domenica 2 novembre 2014

Il Lossia Sardo

Figura 1, dal testo di Fabbroni
di Sandro Angei

Il mio commento al saggio di Matteo Corrias su "Il tipo iconografico del grastocefalo”, reca in anteprima parte di questo studio, col quale in quella sede ho messo l’accento su possibili scambi culturali tra la Sardegna e la Grecia; qui voglio dimostrare oltre a ciò, come il Sardus Pater possa identificarsi con divinità venerate da altri popoli, se non sia esso addirittura il nome sardo di una divinità Greca molto, molto antica.
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Navigando in internet mi sono imbattuto in un saggio di Adamo Fabbroni, che tratta di una scultura denominata “Dell’ariete gutturato” (figura 1) edito nel 1792; nel quale l’autore in ordine al nome del dio Ba’al, lo avvicina al Greco Apollo, ritenendo i due nomi, epiteti dello stesso dio, poichè entrambi sono divinità solari. Egli accosta il nome “Ba’al” al belare della pecora e dell’ariete, animale sacro ad Apollo (1), secondo una sua tesi, basata anche su quanto scritto da Varrone secondo il quale, le genti italiche chiamavano le pecore “beela”. Per tanto ipotizzava una stretta correlazione onomatopeica tra il nome della divinità solare e il nome col quale le genti italiche appunto chiamavano le pecore per via del loro verso (2)

Ipotesi che trova conforto in una notizia fornitaci da G. Sanna in “I segni del Lossia cacciatore” dove nella nota n° 8 pag. 162 leggiamo che “…l’asino era, tra gli animali, il prediletto per la sua specifica espressione che, in qualche modo, richiamava quella (d’invocazione e d’aiuto) scritta negli άναθήματα con caratteri lineari e pronunciata (o meglio intonata) dai devoti.
Per tanto l’esclamazione ’ιώ reiterata: ’ιώ ’ιώ è presa pure lei, per così dire, dal linguaggio della natura.

Qui di seguito esibisco uno stralcio del IX paragrafo del saggio “Dell’ariete gutturato” dove il Fabbroni ben spiega le sue ragioni:


Nel museo del Bardo a Tunisi è custodita questa statua (figura 2) di Ba’al Hammon (3).

Figura 2

A Cartagine Ba'al Ammone è associato all'ariete ed è venerato come Ba'al Qarnayn ("Il dio dalle due corna"), in un santuario all'aperto a Jebel Bu Kornein ("la collina dalle due corna"), che si affaccia sulla baia di Cartagine (4).
A ben vedere il nome Ba’al Hammon o Ba’al Hamon somiglia, almeno per assonanza, all’Egiziano di Tebe “Amon”, che significa il misterioso, raffigurato in figura 3 con testa d’ariete (5).

Figura 3
In seguito alla fusione con la maggiore divinità di Eliopoli “Ra”, “Amon” diede origine ad un’unica divinità “Amon-Ra” che mise d’accordo i due collegi sacerdotali loro veneranti.

Amon-Ra, era il “Ba’al Hammon” punico, che in Grecia fu l’antichissimo Lossia, il misterioso, che in seguito divenne, in quanto tale e impronunciabile “E/A pollòn(6)?

Ora l’ultimo raffronto, che è l’anima di questo piccolo studio, è tra l’immagine di Ba’al Hammon e quella del Sardu Pater, che praticamente sono identiche (figura 4).

Figura 4
Stesso copricapo piumato (corona raggiante), stesso viso barbuto, stessa posizione delle braccia e delle mani, stessa veste lunga con evidente particolare a “V”.

Ricapitolando:
- Ba’al Hammon dio solare recante la corona raggiante, al cui nome allude il belare dell’ariete. Ariete a lui associato e venerato (il dio) col nome di Ba’al Qarnayn ("Il dio dalle due corna").
- L’ariete è animale sacro anche ad Apollo, o meglio il Lossia greco, essendo A/Epollon un epiteto dell’ineffabile Lossia. Divinità solare, dio della luce raggiante e con l’epiteto anche di “Carneios”, che di fatto è assonante al Punico “Qarnayn”.
- Amon-Ra raffigurato con testa d’ariete è pure lui misterioso per via di “Amon” e solare per via di “Ra”, dio del sole di Eliopoli.
- Sardus Pater è raffigurato in modo identico a Ba’al Hammon.
Il cerchio si chiude e si capisce finalmente, il perché fu donata al santuario Delfico di Apollo la statua del Sardus Pater (9).
Il Sardus Pater, con quelle piume poste a corona sul capo che altro non sono se non il simbolo dei raggi solari, è Apollo o meglio il Lossia, così come lo interpretavano le genti Sarde. Non avrebbe avuto alcun senso altrimenti, donare da parte dei Sardi e ricevere da parte dei Greci, l’immagine di un dio diverso dal Lossia E/A pollòn all’interno del suo santuario più importante.

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Alla ricerca del tempo 
dove cerco le prove che Demetra e Core, Eracles e Iolao, Dioniso, Apollo e tutta la mitologia greca, erano conosciuti in Sardegna prima della dominazione punica, se non della “colonizzazione fenicia”; tramite l’inquadramento cronologico dell’invio della statua bronzea del Sardus Pater al santuario Apollineo.

Il tempio delfico di Apollo è di età Micenea. A metà del 6° secolo a.C. fu distrutto e solo nel 505 a.C. fu terminata la sua ricostruzione. Nel 373 a.C. il tempio fu nuovamente distrutto e la nuova ricostruzione avvenne solo nel 325 a.C.(10)
Pertanto le finestre temporali d’invio, da parte dei Sardi e d’accettazione da parte dei Greci, della statua del Sardus Pater poté avvenire nella prima finestra temporale, prima della metà del 6° secolo a.C., o nella seconda finestra temporale tra il 505 e il 373 a.C., oppure nella terza finestra temporale dopo il 325 a.C..

Tenuto conto che Cartagine nel 540 a.C. inviò il generale Malco in Sardegna per conquistarla e che solo col trattato del 509 a.C., Roma riconobbe a Cartagine il possesso dell’isola, si può arguire che l’unica possibilità rimasta, sia quella che vuole l’invio della famosa statua, in un periodo anteriore alla metà del 6° secolo a.C.; perché mi sembra molto improbabile che durante l’occupazione punica, i Sardi potessero distrarre energie e mezzi per realizzare una statua da inviare al santuario delfico di Apollo. In contraddizione con quanto ipotizza Pierluigi Montalbano, che nel suo “Quotidiano di storia e archeologia” scrive: “…Molto probabilmente il dono della statua era stato effettuato proprio in occasione e subito dopo la grande vittoria dei Sardi Nuragici sui Cartaginesi.” Non tenendo conto che nel periodo in cui si svolsero le battaglie che videro i Sardi vittoriosi sui Punici, il tempio di Delfi era ancora distrutto o in fase di ricostruzione.

Infine, una considerazione che rafforza l’ipotesi qui esplicata.
L’inno pseudo omerico ad Apollo recita:
« Di là, pieno d'ira procedesti rapidamente verso la montagna,
e giungesti a Crisa, collina rivolta a occidente,
ai piedi del Parnaso coperto di neve. Su di essa
incombe una rupe, e sotto si estende una valle profonda,
scoscesa. Là Febo Apollo, il signore, decise
d'innalzare l'amabile tempio; e così disse:
"Qui io intendo innalzare uno splendido tempio
che sia oracolo per gli uomini, i quali sempre
qui mi porteranno perfette ecatombi
- quanti abitano il Peloponneso fecondo,
quanti abitano l'Europa, e le sue isole circondate dal mare
desiderosi di consultare l'oracolo: e a tutti loro il mio consiglio infallibile
io esprimerò, dando responsi nel pingue tempio".
Così parlava Febo Apollo; e gettò le fondamenta,
ampie, profonde, compatte. Su di esse poi
innalzavano un basamento di pietra Trofonio e Agamede
figli di Ergino, cari agli dei immortali;
edificavano poi le mura del tempio infinite stirpi di uomini
con pietre saldamente impiantate, perché fosse eterno celebrato nel canto.
Lì vicino era la fonte dalle belle acque, ove il dio figlio di Zeus
uccise la dracèna col suo arco possente:
mostro, vorace, grande, selvaggio, che molti mali
infliggeva agli uomini sulla terra; molti ad essi
o molti al bestiame dalle agili zampe, poiché era un sanguinario flagello. »

L’inno ad Apollo fu composto verso il 500 a.C., ma già secoli prima i greci avevano fondato colonie nel mediterraneo occidentale fin verso Marsiglia.
Ora si pone un interrogativo legato al significato greco di Europa. Cosa intendevano per Europa i Greci? Un territorio a corto raggio dell’occidente Greco, dove per isole circondate dal mare intendevano: Samo, Zacinto, Itaca e isole minori? Ma se così fosse perché indicare quelle isole come fossero altro dalla Grecia? Oppure intendevano un’Europa a lungo raggio dove per isole circondate dal mare intendevano Sicilia, Sardegna, Corsica e le altre isole del mediterraneo occidentale, che ben conoscevano? La notizia dell’invio della famosa statua sarda parrebbe confortare l’ipotesi che la seconda Europa, sia quella indicata dallo Pseudo Omero.

(1) Presso i Dori, si adorava quell'Apollo che Pindaro chiama Karneios: sotto forma d'ariete egli era il consigliere dei pastori e il protettore delle greggi, che salvava dall'epizoozia e dalle belve; a Sparta, in agosto-settembre, si celebravano in suo onore le feste di nove giorni dette Kàrneia. Apollo Karneios è tale in quanto dio-ariete, quindi provvisto di corna, e signore della corona raggiante; ma anche in quanto saettante, signore del keraunos, cioè della freccia, e dei kerata, delle vette.
(2) Per una più ampia panoramica di quanto trattato vedasi: Dell’ariete gutturato" di Adamo Fabbroni,  1792
(6) Vedi “I segni del Lossia cacciatore” di G. Sanna, S'Alvure ed., 2007.
(9) In ΛΟΓΟΣ ΠΕΡΙ ΤΗΣ ΣΑΡ ΟΥΣ Le fonti classiche e la Sardegna Atti del Convegno di Studi -Lanusei 29 dicembre 1998, A cura di Raimondo Zucca, A. Mastino parlando della celebre statua del Sardus Pater donata al tempio delfico di Apollo scrive : "…una statua in bronzo del dio Sardo, dedicata in epoca imprecisata dai «barbari che sono nell’Occidente ed abitano la Sardegna»(citando Pusania), collocata nel tempio di Apollo a Delfi…" Fatto importantissimo che dimostra la sovranità dei Sardi nella loro isola (prima della conquista Cartaginese?) La capacità di quel popolo di fondere una statua del Sardus Pater in bronzo, che la dice lunga sulle disponibilità economiche dei Sardi rispetto alla produzione di rame e stagno, tanto da potersi privare di un metallo sicuramente più prezioso dell’oro in quel tempo. Ci dice che i Sardi navigavano liberamente nel Mediterraneo con le loro navi. Di certo stiamo parlando di un’epoca anteriore a quella della conquista Cartaginese. Un’epoca durante la quale Greci e Sardi erano legati da reciproci scambi materiali e culturali. Benché ne dica Pausania, che definisce “barbari” quelle genti Sarde, forse perché lui vissuto nel 2° secolo d.C. non poteva avere certo cognizione di quello che fu la civiltà dei Sardi almeno 700 anni prima della sua nascita, filtrate oltre tutto, le sue notizie dalla cultura romana imperante , tanto da esaltare l’operato romano nelle sue citazioni.