mercoledì 1 ottobre 2014

Iperego da sarditudine

di Francu Pilloni

Francu Pilloni, sardo”. Così mi presentai al microfono, una mattina di tre secoli fa quando ancora militavo, in occasione di un convegno di studio per alti dirigenti sindacali. Era stato rinnovato il Consiglio nazionale dove i volti nuovi erano la maggioranza. Al pomeriggio ripresi il microfono e andai liscio, pensando bastevole la presentazione del mattino. Invece no; la presidenza volle sapere nome, cognome e città di provenienza: “Sono Francu Pilloni – scandii al microfono - e sono ancora più sardo di questa mattina”.
L’assemblea la prese sul simpatico e la cosa volò via tranquillamente, non senza aver notato che per me non valeva tanto la provenienza da Cagliari, Sassari o Nuoro (come i conterranei aveva esplicitato), ma che ero sardu ebbia, non importa da quale città provenissi.
Insomma, soffrivo di un Iperego da sarditudine che mi faceva diverso, e non dico migliore, da tutti gli altri, perché sono e mi sento differente per cultura e lingua. Da questa sindrome ancora non sono guarito, né credo ne verrò fuori, non avendo preso contromisure efficaci.

È di P. Terenzio Afro (185-159 a.C.) il verso “Homo sum; humani nil a me alienum puto” che rappresenta la bandiera del sentimento di Humanitas per il quale tutti siamo sostanzialmente simili in quanto tutti siamo umani. “Sono un uomo e non c’è nulla di umano che io reputi alieno da me”: dentro di me, dunque, covano tutti i sentimenti, dal più sublime al più infimo che cuore umano possa allattare.
Ecco che, parafrasando Terenzio, mi azzardo a dire che “Sardu seu; nudda de sa sardidadi creu chi mi siat allenu”. Allora, quando vedo che dei sardi come me, che di cognome fanno Unali o Farina, scrivono le cose che hanno scritto su Aba Losi o infieriscono su un novantenne per bene come Ercole Contu, dandogli del rincoglionito, ecco che il mio Iperego da sardo vacilla perché m’assale il timore che anch’io, in fondo, sono come questi, potenzialmente capace di sparare da dietro un muretto, vero o immaginario, di infierire su una persona indifesa come un Maramaldo sopra un Francesco Ferrucci morente (quello del “Vile, tu uccidi un uomo morto!”).

L’ assalto, gratuito e proditorio, alle persone e non ai fatti, affermo che è alieno alla cultura sarda, è alieno a quella cristiana perché si condanna il peccato (se peccato ci fu), ma si salva il peccatore. Questo procedere non è in linea con l’Humanitas di Terenzio, ma è la cultura delle iene, che umane non sono e neanche sarde, e delle volpi, a stare alle implicanze sempre negative alle voci Margiani, Mazzone e così elencando.
Sono l’ultimo a intervenire sull’argomento e lo faccio con amarezza, pregando l’amica Aba e Ziu Ercole Contu (che non conosco di  persona) di perdonare loro perché “non sanno quello che fanno”. Perdonateli e, se possibile, mandateli davanti al pretore, così che, per una volta, li possiamo vedere in faccia.

Rimane come una perla di sarcasmo in mezzo al letame l’ultima parte dell’intervento di Mauro Peppino Zedda il quale chiede a Giulio Angioni di refertare su codesti sardi sui generis e di portare allo scoperto la personalità del famigerato G. A.. Non vorrei aver capito male, ma dal tono mi pare che chieda al super-scienziato in antropologia (ma che non si allarghi troppo, gli ricorda M. P. Z.) di guardarsi allo specchio e di sputarsi in un occhio. È così Mauro Peppino?