove tipologie e spazi templari.
In questo senso il nuraghe-complesso costituisce il tramite tra la dimensione del paesaggio cosmico e quella del paesaggio urbano.

Sappiamo ancora troppo poco del sito di rinvenimento dei Giganti di Monte Prama (si è parla di santuari e di una sorta di metropoli) ed è facile immaginare che il sottosuolo ci conservi ancora la chiave di collegamento tra le due dimensioni di paesaggio sopra dette (fino alla possibile confutazione del paradigma lilliano di una civiltà non-urbana).
Contestualmente il monotorre centrale, conservando la propria individualità, in qualche misura si “iconizza” e ci rende coscienti che siamo più vicini ad una dimensione antropometrica (ma non certo antropocentrica).

Il Prof. Gigi Sanna chiama “faraoni” sardi, i Tori-Giudici, ora reggenti e figli divini.
Nel mondo egizio “faraone” significa però “grande casa”[4]: lui stesso è il tempio (lo scrigno), per mezzo di lui “dimora”e ha la sua epifania il divino. Provo pertanto a sperimentare se può esistere la possibilità che il più autentico scrigno fosse proprio il Toro-giudice (il Gigante stesso), che reca il medesimo significato di un “betilo” o di una statua-stele.

Ipotizzo quindi che ad un certo punto il “corpo architettonico” (il nuraghe betilo “iconizzato”) ed il “corpo del toro-giudice” (shardana) abbiano finito per identificarsi. Sul piano epigrafico lo spunto me lo fornisce un articolo di Aba Losi, ripubblicato di recente sul blog, sulla possibile equazione nello scrivere “srdn” e “nurake”, al quale rimando[5].

Il Signore-Toro-Giudice sarebbe dunque lo scrigno (tempio) che manifesta la sua natura di “figlio divino” (la seconda nascita) per mezzo del copricapo cornuto/corona luminosa e del mantello che lo avvolge.
La relazione tra betilo-nuraghe e la figura antropomorfa non è peraltro assente (foto 18). Nel modello di  Cannevadosu (foto 19) ipotizzo un corpo antropomorfo, parallelo al corpo architettonico, nell'atto di “incoronarsi”(o reggere la corona) mentre, in un secondo modello di nuraghe, un antropomorfo nell'atto di “ammantarsi” (la forma è conica come il nuraghe stesso- foto 20)[6].


In altre parole il Toro-Giudice è un “reggente” come il nuraghe stesso (della corona, nel senso di regalità) ma anche un tempio-mobile (scrigno).
Dal momento che ritengo che i Giganti siano l'espressione più autentica di questa nuova coscienza socio-politica e quindi spirituale, assunta la medesima iconografia tra Giganti e Bronzetti, non c'è ragione di cercare primogeniture.
Quello che li differenzia, a mio avviso, non è un modo differente di “vedere” il mondo, ma di “starci” in modo diverso: semplicemente i Giganti, come i Nuraghi, erano costruiti per “stare” radicati in un luogo ben preciso.
Le opere bronzee, miniaturistiche, ipotizzo invece avessero un'altra valenza: potevano essere trasportate, perché da affidare ad un viaggio (come ci dicono le barchette per esempio con l'albero betilico) che poteva essere certamente quello ultraterreno, ma anche (e più praticamente) da trasportare in pellegrinaggio (in qualche corteo e processione, fuori e dentro l'isola, via terra e via mare) perché utili a quello che ipotizzo fosse un “culto missionario” (con tutte le implicazioni politiche e commerciali del caso); un culto non solo sardo e parente di quello che Karl Kerenyi attribuisce a Dioniso (di tradizione egizia per il tramite cretese) che trovo perfettamente aderente al culto del Lossia Cacciatore sviscerato dal Prof. Gigi Sanna[7].

Un “culto missionario” potrebbe spiegare anche il modello di Ittireddu (foto 22): un modello cosmico, perché modello cosmico era il nuraghe stesso, è affiancato da una tenda che ipotizzo essere un “tempio-mobile” (analogo a quello che si muoveva durante l'Esodo nei racconti biblici) e come contribuirebbero a definire le colombelle che la sormontano[8].



A grandi linee si potrebbe dire che nel lungo percorso dell'esperienza dell'arte e della religione sarda antica, si è passati seppur in modo non lineare e non uniforme, dalla grande dimensione del “paesaggio cosmico” (di tradizione neolitica-megalitica e aniconico) a quello dell'architettura monumentale, per poi avvicinarsi ad una dimensione ed una scala antropometrica e del “design-iconico” (mi si conceda la categoria moderna).

Quando ad una certa età si smise di edificare nuraghi, i sacerdoti-architetti sardo-nuragici avevano già iniziato a produrre i loro “analoghi di senso”, in primis fonti e pozzi sacri (che ne sarebbero l'evoluzione) ma anche modelli di nuraghe, bronzetti e statuaria[9]. Dopo tutto questo, sarà il tempio a megaron a fare da scrigno.
L'arte nuragica pare ad un tratto mutare, prendere una svolta più organicista e figurativa (ho detto anche di un passaggio dall'aniconico all'iconico, ma in realtà è insufficiente), ma senza avere necessità di approdarvi.
Quello che produce è un linguaggio “grottesco” che mai ha interesse a parlare dell'umano.
Forse anche in Grecia avvenne lo stesso, come ci dicono i “bestiali” e “grotteschi” documenti di Glozel prima che si passasse dal Lossia Cacciatore (o l'Anonimo di Kerenyi) alla religione omerica e politeista della theoria (“vedere gli dei”)[10]. E si può pensare che il vero ostacolo al superamento di quel bivio, sia stata proprio quella ossessione “simbolica”, ma più propriamente quella forma di scrittura?
Ipotizzo dunque che la statuaria dei Giganti sia contemporanea a quella dei bronzetti, ma anche
all'edificazione dei nuraghi complessi (contestualmente alla piena ricerca di una nuova tipologia che avrà il suo esito nei pozzi sacri) ed una acquisita dimensione urbana.

Condivido con Aba Losi l'idea che i Giganti siano lontani dalla visione antropocentrica dell'uomo perché rivolti a parlare con Altro e di Altro e abbiano “quel fisico lì un po' mostruoso e animalesco, perché la loro dimensione travalica l'Umano (…) nel senso che ha l'impronta della divinità taurina (…) sono Tori figli del Toro e padri di Tori[11].
A suo tempo già richiamai nel merito la descrizione di Micheal Batchin sul corpo grottesco, bivalente e bicorporeo, un corpo in divenire, mai dato e definito: “un luogo di passaggio in cui la vita si rinnova di continuo, un vaso inesauribile di morte e concepimento (…) cosmico e universale (…) Gli avvenimenti del corpo grottesco si svolgono sempre al confine tra i due corpi, meglio ancora nel loro punto di intersezione: un corpo dà la propria morte, l'altro la propria nascita, ma essi sul limite estremo si fondono in un'unica immagine bicorporea”[12].

Mi è già capitato di scrivere che l'ipotesi dei “telamoni” di Franco Laner[13], per ragioni di carattere più statico che storico (nel secondo caso è l'ipotesi di Massimo Pittau[14]) è al momento l'unica in grado di spiegare come stessero tranquillamente in piedi i Giganti, senza pericolo di ribaltamento e frattura delle caviglie. Alla luce dei nuovi rinvenimenti ci si deve ancora chiedere come il cosiddetto “scudo” avvolgente così sbilanciato su un lato, potesse consentirgli di stare in piedi (foto 23).


Alla domanda del perché non si è provato ad impiegare, per esempio (e ammesso fosse sufficiente) almeno l'espediente del “piede in avanti”, spesso presente nelle sculture in pietra per ragioni di carattere statico (si vedano anche i kouroi greci), Aba Losi ha però suggerito che ci dovesse essere una necessità, pena la perdita di un qualche senso, che quei piedi restassero paralleli tra loro[15]. All'ossessione nuragica del “tenere tutto insieme” può aver fatto riscontro un mero espediente per consentire ai Giganti di star su, come potrebbero indicare i fori posti sulle spalle che possono essere serviti per un qualche ancoraggio.
In attesa di sciogliere l'enigma (e speriamo vivamente che si riesca ad avere più informazioni sulle strutture spaziali che li ospitavano) e alla luce dei dati di cui disponiamo, mi sembra di poter dire che i Giganti siano tendenzialmente “bidimensionali”, concepiti per essere visti frontalmente e in progressione, come a definire una sorta di colonnato, di filare di betili o erme, o comunque una sorta di parete con un fronte e con un retro, dato che spiegherebbe anche la ossessiva ripetizione del tipo. Di una struttura templare ipotizzò già il Lilliu all'epoca dei primi scavi ed esistono alcuni elementi in tal senso (colonne e capitelli) che vanno aggiunti ad un voluto ingigantimento (seppur non esagerato, va detto), che consente ai Giganti di raggiungere l'altezza di 220 cm o giù di lì.
Se questo si spiegherebbe agevolmente con l'ipotesi “atlante-telamone”, nell'altra ipotesi lascia supporre che dovesse esistere una qualche parete, pilastro, nicchia o altro, posto dietro le statue (alla maniera egizia direi), che ne permettesse l'ancoraggio nel punto delle spalle dove compaiono i fori, ma di cui al momento nulla sappiamo.
Avrei già accolto, sostanzialmente senza riserve, l'ipotesi sui telamoni di Franco Laner se non fosse che mi è sempre rimasto un forte dubbio: lo scudo in testa. Tra i frammenti esposti a Cagliari (foto 24) un pugno serrato contiene un residuo di un elemento che non può che essere lo “scudo” e che certamente doveva raggiungere quella mano.
Dopo questa obiezione che pongo al Prof. Laner la ritiro parzialmente, suggerendo che si possa verificare se la mano incriminata con il residuo di “scudo” appartenga alla tipologia di Gigante appena rinvenuta, che reca cioè  il braccio sinistro abbassato ed aderente al corpo verso l'ipotetico “scudo” laterale.


Chiarisco anche che l'ipotesi telamone non mi indurrebbe necessariamente a portare i Giganti all'età greca, se non altro perché già in epoca egizia prodromi di “telamoni” (o qualcosa di analogo anche se non portati alle estreme conseguenze) esistevano già e perché di greco classico c'è da vederci ben poco.

Esiste però un'altra ipotesi, quella del Prof. Gigi Sanna, che se ne ho ben compreso il pensiero, ipotizza la costruzione dei Giganti in diacronia: alla sua morte il Toro-Giudice veniva pietrificato e monumentalizzato e quindi celebrato, ognuno recando con sé il proprio sigillo (tavolette di Tzricotu). La sequenza dei Giganti ci darebbe sostanzialmente la cronologia relativa della “dinastia faraonica sarda” della quale conosciamo in parte anche i nomi. In tal caso l'ipotesi più logica sarebbe quella della collocazione sopra le tombe, che ricordo avessero un andamento serpentiforme[16].
Quest'ultima ipotesi scatena una domanda impertinente: mi chiedo infatti se pensare questa diacronia non implichi anche ammettere una concezione del tempo (proprio nel rapporto con la morte e quindi con la propria memoria collettiva) che non solo è tendenzialmente “lineare” (dove lo svolgimento storico è sostanzialmente irreversibile, una rivoluzione che generalmente è attribuibile al contesto biblico) intendendo quindi già superata quella cosiddetta “ciclica”, ma che in qualche misura si presenta come “retrospettiva” (classicista ante litteram)[17].

In definitiva è mia opinione che la concezione dei Giganti resti affine a quella degli Atlanti o Telamoni, intesi nel senso di “colonne (quasi) antropomorfe” (secondo l'equazione Nuraghe-Gigante-Shardana che ho ipotizzato) anche qualora non avessero raggiunto le estreme conseguenze, cioè quelle di reggere realmente una copertura. Sarebbero in questo caso assimilabili a delle “erme” (dove il nome“erma” sarebbe derivato da Hermes), pilastri antropomorfi derivanti dai betili e spesso dotati di fallo, ancora figure in transito (né architettoniche, né antropomorfe) [18]. Preciso anche che assumere le “estreme conseguenze” implicherebbe concepire in modo completamente diverso ciò che viene sorretto, ovvero la copertura (più che lo scudo) e pertanto affidarle un valore molto più “alto” del mero aspetto funzionale, come fu per il tempio greco e il suo “cielo a-peiron”.


FOTO 25: Betilini antropomorfi e ammantati

Osservo nel merito che diversi bronzetti hanno un corpo più simile ad una colonnina o un palo che ad un corpo umano (foto 25) che si aggiunge al piccolo betilino bronzeo in forma antropomorfa (foto 18) . E proprio su queste comparazioni e sulla base di quanto ho detto fin qui che voglio proporre l'ipotesi che nel caso dei Giganti non di scudi si tratti ma di “veli o mantelli cerimoniali”, non ancora indossati (o in procinto di farlo). E' altrettanto interessante notare che, almeno ad un primo sguardo, nei nuovi Giganti rinvenuti (ma attendiamo di vederli ripuliti), l'“arrotolamento” del manto sembra assumere la forma di un betilo (foto 16).

Se mi è concesso chiudere con una sequenza di immagini (come fossero la sequenza dei David di Michelangelo, Bernini e Donatello che insieme ci mostrano il “gesto” del lancio del sasso), vorrei immaginare che il Gigante appena rinvenuto (foto 23), il cosiddetto “pugilatore” già noto, ed il bronzetto della foto 26, finiscano involontariamente per mostrare la sequenza di un gesto: l'atto di ammantarsi, fino a racchiudersi in un autentico scrigno (foto 27). Quello che prima era svelato (senza veli e con il mantello aperto) ora è nascosto e segreto: Kerenyi lo chiamerebbe il “sacro segreto palese”, i greci credo “arrethon” e davvero senza ironia, forse anche i sardi.[19]


FOTO 20: L'Aaronne sardo nasconde il sacro segreto palese sotto il mantello

                                                                                      NOTE
[1]Si potrebbe anche ipotizzare che proprio in questa fase venne a definirsi in modo sistematico il nome stesso dell'isola da attribuire al popolo shardana.
[2]E' questo un argomento che fu trattato dal compianto Gianni Atzori e da Gigi Sanna. Si veda a proposito Gigi Sanna “Scrittura dell'età del Bronzo e I Ferro. La microscrittura (pittografica e non) arte straordinaria degli scribi nuragici, pubblicato nel blog di gianfrancopintore il 22 gennaio 2012
[3]Augusto Mulas, L'isola sacra. Ipotesi sull'utilizzo cultuale dei nuraghi, Ed. Condaghes, 2012
[4]Atropa Belladonna, “Una Gran Casa con la coda di Toro” in  Montepramablog del 15 ottobre 2013 (http://monteprama.blogspot.it/2013/10/una-gran-casa-con-la-coda-di-toro.html)
[5]Atropa Belladonna, “Scrivere Nuraghe è come scrivere ŠRDN?Forse” in gianfrancopintoreblog del 04 maggio 2010 e  ripubblicato in Montepramablog del 16.07.2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/07/scrivere-nuraghe-e-come-scrivere-srdn.html)
[6]Si potrebbe anche pensare che esso rappresenti una testa taurina, ma il significato non cambierebbe, permarrebbe la natura di “manto”. Sul tema del rapporto tra modello di nuraghe e antropomorfo si vedano anche l'interpretazione del modello di nuraghe-residuo di statua di Vincenzo Santoni, e gli articoli di Atropa Belladonna, “Una curiosa ipotesi di Vincenzo Santoni: e se quel "doppio betilo" di Serri fosse il resto di una statua?” in Montepramablog del 31 Agosto 2014 e “Un altro "doppio-betilo": ma stavolta è mini e ha i piedi; cose che capitano” in Montepramablog del 03 settembre 2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/09/un-altro-doppio-betilo-ma-stavolta-e.html)
[7]Si vedano appunto Kerenyi in Dioniso e Gigi Sanna in Il Lossia Cacciatore in bibliografia. Sono note in Egitto e in Grecia le falloforie. Kerenyi ci ricorda che alla preistoria della commedia apparteneva una figura divina che sfilava nelle processioni in onore di Dioniso e che si chiamava Phales, ovvero il fallo (Dioniso, p.85) e che sono attestati “fallagogie” o “falloforie”, cortei in cui sfilavano grandi falli di legno.
[8]Al valore epigrafico del volatile si potrebbe aggiungere anche quello di “uccello viaggiatore” ad indicare il messaggio e l'arrivo del dio (l'epifania). Di questa architettura “aerea” nulla possiamo sapere, come poco o nulla sappiamo di una eventuale architettura lignea (e magari navale) d'epoca nuragica, mentre ci affidiamo prevalentemente alla parte stereotomica che l'archeologia ci può restituire. Gigi Sanna nel (contestatissimo) pozzo di Mistras legge il nome di Yabal che nella Bibbia è “padre di quelli che abitano sotto le tende”'. Mi chiedo pertanto se il pozzo potesse trovarsi all'interno di un tempio-tenda. Non credo si possa scroprirlo. Si veda Gigi Sanna e Stefano Sanna “Mistras di Cabras. Il magnifico pozzo (באר) sacro scritto di Yabal Yan'a Toro della Luce” in montepramablog del 4 giugno 2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/06/mistras-di-cabras-il-magnifico-pozzo.html)
[9]E' anche l'ipotesi di Augusto Mulas in L'isola sacra. Ipotesi sull'utilizzo cultuale dei nuraghi, Ed. Condaghes, 2012
[10]Karl Kerenyi, Religione Antica, (1971) Adelphi, 2001
[11]Atropa Belladonna “Umano sarà lei” in montepramablog del 04 maggio 2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/05/umano-sara-lei.html)
[12]Michail Batchin, L'opera di Rabelais e la cultura popolare, 1965
[13]Franco Laner, Sa Ena. Sardegna preistorica: dagli antropomorfi ai telamoni di Monte Prama, Ed. Condaghes, 2011
[14]Massimo Pittau, Il Sardus Pater e i guerrieri di Monte Prama, Edes, 2008
[15]Atropa Belladonna “Sei nobile? allora non farlo vedere” in montepramablog del 02 settembre 2014 http://monteprama.blogspot.it/2014/09/sei-nobile-allora-non-farlo-vedere.html
[16]Si veda anche la ricostruzione dell'architetto Kruklidis in Giganti di Pietra. Monte Prama L'heroon che cambia la storia della Sardegna e del Mediterraneo, di Alessandro Bedini, Carlo Tronchetti, Giovanni Ugas, Raimondo Zucca, Fabula editore, Cagliari 2012
[17]Salvatore Settis in Futuro del classico, (2004) scrive: “la perpetua invocazione e ridefinizione del “classico” null’altro è stata ed è che un incessante ricercare i nostri antenati, che per definizione sono lontani da noi e per definizione ci appartengono, che ci hanno generato e ri-generiamo ogni volta che li evochiamo nel presente e per il presente”.
[18]A commento dell'articolo di Atropa Belladonna, Umano sarà lei!, scrivevo: “c'è stato forse un momento in cui ci si è come trovati davanti un bivio. Usando le categorie di Ranuccio Bianchi Bandinelli, mi vien da dire un bivio tra “organicità” e “astrazione”. Ed è sbagliato pensare che quella greca sia stata una “evoluzione o un progresso” o addirittura un inevitabile approdo. E' stata solo un'altra visione del mondo, alternativa, ma con medesime fondamenta.
Mi piace pensare (mi sia concessa questa enorme semplificazione) che in quel “confine tra i due corpi” i Greci (classici) abbiano scelto l'organicità, ma dall'altra parte quella resistenza al “figurativo”, che impediva di farne immagine a propria somiglianza, era (e resta) secondo me molto più complessa, costringe all'ossessione per il numero e per la geometria, implica una non necessità “decorativa” puramente estetica. Richiede profondità interpretativa,per sciogliere il rebus e "smembrare" tutto ciò che è agglutinato. E forse è più propria dei “labirinti della coscienza bizantina e islamica” per citare Placido Cherchi quando descrivendo il sardo come “fungudu”, ne descriveva proprio la grande capacità di “astrazione”.
[19]Secondo Erodoto l'Egitto era il paese delle falloforie: “L'indovino e sacerdote Melampo (che apparterrebbe all'epoca micenea, ndr) introdusse i falli in Grecia come una componente caratteristica della venerazione del dio (…) Nei cortei Egizi, che Erodoto paragona alle falloforie greche, le donne portavano in giro delle statue fatte in modo che di tutto il loro corpo solo gli enormi falli si potessero muovere. Il movimento era prodotto da un sistema di tiranti posto all'interno delle figure. Il nome Sànnion esprime questo movimento: va infatti tradotto “colui che dimena (la coda”. Si veda a proposito della coda l'articolo di Atropa Belladonna, “Una Gran Casa con la coda di Toro” in  Montepramablog del 15 ottobre 2013 (http://monteprama.blogspot.it/2013/10/una-gran-casa-con-la-coda-di-toro.html)


BIBLIOGRAFIA
Atropa Belladonna, “Scrivere Nuraghe è come scrivere ŠRDN?Forse” in gianfrancopintoreblog del 04 maggio 2010 e  ripubblicato in Montepramablog del 16.07.2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/07/scrivere-nuraghe-e-come-scrivere-srdn.html)
Atropa Belladonna “Umano sarà lei” in montepramablog del 04 maggio 2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/05/umano-sara-lei.html)
Atropa Belladonna, “Niente sesso siamo inglesi” in Montepramablog del 4 agosto 2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/08/niente-sesso-siamo-inglesi.html)
Atropa Belladonna, “Quelle signore con qualcosa in più” in Montepramablog del 16 agosto 2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/08/niente-sesso-siamo-inglesi.htmlhttp://monteprama.blogspot.it/2014/08/quelle-signore-con-qualcosa-in-piu.html)
Atropa Belladonna, “Una curiosa ipotesi di Vincenzo Santoni: e se quel "doppio betilo" di Serri fosse il resto di una statua?” in montepramablog del 31 Agosto 2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/08/una-curiosa-ipotesi-di-vincenzo-santoni.html)
Atropa Belladonna “Sei nobile? allora non farlo vedere” in montepramablog del 02 settembre 2014 http://monteprama.blogspot.it/2014/09/sei-nobile-allora-non-farlo-vedere.html
“Un altro "doppio-betilo": ma stavolta è mini e ha i piedi”; cose che capitano in montepramablog del 03 settembre 2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/09/un-altro-doppio-betilo-ma-stavolta-e.html)
Atropa Belladonna, “Falli di cultura nuragica” in Montepramablog del 21 settembre 2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/09/falli-di-cultura-nuragica.html)
Atropa Belladonna, “Una Gran Casa con la coda di Toro” in  montepramablog del 15 ottobre 2014 (http://monteprama.blogspot.it/2013/10/una-gran-casa-con-la-coda-di-toro.html)
Giorgio Baglivi, Il sacro nell'epoca nuragica. Dalla Dea Madre al Sardus Pater, Dolianova, 2005
Giorgio Baglivi, Alchimie dell'anima, Eternità e immortalità dell'anima in Mesopotamia, nell'Egitto delle Piramidi e nella Sardegna dei Nuraghi” Grafica del Parteolla, Dolianova 2010
Michail Batchin, L'opera di Rabelais e la cultura popolare, 1965
Alessandro Bedini, Carlo Tronchetti, Giovanni Ugas, Raimondo Zucca, Giganti di Pietra. Monte Prama L'heroon che cambia la storia della Sardegna e del Mediterraneo, Fabula editore, Cagliari 2012
L. Benevolo, B. Albrecht, Le origini dell'architettura, Edizioni Laterza, 2002
Mircea Eliade, Arti del metallo e alchimia, Bollati Boringhieri, 2004 (I ed. 1980).
Mircea Eliade, Il mito dell'eterno ritorno, 1949
Mircea Eliade, Il sacro e il profano,1956
Marija Gimbutas, Il linguaggio della dea: mito e culto della Dea Madre nell'età neolitica,1989
Marija Gimbutas, Le dee viventi, 2005
René Girard, Delle cose nascoste fin dalla fondazione del mondo,  (1979) Adelphi 1996,
Karl Kerenyi Dioniso. Archetipo della vita indistruttibile, (1976) Adelphi, Milano 1992
Karl Kerenyi, Religione Antica, (1971) Adelphi, 2001
Karl Kerenyi, Nel labirinto,  (1950) Bollati Boringhieri, 1983
Franco Laner, Accabadora. Tecnologia delle costruzioni nuragiche, Franco Angeli, 1999
Franco Laner, Sa Ena. Sardegna preistorica: dagli antropomorfi ai telamoni di Monte Prama, Ed. Condaghes, 2011
Stone Merlin, Quando Dio era una donna, 2011
Augusto Mulas, L'isola sacra. Ipotesi sull'utilizzo cultuale dei nuraghi, Ed. Condaghes, 2012
Donatello Orgiu, La dea bipenne. Dal segno all'idea 2013
Raffaele Pettazzoni, La religione primitiva in Sardegna, Delfino, ed. 1993 (seconda ristampa ed. 1912)
Massimo Pittau, La Sardegna Nuragica , Sassari 1997, 5° ristampa 1997
Massimo Pittau, Il Sardus Pater e i guerrieri di Monte Prama, Edes, 2008
Gigi Sanna, Sardoa Grammata 'ag'ab sa'an yhwwh, S'Alvure, Oristano 2004
Gigi Sanna, I segni del Lossia Cacciatore, S'Alvure, Oristano 2007
Gigi Sanna, La stele di Nora, Il dio, il dono, il santo, PTM Mogoro 2009
Gigi Sanna “Yhwh e la scrittura nuragica: un successore di Aaronne con il 'diadema della Santità' nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari” in gianfrancopintoreblog del 18 dicembre 2011(http://gianfrancopintore.blogspot.it/2011/12/yhwh-e-la-scrittura-nuragica-un.html)
Gigi Sanna, “La nascita del toro 'bambinello'. Nel Santa Barbara di Villanova Truschedu il culto cananaico della potenza della luce di 'El YHWH” in  gianfrancopintoreblog del 27 dicembre 2011 (http://gianfrancopintore.blogspot.it/2011/12/la-nascita-del-toro-bambinello-nel.html)
Gigi Sanna e Stefano Sanna “Mistras di Cabras. Il magnifico pozzo (באר) sacro scritto di Yabal Yan'a Toro della Luce” in montepramablog del 4 giugno 2014 (http://monteprama.blogspot.it/2014/06/mistras-di-cabras-il-magnifico-pozzo.html)
Salvatore Settis, Futuro del classico, Einaudi 2004
Mauro Peppino Zedda, Archeologia del Paesaggio Nuragico, Agorà Nuragica, Cagliari, 2009

Le immagini a corredo del presente post sono tratte da un archivio di ricerche effettuate nel web e pertanto non mi è sempre possibile indicarne la provenienza. Mi scuso con gli autori.