sabato 11 ottobre 2014

SEMESTENE. CHIESETTA DI SAN NICOLA DI TRULLAS. UN EPIGRAMMA AMOROSO A REBUS PER 'SERRA RA.'

# Gigi Sanna e il codice nuragico

di Gigi Sanna
dedicato alla 'rara res' e all'anonimo poeta

Fig. 1. La bella e famosa chiesetta storica di San Nicola di Trullas
Fig. 2. La scritta in caratteri maiuscoli greci (e non solo greci) all'interno dell'abside della chiesetta.

Le interpretazioni sulla scritta (1):

1)  Attilio Mastino: un evidente falso epigrafico.

2) Giulio Paulis: una scritta in caratteri greci ma in lingua sarda Argomento amoroso.
           Interpretazione epigrafica (in lettere latine):
         
 ANCOR(A) A.F. AMA ME/T(A)
 ANCOR(A) APO DARE PENAS A TIE.

3) Massimo Pittau: una scritta etrusca in caratteri greci e lingua 'sardiana'. Argomento (nessuna spiegazione: parziale commento di lessico 'etrusco'):  

  ANKO: RAMAFA
  ANKO: PODA:
  REPENA. SATIES

4) Nello Bruno: una scritta in caratteri greci e in lingua sarda. Argomento (nessuna spiegazione?):

 ANCO: RA  M'AFANN'E
 TANCO: RA   PO DA:
 RE PENAS A TIE

5) Raimondo Zucca: scritta in lingua italiana (!?) e caratteri greci. Nessuna (?) trascrizione  e nessuna spiegazione.


6) Alberto Areddu: una scritta in caratteri greci e in lingua sarda. Un topos spiegabile, particolarmente, attraverso la testimonianza della letteratura popolare sarda de 'irroccu'. Ecco (l'incredibile) interpretazione (in sintesi finale) da parte dell'autore e quindi la trascrizione:

[….] L'epigrafe ce l'hanno appiccicata proprio lì, mica altrove. Ora un'anima morta ci vuol far sapere che è ancora viva (in spirito), pur lì uccisa e forse sepolta,  e ci invita a pensare che dopo la morte c'è ancora qualcosa: una bella punizione per gli uccisori. La Chiesa le accettava ed eccome che le mandava pure dietro le imprecazioni contro i malvagi e i non credenti, una volta. Ecco cosa volevano farci credere (beninteso utilizzando qualcosa di ottonovecentesco che credevano fosse estinto espressivamente) gli estensori del messaggio: che l'uccisione non paga, mentre paga il giudizio divino. Ditemi chi è che ci guadagna in tutto ciò, la tetragona Mafalda o le generazioni di preti che possono continuare a somministrare messe in santa pace per lustri e lustri? Purtroppo per loro qualche mano estranea di fanciullo si è aggiunta al testo, e non si è potuto utilizzare l'instrumentum epigraphicum come si sarebbe voluto.
Un tempo c'erano le supposte reliquie di santi (che la analisi genetica ti distrugge in cinque minuti) oggi ci sono le supposte reliquie scrittorie, che ci vuole trent'anni e magari qualche sfigato professore, genovese e financo ateo, per demolire. Ma si sa, tutto, poi, viene a galla, basta aspettare e superare l'ipocrisia e gli interessi personali di chi in questo come in altri campi ha però sulla mistificazione fatto fortune, religiose, accademiche e anche, ultimamente, politiche (2).
         
  ANCO:RA M'AGAT(O)
  ANCO:RAPODA:
  RE PENA: SATIE


    Dal momento che i pronunciamenti e le suddette ipotesi sono (o almeno sembrano) stati sufficientemente riassunti e trattati da Alberto Areddu che ha proposto, anche in questo blog (ma solo con un non del tutto disinteressato rimando), la sua di 'soluzione' epigrafico -filologica (ritenuta spavaldamente del tutto certa ed unica valida), ritengo sufficiente riferirmi solo a quest'ultima con le seguenti osservazioni:

a) la lettura epigrafica che propone un M'AGATO alla fine della prima linea è errata o scientificamente improponibile in quanto :

non sussistono i due punti dopo la sequenza AFA
c'è invece, molto chiara, la sequenza NN (due N forse in legatura) seguita da una E (Epsilon greca maiuscola e 'E' latina maiuscola), solo parzialmente visibile a motivo della lieve frammentazione del concio nella parte alta a destra.  
non ci sono prove di nessun genere (se non quella del 'si dice') che certifichino un intervento 'vandalico'  di 'ragazzini' che avrebbero posposto delle lettere per divertimento, aggiungendo essi addirittura (quasi con consapevolezza epigrafica dell'atto!), trattini a precedenti grafemi, snaturandoli e rendendoli così incomprensibili all'occhio dell'epigrafista.
Non ha consistenza alcuna la 'accidentale' prova letteraria addotta, ovvero il presunto corretto  'stilema' m'agato. M'agato po dare penas a tie. Esso è ben diverso. Il verbo non è ripetuto. E soprattutto c'è una ET congiunzione molto chiara nel documento di Semestene, tra la prima e la seconda linea di scrittura; un dato questo che già inficia totalmente la validità e la bontà del riscontro.  

    b) la proposta  'ermeneutica' è errata in quanto:

la presenza del giusto MAFANNE/T (proposto per primo dal Bruno, da quanto si capisce), emendato con un presunto M'AGATO, si comprende bene stante il lessico retorico prettamente amoroso (continuo affanno,  dare penas) usato dall'autore del messaggio epigrafico. Non è certo il caso di scomodare i versi di Lucrezio, di Catullo,  di Guido delle Colonne, di Petrarca, del Metastasio e della letteratura 'erotica' italiana ed europea, nonché quella sarda dell'Ottocento (Mossa) e del Novecento  per capire che voci come 'affanno' e 'pena'  sono frequentissime per la patologia dei 'malati' d' amore  in letteratura e vanno spesso assieme (3). E non è certo accidentale che il linguista Giulio Paulis, pur non afferrando completamente il significato  della prima linea, abbia capito subito, dal solo 'dare penas a tie', il senso generale della scritta  Così come penso che il senso  amoroso l'abbia perfettamente capito il prof. Nello Bruno del Liceo Azuni di Sassari di cui, da quanto sappiamo, si ricorda purtroppo la sola interpretazione - traduzione, ma non 'tutto' il significato preciso dato ad essa.
la presenza dell' ET, epigraficamente (ripetiamo) ben visibile, si comprende appieno, dal momento che si tratta delì' ET ('e' congiunzione graficamente latinizzata molto di frequente nella scrittura in poesia e in prosa, soprattutto della predica (4), del sardo dell' Ottocento e anche del Novecento) del latino 'etiam et (atque) etiam' che dà nel brano della scritta il calco italiano 'ancora e ...ancora'; calco nel quale, tra l'altro, con pregevole accortezza stilistico - semantica (l'accorgimento consente di dare maggiore forza all'idea del 'tormento continuo') viene come incastonato il M'AFANNO (in latino il passo sarebbe 'etiam excrucior et etiam') che significa 'continuamente mi affanno, procedo con fatica, mi sforzo, ecc.'
    
     Quindi già da queste osservazioni il senso non può essere quello fantasioso (a dir poco) offerto dall'Areddu che, e per abbagliante e sgargiante ma falso rigore filologico e per la non attendibile (perché metodologicamente scorretta) interpretazione epigrafica,  falsa completamente  il quadro ermeneutico della scritta (con il M'AGATO ipotetico al posto del visibile e pertanto oggettivo e non opinabile M'AFANN'ET).
  E' invece quello chiaro di un innamorato anonimo, certamente un discreto letterato di cultura classica, che scrive d'amore in sardo ma, in qualche modo, 'scherzandoci' su,  badando, con un lusus a rebus di progressiva soluzione, a che nessuno, se non con notevole fatica, potesse comprendere completamente il significato che si cela dietro gli apparenti e strani significanti.
   Ma diciamo subito che i 'segni' non sono solo quelli ('greci' per alfabeto ma sardi per significato linguistico) sinora esaminati e su cui convergono ormai, senza obbiezioni si sorta, come notiamo, tutti gli ermeneuti (Bruno, Paulis, lo stesso Areddu e, con tardivo ripensamento, il Pittau), in quanto entrano in ballo nella lettura anche la completa tipologia generale dei segni e soprattutto i due singolari punti della puntuazione di tipologia  'etrusca'. Sono questi ultimi che, ad un attento esame, mostrano di nascondere il motivo per cui in alcuni punti della scritta  compaiono e in altri non.
    Prima però vediamo di sgombrare il campo circa un punto che sembrerebbe quasi 'cruciale' per l'interpretazione generale del brano: l'identità del nono segno della prima linea, contestato come   'effe' in quanto il suono del digamma in greco è ben differente. L' Areddu avrebbe in teoria ragione sulla lettura della consonante greca (il digamma) che non può essere letta mai come labiale aspirata. Ma lo studioso non considera un dato semplicissimo circa la tipologia delle lettere alfabetiche: che il malizioso estensore del testo ha usato sia  consonanti e vocali greche sia consonanti e vocali latine maiuscole. E crediamo che non ci sia certo bisogno di dimostrarlo.     
   Chiarito questo punto diciamo  che risulta abbastanza chiaro che l'autore dell'epigramma amoroso così come si è servito in partenza dell'alfabeto greco maiuscolo e dell'alfabeto maiuscolo romano al fine di rendere faticosamente leggibile tutta la scritta, così si è servito anche della particolare puntuazione etrusca (che, come si sa, fa uso non solo del singolo punto, ma anche dei due e anche dei tre punti per separare le parole) per 'tagliare' ad arte la sequenza segnica, creare falso lessico allo scopo di creare perplessità e confusione e nascondere così ulteriormente il lessico della lingua sarda colta (italianizzata e latinizzata).  
   Insomma non è chi non veda che l' autore dell'epigramma non solo ha steso uno sbarramento con delle stranezze segniche  ma  anche teso, per i lettori sprovveduti e poco riflessivi, una vera e propria trappola circa quelle stesse stranezze. Infatti questi, se non stanno molto attenti, procedendo facili e superficiali nella lettura 'immediata', finiscono per cadere nel tranello perché sono indotti a pensare che le apparenti sequenze lessicali (ANCO: RAMAFANNETANCO: RAPODA: REPENA: SATIE), così come i significanti punti, appartengono con certezza alla lingua etrusca,  e cioè  ad una lingua non decifrata e indecifrabile. E quindi, subito scoraggiati, vengono costretti a rinunciare alla totale comprensione della scritta, a rimanere in superficie e quasi 'invitati'  a non tentare neppure un minimo approccio alla traduzione. Un tranello divertente quello dell'anonimo perché maliziosamente costruito   anche e soprattutto per (quasi 'contro') i più preparati, spesso troppo sicuri per dottrina e inclini a dare, senza alcuna prudenza, i dati come certi.  Non è affatto strano che puntualmente ci sia cascato il Pittau che, dietro il velo dell'alfabeto  greco, registra ('diligentemente' ma ingenuamente ) da epigrafista anche la presenza della scrittura e della lingua etrusca. Reso contento del 'certo' dato epigrafico ha rinunciato di conseguenza alla completa 'decifrazione'. Perché, come nella norma, l'etrusco lo si vede chiaramente, lo si legge in qualche modo ma non lo si traduce. Al massimo lo si 'interpreta' (5) spiegando, ove possibile linguisticamente, qualche lessema qui e là.  
   Noi, senza fretta né desiderio di voler subito tutto comprendere, forti però della consapevolezza della sicura scritta a rebus di un autore che intende nascondere (e nascondere il più possibile), facciamoci ora questa semplice e, direi, obbligatoria domanda: l'autore, nella divisione delle parole (in finta originaria lectio continua) ha proceduto a caso oppure, dietro la scelta della divisione tramite puntuazione doppia (l'ultimo intervallo, macroscopico, quasi a realizzare una depistante 'firma' in chiusura, è davvero sospetto e ,comunque, anomalo rispetto ai primi tre!), si è prefisso astutamente un altro preciso scopo?  A noi sembra proprio il secondo caso. Perché lo scopo c'è. Anzi è tanto macroscopico  che ci sembra quasi incredibile che non sia stato notato da alcuno.
   Infatti, se prendiamo e mettiamo nell'ordine di lettura i singoli segni organici alle parole ma manifestamente staccati da queste attraverso l'artificio della falsa puntuazione 'etrusca', noteremo con facilità che essi, una volta congiunti, danno due parole a se stanti, che risultano non solo del tutto comprensibili ma anche esplicative per quanto riguarda l' interpretazione da dare alla scritta, e cioè di chiaro epigramma amoroso.
   Non è chi non veda che spuntano come d'incanto due parole che offrono l'espressione, con senso indiscutibile, 'RARA RES '; espressione  che, naturalmente, va aggiunta (ma potrebbe anche essere preposta) al resto da noi (e anche da altri prima di noi) interpretato.
   La figura (v.fig. 3), con i significanti 'in più' da noi evidenziati dal colore e poi riportati alla fine del, testo può rendere più agevole la comprensione completa (forse 'completa') dell'epigrafe che si dimostra così chiara a tutti gli effetti.
  Infatti, completando il testo in sardo con l'aggiunta dell'espressione in latino, del tutto criptata nel componimento, afferriamo  molto meglio il motivo iniziale dell'affannarsi continuo dell'anonimo letterato - poeta spasimante che afferma di non trovare modo alcuno di 'dare penas', ovvero di suscitare emozioni e di infliggere pene d'amore nell'amata, in una donna  'cosa rara', cioè straordinaria, introvabile per virtù e pertanto così difficile da conquistare.   
       

   Risulta pertanto evidente e per il lessico sardo italianizzante recente (l' ancora come nota giustamente l'Areddu non è medioevale) ma soprattutto per la conoscenza di alcuni aspetti della scrittura (noti solo a partire da un certo periodo, con gli inizi degli studi ottocenteschi sulla documentazione epigrafica etrusca), che la scritta non è arcaica ma può avere al massimo un centinaio di anni.
   Ma un falso certamente essa non è, come sostiene imprudentemente e presuntuosamente  il Mastino (anche lui studioso comunque subito 'liquidato', perché caduto nella trappola dell'apparenza). Non è un falso semplicemente perché non è un falso archeologico e perché non c'è alcuna deliberata intenzione da parte dell'autore di ingannare nessuno, per spasso o per altro, proponendo scritte di altri tempi spacciandole per autentiche. Il documento è datato e autentico.  
    Tanto autentico e genuino che la scritta è da considerarsi, a nostro giudizio, un vero e proprio tardo epigramma d'amore criptato in lingua sarda; una scritta che si inserisce a buon diritto nella categoria (o genere  letterario) degli epigrammi (componimenti - come si sa -  di poche parole e di pochi versi, pregnanti e concettosi), realizzati sempre con ostentazione di bravura stilistica e talora con l'intento, come in questo caso,  di rendere il senso faticosamente leggibile o per niente leggibile se non da pochissimi.
  Insomma  il documento del concio della chiesetta di San Nicola di Trullas di Semestene fa parte, a tutti gli effetti, della 'letteratura' in lingua sarda della fine dell'Ottocento o dei primi del Novecento. Una scritta di 'letteratura' davvero singolare che non deve essere minimamente 'ritoccata' o emendata in alcuna parte, secondo i generosi ma del tutto errati consigli epigrafici dell'Areddu.
   Ma la lettura dell'epigramma non sembra finire qui perché sorge ancora, spontanea, un'altra domanda. Il rebus del componimento si ferma al malizioso 'RARA RES', al TIE esplicitato in modo generico, oppure l'autore porta l'enigma del TIE (tu chi?) sino in fondo, criptando cioè il nome della donna?
    A noi sembra proprio di sì se si osserva ancora che il 'RA.RA.RE.S' contiene celato (così come criptato era esso in tutto il componimento) il cognome e parte del nome (le iniziali) della donna. Infatti basta leggere al contrario la parola RES e quindi leggere ancora al contrario tutta l'espressione RARARES (mantenendo ferme le due sequenze RA, non a caso staccate) per ottenere SERRA RA.
  
 -  RA       SER
 -  RA       RA
 -  RES     RA
   
   Ricapitolando, la 'logica' del rebus, ben ideato a 'tavolino', risulta essere questa, in perfetta gradazione ternaria di ostacolo:

Scoprire, all'interno dell'alfabeto in mix greco - latino maiuscolo, l'epigramma amoroso in lingua sarda
Scoprire, attraverso la strana puntuazione - divisione  'etrusca', l'espressione latina RARA RES
Scoprire all'interno della espressione RARARES, l'identità della donna ovvero il suo cognome ed il nome (ma quest'ultimo solo con le iniziali).       

      Se la nostra interpretazione del rebus della scritta di San Nicola di Trullas è giusta è logico ancora chiedersi: chi è dunque la donna amata dall'anonimo letterato poeta? Chi era SERRA RA oppure R.A? Serra R(osa) A(nna)? Serra Rachele? Serra Raffaella? Serra R(ita) A(ntonia)? E così via, con quel RA, forse già da allora inespugnabile, offerto maliziosamente alla lettura come dato, per la totale comprensibilità,  'oltre il quale non'?  
    Il cognome Serra nella zona, come si sa, è comunissimo  e pertanto non so proprio chi oggi (a distanza di tanto tempo)  possa sapere  con certezza sia il cognome che il nome nascosto nel rebus; anche perché sia l'anonimo poeta (chi sarà stato mai?) sia la donna 'rara res' potevano essere di Semestene o di Pozzomaggiore ma anche di Bonorva. Luoghi questi tutti dove, come si sa,  la poesia d'amore in versi in lingua sarda, nella prima e nella seconda metà dell'Ottocento, teste l'antologia del canonico Giovanni  Spano (6), era comunissima. Paesi inoltre dove poetavano, talora con bravura e notevole efficacia,  non solo gli uomini ma anche le donne con versi perlopiù 'arcadici', colmi  di 'affanni' e di pene'.  
   Naturalmente, dati i preziosismi letterari posti in essere dall'autore (compreso quello del rebus) la donna a cui è dedicata l'epigrafe, ci sembra che possa essere ricercata nell'ambito degli ambienti nobiliari colti e in quello dei ricchi possidenti della Sardegna centrale, dove 'anche' un simile messaggio poetico, così ermetico e 'complesso', avrebbe potuto avere possibilità di recepimento.
    Chi scrive alcuni anni fa ebbe l'occasione (7) di fare una certa indagine sulle poetesse sarde dell'Ottocento o dei primi del Novecento. Ebbene, una poetessa  colta e  abilissima nella versificazione come Donna Placida Passino, anch'essa nativa di Bortigali, sarebbe stata in grado di intendere, in qualche modo, da sola o con l'aiuto altrui, la valenza di un messaggio d'amore di quel genere. L'unica sua poesia d'amore riportata dallo Spano (8) ci fa capire, essa sola,  il grado di conoscenza e di esperienza della letteratura amorosa in lingua sarda (con ispirazione tematica e versificatoria tratta soprattutto dal famosissimo poeta Paulicu Mossa), in possesso di non poche poetesse della Sardegna.
   Resta ora da dire del 'mistero', cioè del perché la scritta si trova nell'abside della chiesetta di San Nicola di Trullas. E' evidente che da quanto si è detto non c'entrano nulla tutte le elucubrazioni e i tentativi dell'Areddu per venire a capo di un rebus che mostra, una volta spiegato e capito,  un contenuto in fondo molto semplice e 'prosaico'  e dove, soprattutto, non c'entrano per nulla né la Chiesa (gli ambienti para- ecclesiastici recenti) né la storia medioevale con certi avvenimenti tragici del passato in essa accaduti.  
    Infatti, a ben vedere, é la logica stessa del rebus che lo spiega con estrema chiarezza: cioè è lo stesso primo verso (9) 'ancora m'afanno et ancora' a rendere molto chiaro il tutto. Il poeta che evidentemente le ha tentate tutte, proprio tutte, ma inutilmente, pur di attirare l'attenzione dell'amata (con versi o con altre azioni 'galanti' di cui mai forse sapremo) cerca ora, con un atto audacissimo, di far breccia e di smuovere (dare penas) l'animo della donna, difficilissima e insensibile a qualsiasi lusinga: scrivere (o far scrivere), in un supporto non comune, il suo affanno amoroso in un luogo ugualmente non comune, famoso per storia e per affetto religioso della/delle comunità del luogo; scriverlo addirittura,  non in una parte qualsiasi dell'edificio (poteva servire all'uopo anche un semplice concio dell'esterno della chiesa di San Nicola), ma presso l'altare dell'abside, cioè nel cuore stesso della chiesetta; come per 'santificare' in qualche modo quel suo gesto estremo, quella sua cavalleresca dichiarazione d'amore intensissima. Così la singolarità della esternazione, unita all'audacia del gesto in un simile luogo, nonché l'originalità del messaggio  assai colto, criptato o a rebus (cosa questa - si noti per inciso -  che per fitto mistero avrebbe impedito la immediata cancellazione del testo), avrebbero potuto, una volta in qualche modo 'comunicate' alla interessata, smuovere (o meglio 'commuovere') il durissimo  cuore dell'amata e dare finalmente l'agognata vittoria allo spasimante.
    Come sia poi andata la storia della pensatissima  'trovata' non possiamo saperlo né crediamo che ci sia oggi qualcuno che sia in grado (ancor più del cognome e nome della donna)  di dircelo. La mia opinione, che vale naturalmente quello che vale,  è che, per evitare qualsiasi scandalo, la 'res' sia rimasta circoscritta al massimo e che la donna, citata in qualche modo pubblicamente con cognome e nome, abbia ancor più detestato il brillante ma troppo 'focoso' amante letterato - poeta e abbia lasciato correre. Al massimo si sarà divertita nell'ascoltare in paese (Semestene? Pozzomaggiore? Bonorva?) le tante chiacchiere sul mistero di una strana scritta apparsa improvvisamente, con stupore generale, nella chiesetta antica, frequentata con devozione intensa da migliaia e migliaia di persone, non solo del circondario.
   Possiamo concludere aggiungendo che in essa in fondo c'era, tra gli altri, un semplice e nello stesso tempo singolarissimo ex voto, una preghiera di 'grazia' non ricevuta ma da ricevere, quella 'preghiera' al santo e alla donna assieme che tutti vedevano ma che nessuno capiva perché difficilissima se non impossibile da leggere e da capire (10).               
  
Note

1.  Le interpretazioni della scritta sono tratte dall'articolo di Alberto Areddu pubblicato sulla rivista 'Almanacco gallurese' del 2.4.2013 e proposto poi,  con rimando alla detta rivista, in MontePrama Blog di Atropa Belladonna (17 Agosto 2014).
2.  Si veda Areddu (2014), I Respinti amori di Mafalda da Semestene; in Monte Prama Blog (4 settembre).
3.  'La mia gran pena e lo gravoso affanno/ c'i ò lungiamente per amor patito/ Madonna lo m'à in gioia ritornato (Guido delle Colonne)
4.  Sanna G. (2002), Pulpito, politica e letteratura. Predica e predicatori in lingua sarda, S'Alvure Oristano, 2002, (antologia, pp. 208 - 324; idem, 2010 (a cura di), Efisio Marras. Preigas. E, Nuove Grafiche Puddu, Ortacesus (Ca).
5.   Si veda ad es. Cristofani M., 1991, Introduzione allo studio dell'etrusco, OLSCHKI ed., Testi, IV, pp. 107 - 151. 
6. Spano G., Canzoni popolari di Sardegna (riedizione dell'opera Canzoni popolari inedite in dialetto sardo centrale ossia logudorese, Cagliari, serie I -VI, 1963 -1872 a cura di S. Tola) Ilisso Nuoro 1999, voll. I- IV.
7.  Sanna G., 2003, Maria Placida Passino di Bortigali (1830 - 1897). Una vera poetessa in limba nel panorama della letteratura sarda dell'Ottocento; in Quaderni Oristanesi, Oristano nn. 49 -50, pp. 131 - 143. La Passino è una delle due grandi poetesse 'rivali' della Bortigali dell'Ottocento. L'altra, vissuta nello stesso periodo (1824 -1873), è Annamaria Falchi Massidda molto nota, in particolare per la poesia 'Lenta sonat sa campana', componimento che ebbe un qualche riconoscimento anche fuori dell'Isola.    
8.   Sanna G., 2003, Maria Placida Passino ecc., cit. pp. 138 -141.
9.   Il componimento epigrammatico, considerando la presenza e quindi l'aggiunta del 'rara res',  sembra reso attraverso due versi: un enneasillabo o novenario (ancora m'afann' et ancora) e un endecasillabo (po dare penas a tie, rara res). Se non si dovesse considerare il 'rara res' avremmo invece un novenario e un ottonario.
10.  Forse si sarà compreso, a questo punto, perché il sottoscritto abbia abbinato, in una recente conferenza, il documento di Semestene  a quello nuragico (dischetto) di Villa Verde. Ovviamente l'anonimo compositore del nostro rebus per la 'rara res'  nulla sapeva della antichissima e lunghissima tradizione degli scribi sardi di usare il mix con più alfabeti e con accorgimenti propri di più alfabeti, ma ha proceduto quasi come se la conoscesse. Ma in ciò non c'è nulla di strano. Il rebus nella scrittura è sempre esistito e resiste con forza ancora oggi, soprattutto nella 'scrittura' pittografico -ideografica della pubblicità. Si sa che i giovanissimi di oggi con i loro 'messaggini' per telefono cellulare spessissimo procedono con grafica a rebus, decifrabile solo all'interno di ben precise convenzioni   Nelle lunga storia della scrittura sono assai frequenti i casi in cui l'ambiguità dei segni e una certa convenzione sono serviti per ottenere linguaggio criptato e spesso al limite della comprensibilità  Il Santuario di Delfi, tanto per fare un solo esempio, alle origini, quando il Lossia (l'ambiguo e androgino) non era ancora l'Apollo olimpico del periodo storico, non solo, attraverso la Pizia, si esprimeva per lessico oscuro, ma anche e soprattutto per segni grafici oscuri (Sanna G., 2007, I segni del Lossia cacciatore. Le lettere ambigue di Apollo e l'alfabeto protogreco di Pito, S'Alvure ed. Oristano)