sabato 8 novembre 2014

GIOCHIAMO A DADI E IMPARIAMO L'ETRUSCO

# Gigi Sanna e il codice nuragico

I 'dadi enigmatici' (kύboi loξoί) di TIN e di UNI. Il gioco combinatorio circolare delle 'parole-immagine a contrasto' e dei 'numeri alfabetici' dei dadi di Vulci.

di Gigi Sanna
Dedicato ai sardi e ora 'etruschi' Franco, Gigi e Paolo


Si  dice che la lingua etrusca è ancora, per svariati motivi, un enigma e un 'rebus'. Ciò si sostiene, naturalmente, sulla base delle grosse difficoltà che insorgono nel cercare di capire di essa molti degli aspetti lessicali, morfologici e sintattici. In realtà, a mio parere, il 'rebus' sussiste e resiste nel tempo non 'solo' per motivi di carattere grammaticale e linguistico, ma anche e soprattutto perché si stenta a considerare un aspetto essenziale dell'etrusco: che la scrittura è criptica, cioè organizzata e strutturata di proposito con il rebus. E' realizzata per non essere capita se non da pochissimi.  Pertanto nella misura in cui si comprenderanno i meccanismi, spesso sofisticati, del rebus, posti di norma in essere dalle scuole scribali dei santuari, si comprenderà la lingua etrusca. Essi sono simili e spesso gli stessi usati dagli scribi dei templi greci e nuragici. In particolare quelli inventati dagli scribi di  questi ultimi.  

1. La questione numerico linguistica.   

I due dadi d’avorio, rinvenuti nel 1848 dai fratelli Campanari a Vulci (1) , sono stati ritenuti sempre della massima importanza per lo studio e la conoscenza della lingua etrusca.
   Il motivo dell’attenzione costante degli studiosi, direi quasi privilegiata, per gli oggetti  del gioco, è molto chiaro:  individuare, con un certo grado di sicurezza, i sei numeri scritti nelle facce dei dadi potrebbe voler dire avviare alla soluzione o quasi il problema dell’identità della lingua etrusca.
    E’ essa una lingua indoeuropea? Se così è allora le parole indicanti i numeri, in tutto o in parte, dovrebbero, in qualche modo, accostarsi o essere simili a quelle dei primi sei numeri del greco, del latino, del germanico, dell’indiano e così via.. E queste parole allora, parzialmente riportate o no, dovrebbero essere presenti anche nei dadi di Vulci.
   Non è una lingua indoeuropea? In questo secondo caso il lessico numerico dei dadi dovrebbe essere completamente diverso e le radici di esso andrebbero individuate, se possibile, in altre lingue.
    Oggi la maggior parte degli etruscologi , per motivi di varia natura linguistica, tende a ritenere la lingua etrusca non facente parte del grande gruppo del ‘ceppo’ indoeuropeo, anche se però fa una fatica enorme nel cercare di inquadrarla nel vasto e complesso panorama linguistico delle altre lingue note europee, mediterranee e non (2).
     Si ammette genericamente che qualche forma grammaticale (la presenza del genitivo in -i, del dativo in -si, del pronome dimostrativo ica, ika, eca, del perfetto cappatico in - ke, come 'svalce, murce, tleχe, la forma dell'imperativo, come, tur, ture o cav, cave, ecc. ), possano essere derivati dall’indoeuropeo. E così ci si pronuncia per alcuni monemi (pruχum, aska, θafna), anche se si tende a spiegarne la presenza con il semplice fatto dell’influenza delle lingue dei popoli italici vicini agli Etruschi (latini, greci, umbri, sanniti, ecc.).
   Un ruolo decisivo per il consolidarsi di questa erronea opinione, ormai molto diffusa, ha giocato l'autorevolezza indiscussa del grande archeologo Massimo Pallottino che, in diverse occasioni ma soprattutto nell'opera più nota (3),  ha sostenuto la 'specificità' o singolarità della lingua etrusca e ha espressamente sottolineato  che la natura di essa è ancora tutta da dimostrare, dal momento che  l'etrusco, per certi aspetti, lessicali, morfologici e sintattici, si mostra assai restio a farsi includere  in precise famiglie linguistiche. 
   La sua posizione di somma prudenza, di dubbio sistematico e di scetticismo (giudicato addirittura un 'deterrente') sulla scoperta dell’identità dell’etrusco è stata contestata con forza da qualche studioso, seguace della tesi indoeuropeista dell’etrusco, che lo ha anche accusato, tra l'altro, non senza una qualche ragione,  d’essere solo un 'archeologo' che parla abusivamente da linguista e di aver praticamente ingessato da molti anni la ricerca linguistica specifica con la sua forte personalità e con la sua fama di studioso (4).

2. Numeri o lessico non attinente ai numeri? Aspetti normativi del gioco e non. Dadi latini e dadi germanici.  
   
   Comunque, linguistica etrusca paralizzata o meno che sia stata e che ancora lo sia, c'è da mettere nel debito  rilievo che anche la presunta 'serie' numerale cardinale, θu, zal, ci, huθ, maχ, sa (uno, due, tre, quattro, cinque, sei),  sulla quale, com'è noto, non c’è accordo unanime tra gli etruscologi, non sembrerebbe, stando  almeno all'apparenza, portare in alcun modo acqua al mulino dei filo - indoeuropeisti, in quanto non parrebbe rispecchiare affatto, nonostante il faticoso e talvolta disperato etimologico per qualche singolo numero, la serie numerica indoeuropea. Tanto che proprio  l'enigma 'numerico' dei dadi di Vulci, la straordinarietà del presunto lessico numerale ivi contenuto, ha indotto i non indoeuropeisti a negare ancora più fermamente l'esistenza di rapporti stretti di parentela dell’etrusco con il latino, con le lingue italiche, con il greco e così via.
  Tuttavia non è chi non veda che la presunta  specificità e singolarità etrusca della serie numerica ha già, nella sua apodittica definizione di 'serie numerica', che risale al Campanari, ovvero allo stesso scopritore degli oggetti, una sua debolezza di fondo. Questa chiara debolezza, sebbene notata da alcuni linguisti, non aveva e non ha trovato sinora ascolto nell' ambito della fitta schiera degli assertori della 'sicura numerazione' di carattere  lessicale (uno, due, tre, quattro, cinque, sei), numerazione  cardinale che sarebbe presente nelle sei facce dei dadi.
   Infatti, non si è tenuto e non si tiene ancora in debita considerazione il fatto che non può essere ritenuta metodologicamente corretta l' affermazione (fastidiosamente aprioristica ed esito solo di apparenti certezze prive di dubbi),  che il lessico presente nelle facce dei dadi si riferisca 'indiscutibilmente' (tutto nella scienza - cosa che stranamente si dimentica - è discutibile: bisogna vedere come e perché si possa mettere in discussione) solo a dei numeri. E' questa, ad esempio, la posizione di chi trascura persino, forte della sua 'convinzione', di citare, anche 'en passant', l'eventualità di ipotesi diverse da quella seriale numerica  circa il gioco  dei dadi di Vulci (5).
    Si capisce che la convinzione 'numerale' e cioè della  presenza della serie dei numeri cardinali  1 2 3 4 5 6  scaturisce, già in prima istanza, dal considerare e constatare che la documentazione storica dell’antichissimo gioco dei dadi, a partire già da quella egiziana, offre il caso comune, continuo e ben fermo, di facce che  presentano ideogrammi numerici (punti e linee, soprattutto) o cifre. Convinzione vieppiù accresciuta dal fatto che non pochi dadi etruschi 'normali' sono stati da tempo rinvenuti e oggi, esposti nei musei, indicano ad abundantiam i segni della serie numerica. Quindi, per molti degli studiosi, anche i dadi di Tuscania devono,  per logica e di conseguenza, contenere e notare 'parole' sostitutive degli ideogrammi numerici stessi. L'uno dato dal punto o dal cerchietto (puntato o no) oppure dall'asta verticale o altro di ideografico, il due  dato da due punti o da due cerchietti , ecc. (v. figg. 3 e 4)

    Fig. 3 Dieci degli undici dadi del Museo Etrusco Guarnacci di Volterra                 Fig.4  Uno dei dadi

        Logica e conseguenza però affatto certe perché sorge immediata l'obbiezione che se è vero che  la serie lessicale numerica doveva costituire la norma essa tuttavia non valeva sempre e comunque. 
   Lo dimostra in modo inequivocabile il noto rinvenimento di un dado usato dai Romani recante nelle facce delle parole, le quali non esprimono il nome dei singoli numeri ma solo,  per calcolo dei grafemi di cui esse parole sono composte, il numero stesso: I (uno) - VA (due) – EST (tre)– ecc.; e lo dimostra ancora, in modo anch'esso molto chiaro, il fatto che dei dadi tedeschi, forse di antichissima tradizione, non presentano nelle facce dei significanti numerici (ideografici o non) ma solo delle singole parole (Wir - Du - Ich): presentano lessico, cioè i pronomi che servivano per estrarre a sorte e per 'indicare', senza possibilità di appello e senza scuse, colui/colei al quale/alla quale o coloro ai quali sarebbero spettate le incombenze specifiche di quel determinato giorno; ed infine lo comprova, in via definitiva, il dato di una piccola trottola a sei facce, sempre germanica (6), che non riporta in esse la serie numerica, ma quella, più estesa lessicalmente, del gioco collettivo che si potrebbe denominare del  'prendi - paga':

paga uno’,
prendi uno’,
 ‘paga due’,
prendi due’,
pagano tutti’,
prendi tutto'.


3. Il 'barraliccu' sardo e il dreidel ebraico per la festa di HanukkahVoci e acrofonia. 
 
    Per rafforzare però gli esempi suddetti, latino e germanici, di parole che hanno a che fare con i numeri (della posta in gioco) ma che numeri non sono, citeremo anche il caso della Sardegna che possedeva e ancora possiede un gioco antichissimo quasi ‘nazionale’ (perché specifico di non poche delle città e delle ville sarde), che si svolgeva, di solito, durante le maggiori festività dell'anno e particolarmente durante quelle del Natale e del Capodanno.
  Esso consiste, così come quello tedesco succitato e suesposto, in una piccola trottola - dado o cubo, che reca però, soprattutto per praticità di esecuzione formale di essa, quattro sole facce e non sei. In una di esse c’è scritto, in lingua sarda,  pone (metti), in un'altra mesu (metà), in un’altra nudda (nulla) e in un’altra ancora totu (tutto). Nel primo caso il giocatore deve porre (pone: imper. del sardo ponzo,  lat. pono) nella posta una moneta (o altro che si giocasse in altri tempi: fave, ceci, castagne, ecc.), nel secondo caso si prende la metà (mesu) della posta in gioco, nel terzo caso il giocatore non prende nulla (nudda), nel quarto infine prendeva il tutto (totu).
   C'è ancora da dire e rimarcare (per quanto si dirà più avanti), l’aspetto grafico della dicitura della detta trottola, chiamata in sardo ‘barralicu’ o 'baddarincu' o 'pipiri(m)poni/e, in quanto le quattro voci  assai di rado venivano e sono riportate per esteso: generalmente (v. fig. 5 e 6)  vengono abbreviate o, per dire più correttamente, sintetizzate per via acrofonica  consonantica con le lettere maiuscole latine (PMNT) oppure, come ci sembra di ricordare nell'immediato dopoguerra in Abbasanta e in Oristano, per via  acrofonia sillabica (PO - ME - NU - TO). 
  
  fig. 5                                                       fig.6                                                    fig.7

Ora, nel caso in cui le voci fossero riportate non in acrofonia, si capisce che sarebbe certamente un fatto del tutto normale che uno, nell'osservare i significanti dell'oggetto (ovviamente una persona non esperta della lingua sarda)  sulle prime fosse  indotto a pensare che il barralicu trottola riporti dei numeri in lingua locale, dall' uno al quattro oppure, osservando i dati acrofonici, che questi non siano altro che i  numeri riportati in modo abbreviato. Ma, come si sa e come si è visto, non è così.  Perché è un gioco in cui i numeri sono completamente assenti  e sono presenti invece quattro voci composte da un verbo e da tre sostantivi. Lessico dunque ancora, come nei dadi latini e germanici, ma affatto pertinente alla numerazione. Stessa cosa accade per i noti dadi ebraici che si usano in inverno per hanukkah e cioè, proprio come su barralicu  per la festività del natale. E' importante sottolineare, per ciò che si dirà in seguito,  che dietro le sigle enigmatiche  'nun', 'gimel', 'het' e 'shin'  (nulla, tutto, metà, prendi) gli ebrei per acrofonia  leggano un'intera frase e cioè ' un grande prodigio è accaduto lì' (8)
   Si vede dunque da questi esempi che il pericolo di sbagliare, insito nell' apriorismo della sola presenza della serie numerica, 'classica' o non, è altissimo. I rischi di travisamento generale e particolare dei significanti che si presumono già essere in qualche modo 'significati' sono scontati e prevedibili;  soprattutto in una lingua che non si conosce per tanti aspetti  o di cui non si sa se non pochissimo del lessico.
     Quindi - insistiamo - non è detto proprio per nulla che i dadi di Vulci riportino 'obbligatoriamente' lessico numerico anche se questa ipotesi, sulle prime, potrebbe, come si è detto,  sembrare la più 'plausibile' perché, almeno apparentemente, la più logica. La più logica certamente, ma non la 'sola' logica. Soprattutto se si considera che il gioco dei dadi è appunto 'gioco', invenzione divertente, quasi il gioco per eccellenza e per ciò campo assai esteso della varietà e della  fantasia creativa.

4. Un gioco popolare antico e moderno. Il gioco della 'sequenza oppositiva circolare'. Sasso, forbici, carta.
    
    Ora, fatta questa premessa cercheremo di (di)mostrare, sulla base dell'esperienza di un gioco ‘povero’ e semplice, popolarissimo, che si faceva da bambini (e che ancora oggi si pratica) ed anche sulla base di considerazioni di natura linguistica attinenti l’etrusco ed in particolare il suo modo d'essere scritto , che è più 'verisimile' e più 'probabile' che nelle facce dei dadi di Vulci ci fosse del lessico che serviva ad indicare non tanto dei numeri quanto delle parole disposte, diciamo così, in ‘sequenza oppositiva circolare'.  Dette  parole, fondate, tra l'altro, sulla scala grafico pittografica alfabetica etrusca (9), realizzavano un gioco molto facile e divertente perché ricco di varie (sei)  possibilità combinatorie, in virtù delle immagini in opposizione o a contrasto di cose, di oggetti e di animali; un gioco inoltre molto attraente e simpatico perché le dette immagini si trovavano ad essere su di un piano di perfetta parità: 'tutte forti' ma nello stesso tempo 'tutte deboli'.
     Prima però di passare all’esame delle 'sigle' (per ora chiamiamole così),  ovvero delle singole parole delle facce dei dadi di Tuscania (uguali in ogni singolo dado), portiamo ora alla nostra attenzione il suddetto gioco di noi bambini, come quello che più degli altri, può aiutarci a ricavare la soluzione dell’enigma della scrittura dei nostri dadi. E’ esso un gioco antichissimo e diffusissimo (si direbbe a livello planetario), imperniato sulla gara di due (o più sfidanti), che usano confrontarsi e sfidarsi sulla base del gesto della mano e  di tre sole parole: Sasso - Forbici - Carta.
    Consisteva ed ancora consiste nelle combinazioni che si realizzano tra i giocatori (posti in genere in piedi frontalmente, così come nel noto gioco della Morra), obbligati a stendere la mano contemporaneamente. I giocatori sanno di poter realizzare con il gesto tre possibilità 'figurative' (naturalmente molto approssimative e del tutto convenzionali) diverse: se la mano è del tutto chiusa, a pugno, intende indicare il ‘sasso’; se è del tutto aperta e distesa intende indicare ‘la carta’ (o la 'rete'), se invece delle cinque dita risultano aperti solo l’indice ed il medio, vuole indicare le ‘forbici’. Va da sé che il sasso 'vince' le forbici (‘spunta’ o 'lima' le forbici), che le forbici 'vincono' la carta (‘tagliano’ la carta), che la carta o la rete  'vince' il sasso (‘avvolge’ il sasso). Così come va da sé che se i due giocatori dovessero mostrare contemporaneamente lo stesso significante (cioè pugno-pugno, carta-carta, forbici - forbici) il punto risulta nullo e si deve ripetere il gioco (v. fig. 5). 

Fig.8.  Sasso                    Carta/Rete                          Forbici

 C'è subito da mettere in rilievo che il passatempo è essenziale, molto pratico, perché fa a meno di qualsiasi oggetto ma raggiunge perfettamente, in virtù del linguaggio delle mani e della convenzione, lo stesso scopo combinatorio; è meno  complesso ma comunque efficace quanto la famosa suddetta ‘Morra’ che si basa su più combinazioni.

5. La loxόthς di partenza. Il gioco combinatorio circolare, con sequenze oppositive o a contrasto, dei dadi etruschi di Vulci.
  
    Osservando ora con attenzione i dadi di Vulci  si deve notare innanzitutto che le diverse sequenze grafiche di ciascuna faccia non sono diritte ma oblique. Questo dettaglio,  stranamente sfuggito,  da quanto sappiamo, all' attenzione degli studiosi, è di primaria importanza. Infatti, la loxόthς  presente in ogni faccia e quindi in tutto il dado suggerisce subito l'aspetto dell'enigma da risolvere, perché 'obliquità' vuol dire che quei segni non sono 'certi', che sono una cosa ma vogliono anche significarne qualche altra. Vale a dire che chi intende giocare con quei dadi deve andare oltre la superficie e cercare di capire come e perché essi sono realizzati o scritti in un certo modo. Non ci sono i punti o le lineette che di norma indicano i numeri cardinali dall'uno al sei,  ma ci sono invece sei sequenze grafico fonetiche che bisogna interpretare e 'leggere' una per una.   
  Ora, come si può notare da ciò che segue, a noi sembra  che i singoli 'segni' fonetici possono essere interpretati come esito di acrofonia sillabica di sei parole di tre lingue (10); esse offrono questa, non crediamo  casuale, sequenza:

SA/XU(M)  - MAΧ/PAI - HUQ/LA  - ZAL/TA  - KI  - QU/RA).

SAXU(M)  -  SUTELA: voci latine : sasso - rete.

MA×AIRAI - QURA : voci greche: forbici/coltello - porta

ZALTA - KI(S) : voci etrusche  - greco lidiche (?): pesce - verme.

Il gioco secondo questa nostra lettura dà, inequivocabilmente, sei combinazioni molto 'logiche' in opposizione o a contrasto:

saxu(m)  versus/contra  maχ(rai)

maχ(rai )  versus/contra   huq(la)

huθ(la)  versus/contra   zal(ta)

zal(ta) versus/ contra   ki

ki   versus/contra   qu(ra)

qu(ra) versus/contra  sa(xum)


Cioè:

Il sasso (la cote) si mangia (affila o spunta ) le forbici.

Il coltello si mangia (taglia) la rete.

La rete si mangia (cattura) il pesce.

Il pesce si mangia il verme.

Il verme si mangia (rode) la porta (il legno della porta)

La porta (l’ingresso, l' apertura, il foro) si mangia il sasso (muro).


    Le immagini grafiche seguenti possono contribuire a capire meglio la 'sequenza contrastiva circolare':




Quindi  se la sequenza acrofonica è stata da noi interpretata giustamente e dietro di essa si celano le dette voci - immagine, si tratta del succitato gioco, ancora in voga, del  Sasso - Forbici - Carta/Rete; solo reso più ricco e vario con l'aggiunta di  altre combinazioni suggerite dal pesce (zalta), dal verme (ci) e dalla porta (θura).

6. La numerologia 'sacra' nei dadi etruschi. Il numero 'sei'. 

  Riteniamo dunque che l'ipotesi suesposta potrebbe già da questi elementi costituire una soluzione  convincente, dell' enigma del gioco etrusco
  Tuttavia ci sembra che nel suddetto lessico loxόν dei dadi di Tuscania, il dato combinatorio, 'oggettivo' e non facilmente confutabile, non sia tutto. I dadi sembrano dire altro perché hanno degli altri  significanti e quindi altri significati.
     Infatti il dado, già indicativo di per sé, come 'scrittura' perché indicante il divino ovvero il numero sei (11), é composto da particolari 'aspetti', tutti attinenti la scrittura, che obbediscono a chiari intenti numerologici:

-  da un supporto geometrico: un  cubo che ovviamente ha sei facce
-  dall'alfabeto: pittografico - ideografico con sei segni della serie numerica
-  dalla scrittura:  con sei acrofonie sillabiche
-  dalla direzione della scrittura : con sei sequenze segniche da destra verso sinistra e oblique
-  dal lessico :  con sei  parole  
-  dalla sintassi: con sei  combinazioni (a scalare dal numero più alto e con ripresa dall'uno).   

      Tutta la scrittura etrusca, a qualsiasi livello di riproduzione (cioè non solo quella detta 'lineare')  si mostra particolarmente attenta, così come quella nuragica (12),  alla numerologia, affinché di volta in volta  siano salvaguardati i numeri 'sacri', in particolare il 'tre' e il 'sei' che sono simboli sostitutivi della divinità. Infatti, scrivere un 'tre' con tre sbarrette (│││), la lettera C (terza lettera dell'alfabeto) o la voce numerica  'CI' (tre)  o scrivere Tin e Uni è la stessa precisa cosa. E poiché la divinità è androgina (13), essa  come unità è tre ma come 'doppio' è sei
   Si può dire che quasi non si contano, come si vedrà dall'esame di altri documenti scritti (14),  gli esempi dove gli scribi etruschi tendono a scrivere, in modo quasi sempre (v. figg. 6 -7 -8) criptato (frequente è quello della coda curva  dell'animale o quello reso con il 'linguaggio' delle mani), il numero tre o il numero sei, veri e propri 'tituli' (15) specifici divini, appartenenti alla coppia  TIN/UNI e solo ad essa.   

 Fig. 9                                                             Fig. 10                                               Fig. 11

    Gli studiosi purtroppo non hanno tenuto e non tengono, generalmente parlando, minimamente conto della presenza 'ossessiva' dei numeri sacri, ma non vedere  e non capire ciò vuol dire precludersi la possibilità di 'leggere' tanto, anzi tantissimo, della fantasiosa scrittura etrusca (e non solo etrusca!), di quella scrittura sacra che è al primo posto nella mente (e se si vuole nel cuore) degli scribi sacerdoti dei santuari, luoghi  nei quali il particolare codice  veniva inventato, organizzato e diffuso.
   Questo lo si vedrà particolarmente nei sarcofaghi o nelle urne dove la 'scrittura con', cioè la scrittura ottenuta soprattutto attraverso l'acrofonia di determinati e direi, topici oggetti, tende a rendere formule più o meno fisse con la presenza e della 'madre' (ati) e del 'padre' (apa) ovvero della inscindibile coppia divina UNI/TIN.
    Ma dal momento che si è richiamato anche il nuragico vorremmo far presente che una delle caratteristiche fondamentali del codice sardo è proprio quella dell'obliquità o loxόthς.  Spesso non solo alcuni dei segni ma anche intere scritte vengono riportate, più o meno manifestamente, oblique, quasi a indicare subito, secondo una precisa convenzione, che il testo contiene dei significanti i cui significati non sono subito 'leggibili'. Bisogna sforzarsi un po' per leggerli (16) E' il caso, tanto per fare solo due esempi di documenti noti (17), ovvero del coccio del Nuraghe Alvu di Pozzomaggiore  e della Stele di Nora (v. figg. 9 e 10), documenti nei quali il rebus della interpretazione, dell'andare oltre il 'certo' dei significanti,  è alquanto difficile.   

Fig. 12                                                                          Fig. 13

7. I segni dell'alfabeto etrusco e la loro pittograficità.

Detto ciò e chiarito il motivo per cui nei dadi da gioco etruschi si trova iterato il numero sei, vediamo di spiegare perché risulta presente e da cosa si ricava l'alfabeto pittografico -ideografico etrusco. Spieghiamo cioè cosa autorizza a dire che oltre al gioco combinatorio, dovuto al particolare lessico in acrofonia, ci siano  i simboli specifici (sei simboli specifici) della serie numerale dell'alfabeto etrusco.
   Il motivo è dato dal fatto che, per quanto molto schematici,  i segni alfabetici etruschi risultano, in qualche modo, anche pittografico - ideografici (18), danno cioè anch'essi una certa idea d'altro, partecipano dell'ambiguità,  venendo  a coincidere con le voci del gioco riportate per acrofonia. 
   Infatti, deve essere accaduto che l'osservazione di una certa quale pittograficità dell'alfabeto abbia non solo suggerito la sigla da dare al simbolo (qu, ci, huq ecc.) ma anche (forse in seguito) il gioco combinatorio del 'mangia', soprattutto perché i simboli pittografici-ideografici alfabetici anche sotto il profilo numerico si prestavano al gioco,  essendo la sequenza progressiva a scalare dal segno più alto nella sequenza  numerica.    
    Naturalmente per realizzare tutta la 'scala'  combinatoria risulta  evidente che gli scribi  non si sono riferiti  all'alfabeto tardo etrusco (19), ma ad uno molto più antico, quello completo teorico (tanto per intenderci, a quello di  Marsiliana d'Albegna o a qualche alfabeto dello stesso periodo) con la presenza anche delle  consonanti sonore 'B' e 'D'. Così è stato possibile riprendere  l'immagine schematica della consonante (inutilizzata) 'd'  'pesce' ' e inserirla opportunamente tra θura e huθla onde rendere organica la serie combinatoria sino all'uno  o alla prima lettera dell'alfabeto.
     La tabella seguente (tab.1) può far capire meglio la detta corrispondenza tra simboli alfabetici e parole immagini 'scritte' :

Tab. 1

    C'è da osservare ancora che è solo l'immagine, ad un certo punto del gioco, che lo rende  intrigante (e organico per numerazione sacra) con il principio del tutti forti e tutti deboli (anche qui, se si nota, l'ambiguità) perché il solo numero 1 con l'andamento completo circolare non avrebbe potuto ovviamente vincere  il numero 9 (v. ancora tabella). Infatti, solo la figura  della 'porta' che 'mangia' il 'sasso' (cioè la porta, il foro, l'ingresso che buca, che corrode, la parete sassosa) può permettere la vittoria impossibile del segno numerico piccolo sul segno molto più grande.
     La tabella quindi chiarisce che nei dadi non è presente la serie numerica cardinale dal numero 1 al numero 6, come ipotizzato dai più (v. tab. 2), ma sono presenti, in relativa sequenza, partendo dall' uno, sei dei segni alfabetici numerali dell'intero alfabeto. La sequenza è relativa perché viene saltato  il due (la lettera 'b')  e viene invece riportato il 'nove' (la lettera 'θ') che va così al sesto posto   essendosi ancora saltato il settimo  e l'ottavo segno .
  Ora, ammesso che i segni della serie alfabetica, tutti o in parte, fossero impiegati come numeri cardinali (20), risulterebbero presenti nelle sei facce del dado da gioco i numeri uno (θu), tre (ci), quattro (zal), cinque (huθ), sei (maχ), nove (sa). 

Tab. 2 


    In ragione di ciò, ovvero della probabilità che i simboli alfabetici venissero impiegati anche come numeri cardinali, possiamo sostenere che l'espressione husur max acnanas della scritta etrusca TLE 887 (Spitus Larθ Larθal svalce LXIII/ husur maχ acnanas) va intesa ' avendo generato sei figli' e non 'cinque figli' come sarebbero indotti a sostenere l'Oltzscha, il Cristofani e il Pittau  o  'quattro' come avrebbe inteso invece  lo Hamp. 

 8. Modalità (23) del gioco dei dadi di Tuscania.

   Due giocatori erano ciascuno in possesso di un solo dado. Uno di essi a turno lo lanciava e la faccia del dado superiore ovviamente andava a realizzare una determinata sigla riferentesi ad una immagine (o numero che si volesse intendere). Questa immagine essendo il gioco ' combinatorio contrastivo circolare' era irrilevante in quanto poteva essere forte e debole nello stesso tempo perché non c'era alcuna figura (animale o cosa) della serie che non potesse essere 'vinta' o 'mangiata'.  Poniamo che il primo lancio avesse sortito un 'ci', un 'tre'  ovvero il verme. Se nella ptώsei kύbwn  del secondo giocatore fosse uscito un segno 'θu'  ovvero la porta, vincitore risultava il possessore del 'ci' (colui che aveva estratto il 'ci'),  in quanto il 'verme mangia la porta'. Nel caso in cui fosse invece uscito uno 'zal', il 'quattro' ovvero il 'pesce', a vincere sarebbe stato il secondo giocatore o sfidante. Ovviamente le non poche possibilità di combinazioni non pertinenti perché non contrastive (verme: rete, verme: verme, verme -forbici ecc.) venivano sanate con la ripetizione del lancio ad oltranza fino a quando non usciva una delle due combinazioni che potevano decretare la vittoria o la sconfitta degli sfidanti. Va da sé che la bellezza del gioco consisteva anche nel lancio nullo il quale  se ripetuto per diverso tempo accresceva ancor più l'ansia e il desiderio di arrivare alla combinazione fortunata e vincente. Senza contare poi il fatto che ad ogni 'nullo' la posta poteva via via anche aumentare,  con ulteriore versamento di danaro o di altro che fosse.  
  Il gioco più semplice fatto con le mani (carta, forbici, sasso) e con sole tre combinazioni è ovviamente più rapido perché con meno possibilità di combinazioni nulle. E più rapido ancora in quanto basato sul fatto che i giocatori stendono contemporaneamente le mani e sono pronti a ridistenderle in ogni caso in pochissimo tempo.
  Ma quello che il gioco con il linguaggio delle mani acquista per rapidità,  il gioco dei dadi etrusco lo acquista per maggiore varietà combinatoria che spesso obbligava a molte ripetizioni del lancio. Non è improbabile inoltre che  in caso di 'nullo' il lancio potesse essere fatto anche da un terzo giocatore o da più giocatori secondo un turno prefissato. 

9. Il gioco combinatorio etrusco oggi in internet.  


        
       Come si può vedere dalle figure su riportate,  l'antichissimo gioco etrusco oggi si trova comodamente in internet e in lingua inglese si chiama Rock Paper Scissors (sasso, carta forbici). Si può giocarlo online , in vari modi, direttamente dal nostro  computer. Lo stesso sito del New York Times offre una sezione dedicata ai passatempo in cui troviamo proprio il gioco Sasso Carta Forbice
   Come però si può osservare dai diversi 'logo' che si trovano in rete le combinazioni possono essere ancora maggiori passando dalle 'tre' della norma alle quattro o anche alle cinque. Ciò si può ottenere sempre sulla base del gioco contrastivo circolare, aumentando cioè le figure (in genere di animali o di cose) che si oppongono secondo il criterio del 'mangia' o del 'vince'. In ciò il gioco mediatico si avvicina molto come concezione al gioco dei dadi etruschi di Tuscania.
      Ma non è chi non veda che la grafica che si propone continuamente o che pure si innova,  è del tutto laica, cioè finalizzata alla sola realizzazione visiva delle combinazioni (24), senza riferimento a niente che possa toccare la sfera del religioso.
     Il rebus grafico del gioco moderno, disegnato su di un supporto qualunque, è limitato all'essenziale (capire il motivo del 'mangia' ovvero la combinazione), quello etrusco invece, basato già sui dadi 'significanti', cioè su di una particolare figura geometrica, tende ad arricchire al massimo, attraverso altri particolari significanti, la presenza dei significati, a rendere cioè il gioco 'magico' e misterioso, imperniato sulla presenza di una volontà superiore.
    Infatti, i dadi sacri etruschi (questi particolarissimi dadi) hanno il pregio di ricordare, 'scrivendolo'  nascostamente, che l'uomo è sempre uomo, che la sua volontà è sempre ben poca cosa e che pertanto la buona o la cattiva sorte che si avrà nello svolgimento della gara è sempre opera del dio doppio luminoso Sole e Luna. Chi vuole vincere cerchi di ottenere la benevolenza di Tin e di Uni o del Sei. O se si vuole, del 'dado' stesso.


Note
1. Colonna G., 1978; in Studi Etruschi, 46, p. 125.
2. Per la questione si veda Pittau M., 1998, La lingua etrusca. Grammatica e lessico, Introduzione, § 3, pp. 28 - 33
3. Pallottino M., (1936), Elementi di lingua etrusca, Firenze; idem, 1984, Etruscologia , Milano.
4. Pittau M., 1998, La lingua etrusca. ecc. cit. p. 29. Lo studioso (ibid. p. 29 n.16), a proposito di studi fatti da archeologi e storici e non da linguisti, riporta anche  le 'lamentele' di  G. e L. Bonfante (Lingua e cultura degli Etruschi, Roma 1965, p. 9).  
5. Si veda ad es. Pittau M., I dadi da gioco etruschi. I numerali etruschi, htp://www. Pittau.it/Etrusco/Studi/ dadi. html. Lo studio si trova anche in «Atti del Sodalizio Glottologico Milanese», vol. XXXV-XXXVI, 1994 e 1995 (1996), pagg. 95-105.
6) Per tutti questi esempi, di cui sono debitore, si veda Monte L. e Richter U., Gli enigmatici dadi di Tuscania; in Antikitera.net http:// www. Antikiera. Net/ download/ Dadi di Tuscania, PDF.
7) Non esiste a tutt'oggi uno studio specifico sul gioco popolare sardo. Il gioco e il nome sono citati dal linguista Rudolph Böhne nel suo saggio Zum wortschatz der Mundart des Sarrabus (Südostsardinien) Berlin 1950, p. 49. Di recente uno studio sulle tradizioni popolari di una 'villa' (bidda) della Sardegna centrale (Casula F., Traditziones populares de Abbasanta, 1994, p. 131) cita il gioco affermando, tra l'altro, che l'oggetto poteva essere in legno ma anche in ferro. La testimonianza del Casula, per quanto scarna, è importante perché dimostra che il gioco non era diffuso solo in area campidanese (sud dell'Isola), come spesso si dice, ma anche in altre zone della Sardegna. Perlomeno nella cosiddetta zona linguistica cosiddetta  'grigia'.  Comunque, un' elegante esposizione con breve excursus storico del gioco è in internet: http: //casa del cappellaio.blogspot.it /2009/12/girlo -dreidel -teetotum – o -baddarincu. Html. Molto interessante il raffronto con il dreidel ebraico che, oltre ad essere gioco del periodo della festività invernale, si differenzia da quello natalizio sardo per i soli simboli alfabetici acrofonici consonantici del semitico (lingua yiddish)  al posto di quelli indoeuropei. Il breve saggio non contempla però la citazione del gioco portoghese della 'Perinola' (o Pirindola) che qui ci piace segnalare  perché le facce dell'oggetto sono sei (e non quattro)  e per di più scritte linguisticamente per esteso: Pon 1 - Pon 2 - Toma 1- Toma 2 - Toma todo - Todos ponen.    
8. Nes Gadol Haya Sham. Allusione al miracolo della luce perenne del candelabro del tempio di Gerusalemme  che continuò a bruciare per otto giorni sebbene l'olio fosse ormai completamente esaurito. Il fatto accadde nell' anno 165 a.C. nelle fasi della lotta  per la cacciata  dei dominatori seleucidi dalla regione ad opera dei Maccabei. In Gerusalemme ai giorni nostri il dado si legge Nes Gadol Haya Po perchè in esso non riporta la consonante acrofonica 'shin' sostituita dalla consonante 'pe' . In Gerulalemme ovviamente la voce 'lì' viene sostituita con quella  'qui'.
9. La pittografia è, come si vedrà più avanti, pur nelle forme quasi del tutto astratte e schematiche, presente in alcuni segni dell'alfabeto etrusco.
10. Le lingue sono il latino, il greco e l'etrusco. Non stupisca questo fatto dei tre codici linguistici perchè, come si vedrà in altri articoli successivi al presente, la documentazione della scrittura etrusca mostra molto spesso il dato del mix. Ciò lo si vedrà particolarmente nella 'scrittura' a rebus delle lastre mortuarie e dei sarcofaghi. Si tenga presente che la scrittura in mix, cioè con l'uso di tre lingue (o di tre codici alfabetici diversi)  è attestata nella scrittura nuragica. Si veda Sanna G., 2004. Sardōa grammata. 'b 'ag sa'an yhwh, S'Alvure Oristano; idem, 2009, La stele di Nora. Il Dio, il Dono, il Santo. The God, the Gift, the Saint (trad in lingua ingl. di Aba Losi); idem, 2014, Ardauli conserva e salva Norbello. Tre codici alfabetici e un Norb principe sardo a 'farfallino'! E la storia si vendica degli irriverenti a caccia di ...'farfalle', in MontePrama blog (6 maggio); idem, 2014, Il nome di Tharros (THARRUSH) in un' iscrizione nuragica, etrusca e latina del III - II secolo a.C. Un Lars di nobile origine etrusca 'curulis' di Roma in Sardegna; in MontePramablog (27 aprile).
   Le parole Saxum e huθla sono latine; maχrai e θura sono greche e zalta e ci sono etrusche. Huθla è probabile trasformazione in fonetica etrusca della parola latina 'SUTELA' (cf. anche SUTA, SUTOR, SUTUS, SUTURA, SUTILIS) che si trova in PL. Capt. 692. Per l’esito  dell’aspirata che passa alla sibilante o viceversa (sut = huq), cf. gr. ὔω (sscr. su, sunoti); gr.  sύricoς e  ὑricός; gr. rax (sscr. svirati; lat. sorex); gr. ἃllomai (lat. salio; sali: etr. hal);  lat. sus, suis (gr. ῦς, ὑός), gr. ὑp(lat. sub), ecc. Per la il passaggio della dentale sorda alla dentale aspirata v. Cristofani M.,1991, Introduzione allo studio dell'etrusco, Olschki ed.  pp. 46 - 48. In part. 'I grafemi p, f, t, q, k, c o f diventano, ognuno nell'ambito della sede di articolazione che designano, espresssioni grafiche che non realizzano fonemi differenti, ma piuttosto una variante grafica di uno stesso arcifonema'.
   Per quanto riguarda macrai dal gr. mάcairai (kourίdeς) dobbiamo pensare prima a una monottongazione (mάcarai) e poi alla caduta della vocale mediana in posizione post tonica. Solo così possiamo ipotizzare la divisione per sillabe che possa dare mac. Più agevole è invece ricavare 'zalta' etrusco dalla voce originaria semitica 'daleth' e poi greca 'delta'. Per il passaggio da 'd' a 'z' delle parole greche (anche per la problematica della pronuncia etrusca di 'z' come consonante 'sonora'),  si veda ancora Cristofani, 1991, o.c. p. 49.
     Sicure e senza difficoltà sono le acrofonie sillabiche di saxum, qύra e ci. Quest'ultima è voce che si trova nella lingua greca ma assai rara, attestata due sole volte (cf. Liddel § Scott, 1961, Greek - English Lexicon, Stuart Jones § Mc Kenzie, Oxford, p. : kίς, kiός, cf. Pl. Fr, 222; in acc, kίn cf. Thphr, CP 4.15.4). Con ogni probabilità il 'tarlo' in etrusco (greco - lidico?) si diceva 'ci', voce che coincideva con il numero tre dell'alfabeto e nello stesso tempo della serie numerale cardinale. Il 'ci' come numero cardinale  tre è da tempo ritenuto certa dagli studiosi (cf. Cristofani, 1991, o.c. , pp, 54, 77, 78, 133, 134 e Lessico, p.158; Pittau,, 1997, La lingua etrusca. Grammatica e lessico; Insula ed. Nuoro 1997, §§ 69, 70, Lessico, p. 69. 
11. La sacralità del numero 'sei' , come titulus esclusivo della coppia luminosa soli - lunare  TIN/UNI la si può vedere già dal numero delle lettere alfabetiche che formano i due nomi. E questo è uno dei motivi per cui forse si preferisce scrivere  il nome TIN al posto di TINIA. Vedi ad es. In uno dei 'settori' del Fegato di Piacenza: TIN CI V ENTINθ ecc.
12.  Si veda in particolare Sanna G., Scrittura nuragica: gli Etruschi allievi dei Sardi, in Monti Prama. Rivista semestrale di cultura di Quaderni Oristanesi PTM ed. n. 63, pp. 3 - 30.
13.  Tin e Uni rappresentano entrambi una stessa entità luminosa, un unico ma doppio occhio soli -lunare. L'iconografia etrusca, cosi' come quella nuragica, presenta in svariati modi, quasi sempre criptici (schema ad MF), questa entità doppia con il sole maschio e la luna femmina.  Basti osservare le due 'C' (simbolo del 'tre') raffigurate contrapposte nei sarcofaghi.
14. I documenti verrano presentati in degli articoli successivi.
15. 'Titulus' è termine latino che prendiamo per il suo significato di 'titolo onorifico' ma anche di 'fama ' e di 'gloria' (sustinere titulum consulatus, Cic.; Titulo Spartanae victoriae inflatus, Curt.). La voce, per la sua importanza specifica per la 'scrittura' funeraria etrusca, la si vedrà nel prossimo articolo riguardante le lastre tombali etrusche.
16. Naturalmente lo 'sforzo' doveva essere da parte dello scriba; di un altro scriba (o sacerdote), che leggeva il testo del documento. Dobbiamo  sempre tener presente che la scrittura a rebus, sia che essa fosse in Sardegna sia che fosse in Etruria o - poniamo - a Pito (Delfi), era appannaggio della casta scribale sacerdotale dei santuari (v. Cristofani M., 1991, Introduzione allo studio dell'etrusco, Olschki ed., p. 16).  Pochissimi forse, al di fuori di essa, erano in grado di decifrarla. Il rebus, talvolta di elevata difficoltà e raffinatissimo, era l'espediente fondamentale attraverso il quale i 'segni' magico -religiosi' si potevano guardare ma non capire. Perchè la scrittura era anche e soprattutto potere segreto degli eletti, distanziazione elitaria.
17.  Si veda Sanna G., 2010, Il documento in ceramica del Nuraghe Alvu di Pozzomaggiore; in Shardana jenesi degli Urim di L. Melis, PTM ed. Mogoro, pp. 153 -168; idem, La stele di Nora. Il Dio il Dono ecc. cit.
18.  Si vedano in particolare i segni 'A', 'C' , 'V', 'Θ' .  Un aspetto significativo pittografico molto marcato è senz'altro  quello della prima  lettera della serie alfabetica, quella che significativamente 'apre' la sequenza dei segni. Essa se si nota è molto distintiva rispetto ai corrispondenti  segni suoni vocalici del greco e del romano. Infatti si può notare che la barretta mediana tra i due segni a V capovolta è sempre 'manifestamente' obliqua, a connotare quindi non la 'aleph (toro) semitica o l'alfa e la 'A' romana da essa derivate ma quella etrusca.  La differenziazione, a nostro parere,  serve a far capire che non si tratta del toro ma della 'porta' (Θura).
19. Nell'alfabeto tardo etrusco, come si sa dai numerosi 'alfabetari' , mancano di norma le consonanti 'B' e 'D' ovvero la sonora labiale e quella dentale.
20. Si sa che spesso nella storia della scrittura la serie dei codici alfabetici venne usata ad indicare i numeri  cardinali o ordinali. Queste stesse note che riportiamo nel presente articolo attraverso la serie dei numeri avremmo potuto metterle indifferentemente in elenco atraverso la serie delle lettere alfabetiche:  a. b. c. d. e. ecc.
21. Per questa prima serie di interpretazioni sui numeri cardinali presenti nei dadi si veda Pittau, I dadi da gioco etruschi. ecc. al cui lavoro rimandiamo anche per la bibliografia.
22. V. Cristofani, 1991, Introduzione allo studio dell'etrusco. ecc.  cit., pp. 76 -77.
23.  Ovviamente può darsi che non fosse solo questa la modalità del gioco e ce ne fossero delle altre. Può essere ad es. che la  ptώsiς kύbwn riguardasse entrambi i dadi da parte di un solo giocatore il quale, rispettando ovviamente la turnazione, vinceva la posta quando usciva una delle sei combinazioni.
24. Le sei combinazioni, cioè un numero di esiti a contrasto così alto del gioco 'sacro' di Vulci, non sembrano comparire nel gioco ormai noto in tutto il mondo. Esse si fermano al cinque.

Auguri a Gigi Sanna per il suo compleanno da tutti noi del blog Monte Prama