lunedì 1 dicembre 2014

Scrittura nuragica: gli Etruschi allievi dei Sardi (I)

# Gigi Sanna e il codice nuragico

Ripubblichiamo un articolo comparso sul blog di Gianfranco Pintore in data 14 Giugno 2012 e non più interamente leggibile. L'esigenza è sorta in seguito alla recente pubblicazione del post Stele di Avele Feluskes. I nobili etruschi figli di Tin e di Uni. Scrittura e lingua dei documenti funerari. L'acrofonia sillabica e non, la numerologia e la chiara dipendenza dell'etrusco dal nuragico (II) in data 28.11.2014. Per i post con tag "Etruschi" si segua il link#monteprama.blogspot.it_Etruschi



di Gigi Sanna (14.06.2012)
Dedicato ai  'letteratissimi' Sardi nuragici

Fig. 1. La stele funeraria

1.      Il documento lapideo e il supporto. I pronunciamenti degli studiosi.

    Il documento è stato  rinvenuto dal rag. Armando Saba (1) di Allai il 10. XII. 1984, in S'isca de su Nurachi, località sulla sponda sinistra del fiume Massari (o Flumineddu), poco distante dal ponte che si trova all'ingresso del paese di Allai.
    E' in roccia vulcanica  e misura in altezza 36 cm e in larghezza 43 cm. Lo spessore varia tra i 4 e i 5 cm. La forma doveva essere triangolare perché, in maniera evidente, tutto il manufatto si  trova  ad essere, dove più dove meno, smussato in quanto, per tantissimo tempo, era stato 'a lungo nel letto del fiume vicino come semplice ciottolo alluvionale' (2)  
   Fu fatto conoscere (3) alla fine degli anni '90, tramite fotografie, al prof. Massimo Pittau docente di Linguistica Sarda nella Facoltà di Lettere di Sassari. Questi, ritenutolo documento autentico senza dubbio alcuno (4) lo studiò per un certo tempo e lo pubblicò con  traslitterazione e con commento critico,  filologico e storico,  nel 1994.
   Nel frattempo  sulla scritta romano-etrusca di Allai si era pronunciato il romanista Lidio Gasperini che, in seguito ad un' ananlisi epigrafica e paleografica, dichiarò apertamente (5), contro il parere del Pittau,  la certa falsità del documento, aggiungendo che 'se fosse vero che quella di Allai è effettivamente un'iscrizione etrusca, la notizia dell'avvenimento dovrebbe comparire nella stampa di tutto il mondo'.     
  Ai pronunciamenti del Gasperini e del Pittau  si è aggiunto, recentemente, quello piuttosto ambiguo dell'etruscologo Marco Rendeli che pur sospettando di non autenticità la stele non si pronuncia però apertamente sulla falsità di essa anche perché ammette di non poter  fornire alcun elemento critico utile per poterla confermare (6).
    Sul documento di Allai dunque ci sono stati  sinora, sostanzialmente, due pronunciamenti: uno a favore dell'autenticità, uno contro, ché non mette conto rimarcare più di tanto il terzo, un semplice 'sospetto', non basato su alcuno studio di natura scientifica .
    Prima di fornire il nostro di pronunciamento sarà bene riprendere in mano tutto ciò che attiene all'esame  epigrafico, paleografico, stilistico,  linguistico ( alfabetico, morfo -sintattico, lessicale) di esso.
   Va innanzitutto detto e precisato che la lastra (stele funeraria, come si vedrà)) si presenta in forma non 'vagamente trapezoidale', come è stato affermato (7) ma di forma chiaramente  'triangolare', di un triangolo forse equilatero con la base verso l' alto ed il vertice verso il basso, calcolando, circa l'aspetto iniziale della pietra tombale, che le due parti della sezione orizzontale sono state smussate e arrotondate dall'azione del dilavamento dell'acqua; così come smussato e arrotondato si presenta anche anche il bordo superiore (v. fig. 2) .Segno questo evidentemente  di notevole antichità  del documento.
    Insomma, il manufatto ha mantenuto le sue fattezze iniziali, mutandosi solo per un certo arrotondamento dei lati e preservando così, per fortuna, se non la forma almeno l'integrità di tutto il contenuto epigrafico. In ragione di ciò si può tranquillamente affermare che in origine la stele avesse in altezza e in larghezza qualche centimetro di più (all'incirca 40 X 48 cm: v. ancora fig. 2)  rispetto agli attuali  36 e 43. Detta forma triangolare, come si vedrà, è molto importante per lo studio epigrafico del documento dal momento che di 'significante' non c'è solo il 'normale' contenuto epigrafico, esaminato, più o meno accuratamente dagli studiosi, ma lo stesso supporto.   


Fig. 2. La geometria della stele

2.   Il contenuto epigrafico. I segni: le lettere alfabetiche e non. 

  I segni (grafemi) che si presentano all'esame epigrafico sono costituiti, a primo acchito, da lettere alfabetiche e da un singolo pittogramma. Sulla destra della stele si trovano, ad occupare una buona metà della superficie dell'oggetto, in caratteri piuttosto grandi, su linee oblique da sinistra verso destra, 15 lettere alfabetiche di tipologia chiaramente latino-romana: sei nella prima linea, tre nella seconda linea, sei nella terza (v. fig. 3). L'incipit  dei segni delle tre linee non si deve ritenere accidentale o esito di una scrittura maldestra da parte dello scriba ma intenzionalità, ovvero  un chiaro proposito di voler disporre in quel modo, manifestamente obliquo, le lettere dall'alto verso il basso.
  La tipologia delle lettere è facilmente riconducibile agli alfabeti presenti nei documenti romani del V - IV secolo a.C. (8). Interessante si rivela subito, dal punto di vista epigrafico e paleografico, l'andamento della velare sonora ('g' forse gutturale e non palatale) arcaica che mostra il consueto andamento a spirale. Detta consonante non è da considerarsi simbolo alfabetico e basta, ma con ogni probabilità, è ancora  intenzionalità simbolica, trattandosi in particolare di una lettera a spirale o a serpente, cioè di un vero e proprio pittogramma, all'interno di tutto il codice grafico simbolico di esorcizzazione della morte posto in essere (come  si vedrà più avanti)  nella lapide.
  Sulla sinistra della prima sequenza di lettere si trova un serpentello,  disegnato verticalmente, di dimensioni tali da coincidere con l'altezza dei segni della suddetta sequenza.  Il serpente, come si sa , è simbolo di ' immortalità' e di 'rinascita' ' (9) usato nell'iconografia, mortuaria e non, di molti popoli. Posto com'è, e cioè verticalmente, esso si affianca chiaramente  al segno precedente, e cioè alla consonante  spirale -serpente, che è anch'essa simbolo di energia, di continuità della vita e di rinascita.
   Sulla sinistra della stele compaiono, disposti anche stavolta obliquamente da sinistra verso destra , 26 segni ( v. ancora fig. 3) di tipologia alfabetica etrusca, così disposti: 4 segni nella prima linea (a partire da sinistra),  6 segni nella seconda linea, 8 segni nella terza e altri 8 segni nella quarta. I grafemi non compaiono tutti di proporzioni uguali: i segni della prima linea sono manifestamente più piccoli di quelli delle altre tre . Anche i caratteri etruschi con facilità possono essere ricondotti per tipologia (10) a quelli in uso in Etruria nel V - IV secolo a.C.. Pertanto tipologia dei segni alfabetici latini e tipologia dei segni etruschi sembrano denunciare subito una contemporaneità delle due scritte della lapide essendo contemporanei gli stessi alfabeti. Insomma, lo scriba che ha redatto sia il testo latino che quello etrusco operava scrivendo con dei segni in voga nel suo tempo o poco prima. 

Fig. 3

3.  Le tre  direzioni della scrittura: verticale,  obliqua verso destra e obliqua verso sinistra  

   Anche ad un primo sguardo si nota che la scrittura non è uniforme per andamento:  ora è verticale (prima linea della scritta in etrusco ), ora obliqua verso destra (le sequenze del nome Giorre Utu Urridu e le altre tre linee della scritta in etrusco) ora obliqua a sinistra . Per realizzare quest'ultima non è difficile notare che lo scriba ha impiegato solo certi  'segni '  creando una visibilissima anomalia  rispetto all'obliquità della scrittura latina e di quella etrusca. Infatti, ha riportato  sfalsate, con esito così di disposizione obliqua, le lettere  iniziali  delle tre linee in caratteri latini; ma stavolta, al fine di evidenziare il dettaglio, ha cambiato, non senza significato, l 'orientamento, così da imporre una lettura  da destra verso sinistra e dall'alto verso il basso. Infatti, se si osservano le  'tre' obliquità si nota che la prima linea immaginaria obliqua destrorsa della scritta in latino, la linea obliqua immaginaria sinistrorsa data dai tre grafemi sfalsati e la linea obliqua immaginaria  destrorsa data dall'ultima sequenza della scritta in etrusco,  sono disposte così da formare il segno a zig -zag (v. fig. 4). Ciò consente di ottenere, così come vedremo nel capitolo 6, un senso molto importante e forse il più importante per 'religio'  del contenuto della lapide.   

Fig. 4
   Già da queste primissime  osservazioni si nota quindi che non c'è  una prima e una seconda mano scribale.  E' una sola la mano  che traccia ed esegue un 'progetto' grafico ben pensato e mirato,  in quanto chi incide la pietra  sa bene 'cosa' bisogna realizzare in una stele funeraria che si rivelerà ai nostri occhi non comune e destinata ad un personaggio non comune.

4. La direzione della lettura del testo con caratteri alfabetici lineari. Lo 'strano' bustrofedico.

  Dal punto di vista paleografico - epigrafico gli studiosi che si sono interessati della lapide  di Allai non potevano, ovviamente, non accorgersi di due macroscopiche 'stranezze' presenti nella scritta in alfabeto  etrusco. Infatti, la prima linea mostra all' inizio (presunto) della lettura una chiara vocale 'E' orientata al contrario, così come la quarta linea registra, alla fine del testo, la  presenza della chiara consonante liquida  'R' orientata ugualmente al contrario.
    Come mai?  Quale é il motivo dell'anomalia del 'contrario'?  Perché poi  non  un solo 'errore', ma addirittura due,  con  due lettere scritte infrangendo la regola?  Perché fuori norma quelle lettere stesse che nel resto della scritta sono disposte tutte (sia la  'E' che la ''R') giuste,  con la direzione prevista dal codice?
     Ben lontano  dal capire il motivo vero della stranezza e dell'anomalia il Pittau cerca di risolvere a naso il problema affermando: 'La parola della prima riga è probabilmente di mano differente da quella del resto dell'iscrizione: lo indiziano sia i caratteri più piccoli  sia la E iniziale, che risulta rovesciata rispetto a quelle delle righe successive. E si può trarre la conclusione che si tratti probabilmente di una parola aggiunta da un individuo differente, in un tempo successivo  - ma non di molto – mosso dall'esigenza di completare un epitaffio che gli sembrava incompleto (p. 100).  Naturalmente, dato l'errore pacchiano del documento,  il Pittau  avrebbe dovuto aggiungere all'incirca: da un individuo o molto sbadato o poco pratico nello scrivere l'etrusco
    Per la consonante anomala dell'ultima linea ipotizza, correndo  dietro a 'ipotesi suggestive', ma del tutto campate per aria, che non solo la 'R' possa essere la 'abbreviazione di un aggettivo etnico' ma che la consonante possa celare, addirittura, l'abbreviazione della voce RASNA. E per rafforzare l'assunto, ovvero l'ipotesi fantasiosa,  non esita a supporre una colpa dello scriba, accusato d'essere un vero pasticcione  nel suo umile lavoro di puro lapicida (11)!
    Le cose non stanno proprio così e tutta la enorme confusione ermeneutica (che proseguirà inevitabilmente, come si vedrà,  anche nella traslitterazione e nel tentativo di traduzione del brano) è dovuta al fatto che lo studioso non è riuscito a sciogliere il nodo del primo (del resto non molto difficile) dei rebus di una scritta composta praticamente, come si vedrà, tutta a rebus. Si osservi infatti dove sono collocate le due lettere con andamento anomalo e si cerchi di capire il valore di quella collocazione e della forma del segno stesso che dicono, con avvertimento circa la lettura della sequenza fonetica : 'al contrario'! Procedi al contrario!'.  Cioè la prima linea deve essere letta al contrario rispetto al normale andamento della lettura regressiva dell'etrusco; cioè  deve essere letta da sinistra verso destra e non da destra verso sinistra: ΘRAE e non EARΘ.  Così come al contrario (ma rispettando ovviamente stavolta la normalità delle lettura dell'etrusco) deve essere letta l' ultima linea.   Con i due orientamenti delle lettere lo scriba ha voluto così avvertire  che la lettura del brano scritto in etrusco andava fatta in senso bustrofedico: sinistra/ destra/ sinistra/destra. Lettura questa non prevedibile in un periodo in cui la scrittura bustrofedica, peraltro già non comune nei documenti etruschi arcaici, praticamente non si usava più.  Solo il rebus (un rebus tra i rebus come vedremo) e la conseguente programmata singolarità della lettura della composizione giustificavano quel procedimento di direzione della scrittura, così arcaico e  mai 'normativo' (12) .
  Quindi la lettura sarà:

ΘRAE (lettura  destrorsa)
MI PERI (lettura  sinistrorsa)
IUNYΘYHA (lettura  destrorsa)
 VELΘCNER (lettura sinistrorsa)


5. La seconda e la terza lettura.          

   Vediamo ora come lo scriba ha proceduto ancora ad 'arte' circa la lettura dell'intero documento. Ha escogitato, oltre a quella bustrofedica del testo in etrusco che si è vista, una lettura destrorsa e una sinistrorsa. Una è data dal praenomen, dal nomen e dal cognomen del defunto e cioè da Giorre Utu Urridu, l'altra è ottenuta  attraverso le tre lettere iniziali del praeanomen, del nomen e del cognomen e cioè G V V (v. fig.5) disposte obliquamente.  Di queste lettere  (e numeri assieme)  parleremo più avanti .

Fig. 5
6. Le 'tre' tipologie dei segni.
  
  Naturalmente non sono solo questi primi particolari numerici che possono  bastarci,  fare 'scienza', renderci del tutto certi dell'intenzionalità dello scriba. Se ne nota subito un altro che tende a confermarli. Infatti, se noi dall' orientamento della lettura e dalla direzione della scrittura, che abbiamo ora esaminato,  passiamo alla tipologia dei segni impiegati nella lastra ci rendiamo subito conto che essi sono 'tre': di  tipologia latina,  di tipologia etrusca e di tipologia nuragica. 

  Anche qui una tabella può contribuire a rendere più chiara la detta intenzionalità (v. fig. 6). Naturalmente essa è suggerita subito per noi dalla tipologia dei caratteri lineari latini ed etruschi, ma non subito dalla tipologia nuragica  che risulta molto più nascosta, sofisticata ed inafferrabile, se non a coloro che conoscono appieno i  segni dell' ultimo sistema.  Infatti è il cosiddetto zig zag  (lo schema a torto ritenuto solo 'decorativo' degli archeologi), che ci offre il segno nuragico, il quale  nota, come si è visto tante volte, il nome, estremamente schematico, della divinità yhh.  Per capirlo si riportano, ancora una volta (13), i documenti nuragici che forse meglio lo fanno vedere e cioè il ciondolo di Solarussa (fig. 7) e  il vaso di La Prisgiona di Arzachena ( figg. 8 -9) 

Fig. 6
Fig. 7                                                      Fig. 8
Fig. 9
7. I tre serpentelli  e le tre divinità

   Si osservi ora che il serpente come simbolo religioso mortuario appare manifestamente visibile nella scritta una sola volta  mentre in realtà esso si trova riportato,  in modo criptato,  altre due volte.  Una volta nella lettera alfabetica, marcatamente  a spirale o a serpente, che nota  la 'G' del nome GIORRE e un'altra nella lettura della scritta etrusca che, impiegata in senso bustrofedico, formalmente altro non è che un 'serpente' (14); aspetto questo che suggerisce la stessa prima linea (verticale) della scritta in etrusco, che risulta, non certo a caso, meno della metà delle altre tre disposte obliquamente. Anche qui una tabella può servire a rendere più esplicita l'intenzionalità grafico -simbolica dello scriba lapicida (v. fig. 10).

  Si osservi ancora, dettaglio non trascurabile, il sapiente accostamento che lo scriba è riuscito a realizzare collocando  nella lettura i tre serpenti uno dopo l'altro e, si direbbe,  in progressione di grandezza. 

Fig. 10
Se così stanno le cose, come noi pensiamo che stiano, si può già tranquillamente affermare che la lapide di Allai non si dimostra quella semplice e pasticciata (addirittura riciclata!) scritta esaminata dagli studiosi, ma,  inopinatamente, una composizione ben mirata e assai sofisticata, tutta organica com'è, senza sbavature, dal supporto alla scrittura - lettura e ai segni impiegati, a rendere magicamente il numero 'sacro' della divinità;  numero che è quello che la rappresenta astrattamente al massimo grado; divinità che, con la sua immensa forza luminosa, permetterà la rinascita, il nuovo ﬣיִﬣ (essere, esistere) del defunto, il nuovo passaggio dal buio alla luce. E si può affermare ancora che la lastra mortuaria è stata così composta, con tutti i suoi significanti sia manifesti che nascosti, al fine di esorcizzare la morte e di fornire la speranza di una nuova vita. Il dio nuragico dalla taurina potenza luminosa (NR) e vincitore delle tenebre è, come si sa, YHH.  Ma lo scriba, proteso sempre alla realizzazione del numero sacro, con la scritta in etrusco e in latino fa capire che ci sono altre due divinità: una è data da Tin/Uni, la inscindibile coppia luminosa etrusca formante il dio del sole e della luna; l'altra è data da  Iunu ovvero Giunone (15). Si noti però, nel riportare il nome delle divinità, il grado assoluto di astrazione impiegato: solo il nome di Iunu è scritto e subito leggibile (per chi naturalmente sa leggere l'etrusco). Quelli di YHH  e di TIN-UNI sono ricavabili l'uno dalle linee immaginarie (ricavate  a zig zag come abbiamo visto)  e dalla  numerologia e l'altro dalla numerologia e dai simboli pittografici.  

8. Perché il serpente. Serpenti etruschi, serpenti di Allai, serpenti nuragici.

   Il serpente è, come si è detto, simbolo di energia, di rinascita e di ciclicità cosmica, particolarmente venerato e con frequente iconografia negli oggetti etruschi e anche romani. Esso in etrusco si accompagna non di rado alla scrittura, anzi 'contiene' la scrittura,  come si può vedere, ad esempio, nel  bellissimo vaso (aryballos) di Montalto di Castro presso Vulci (v. fig. 11). Nell' ormai famosa Tomba della Quadriga infernale di Sarteano di Siena compare con tre teste (v. fig. 12) : particolare numerologico questo molto importante per la nostra lapide. Ma particolare ancora più importante è il fatto che il serpente a tre teste della tomba  di Sarteano mostri due spire interamente circolari: una più grande, chiaramente alludente al sole ed una più piccola, alludente  alla luna; alludenti cioè al dio Tin e alla dea Uni (v. ancora fig. 12).  Accenniamo qui solo brevemente  al fatto, assai indicativo, che in Umbria e nell' Etruria meridionale a Capena, capitale della popolazioni dei Capenati, vicino a Roma, c'era l'uso di preparare per il giorno del solstizio d'inverno (21 dicembre, nascita del sole)  un dolce in forma di serpente o di grossa anguilla  in onore della divinità solare; uso rimasto vivissimo ancora oggi (v. fig. 13).
  Se il simbolo  zoomorfo della divinità si trova in Etruria si deve precisare che esso risulta ben presente nell'Isola, come dimostrano non pochi manufatti sardi e le incisioni rupestri, soprattutto nella Sardegna centrale. 
  Infatti proprio il territorio di Allai, luogo di rinvenimento della lapide, nonché quello di Bidonì, mostrano con una certa insistenza il culto del serpente solare  sia con la bella testimonianza su rupe di Pranu Margiani (fig. 15) sia con il serpentone della cosiddetta 'Capanna del sacerdote' tracciato nella roccia a strapiombo presso Nabrones  sia con la testimonianza (fig. 14) del dischetto di Crocores (16),  rinvenuto agli inizi degli anni '90 dal funzionario cartografo  della Regine Sarda Armando Saba allorquando il lago Omodeo, bacino artificiale del centro della Sardegna,  era in secca a motivo  della perdurante siccità (17).
   Ma la testimonianza simbologica del serpente (serpenti) nella lapide di Giorre Utu Iurridu è tanto più importante in quanto gli stessi documenti nuragici mostrano da secoli e secoli, almeno da settecento anni prima, non solo  la presenza della figura del serpente (v. figg. 16 -17) ma anche la tendenza a triplicare (v. fig. 18), così come accade per il toro (18), la figura dell'animale. Non solo; sia il documento in latino e in etrusco di Allai sia i documenti nuragici, di molto  precedenti,  tendono a  criptare  la triplicazione (19) 
Fig. 11                                                                  Fig. 12
Fig. 13                                            Fig. 14
Fig. 15                                                                                                   Fig. 16
Fig. 17                                                                                                         Fig. 18

9. La tomba etrusca del 'Dialogo sublime'  della necropoli di Sarteano (Siena). Il linguaggio del corpo, il numero tre e il trionfo sulla morte. 

   Per far comprendere però sino in fondo la scrittura e l' iconografia simbolico - numerica etrusca nascosta nella lapide di Giorre Utu Urridu e di conseguenza anche quella nuragica legata alla magia del numero 'tre' strettamente collegata al serpente, ci sia consentito di riprendere le immagini (quelle che di più possono interessare il nostro discorso) della suddetta tomba di Sarteano che abbiamo già citato per la presenza dei 'tre' serpenti e delle divinità luminose Tin e Uni. Sono queste delle figure note anche al grosso pubblico e non solo agli etruscologi in quanto presentano motivi non solo del tutto singolari ma anche esaltati al massimo grado dalla bellezza e dalla raffinatezza dei pittori che li eseguirono. Tra le varie scene dipinte della tomba salvatesi, ben conservate  e completamente visibili, ha destato particolare interesse  quella che raffigura due persone, una giovane e una più adulta, sedute su di una klinē, mentre si scambiano (stando almeno all'apparenza) delle tenerezze (v. fig.19).

  La rappresentazione, pur nella singolarità di disegno, è apparsa  'normale' e non eccessivamente carica di senso tanto che la risposta ermeneutica  degli studiosi è stata quella che in quella scena siano rappresentati due amanti, una coppia omosessuale festante che si scambia battute ed effusioni in un ' banchetto ' nell'aldilà. E' stata ritenuta, in altre parole, un motivo decorativo e niente di più; uno dei tanti,  eseguito per rendere, come altre volte nella pittura sepolcrale etrusca,  accogliente, fastosa e prestigiosa la tomba del ricco e sicuramente illustre defunto. 
Figura 19
Ad un attento esame però si nota  che il supposto banchetto non c'entra per nulla, mentre c'entra e tantissimo l'aldilà.  Per capirlo basta superare la superficie, stare attentissimi ai dettagli  per poter 'leggere' nel profondo ciò che lo scriba pittore ha inteso realizzare, con allusione discreta quanto efficace, tramite il linguaggio del corpo (viso e mani)  Non è chi non veda infatti che la persona adulta sulla destra è in atteggiamento triste, dubbioso e pensieroso assieme; stato d'animo questo molto chiaro che viene magistralmente realizzato attraverso il sopracciglio sinistro corrugato e la leggera smorfia della bocca.  Il giovane sulla destra, al contrario, è raffigurato in atteggiamento sereno e sorridente, con  la mano sinistra che tocca morbidamente, quasi sfiorandola,  la mano sinistra dell'adulto mentre la mano destra è protesa verso il suo volto in un particolare e inequivocabile  gesto: con tre dita chiuse,  l'indice ben separato e  messo in evidenza e senza che si veda il pollice. Non è difficile comprendere che quei segni, quella 'scrittura ottenuta    disegnando', ci sono in quanto realizzano suoni e parlano, perché  intendono esprimere i pensieri e le parole dell'uno e dell'altro. Diciamo, se vogliamo ricorrere al conosciuto, che manca solo la scrittura di agevolazione dei 'fumetti'. Il  resto della grafica c'è proprio tutto.
  Infatti, l'adulto 'dice', grosso modo:  'Sono scettico, dubbioso, non so'. L'altro sorridendo e prendendo dolcemente la sua mano gli risponde all'incirca: 'Stai  tranquillo e sereno '. Ma aggiunge anche, con la mano destra: ' il tre, la forza del tre, (è) quello che te lo indica, che lo dimostra'.  
 Cioè il giovane (che è sano e mostra nel dipinto un bel colorito) rassicura l'altro, probabilmente il suo amante (che ha invece un colorito pallido, con probabile allusione alla morte imminente), che la sua sorte sarà felice, che attraverserà il fiume con la potente quadriga, che trionferà sulla morte perché rinascerà  in virtù della  forza immensa e dell' energia del 'tre' ovvero della  potente divinità con simbolo serpente.
   E che le cose stiano così lo dimostra  proprio la scena  successiva con il serpente dalle 'tre' teste che descrive  con le sue singolarissime spire circolari, una più grande ed una più piccola, la forza del Sole e della luna assieme e cioè, come si è detto, la forza  di Tin/Uni (v. di nuovo la fig. 19 e le figg. 20 - 21 -22).  Naturalmente la forza e l'energia del serpente sono dati non solo da questi ma anche da non pochi altri segni 'scritti' sui quali pensiamo di tornare tra breve con un articolo apposito (20) .
   Ci basti comunque aver sottolineato,  grazie alla efficacissima pittura etrusca 'parlante',  il dato sulla forza del 'tre' che serve da un lato a far capire che il personaggio sulla destra non è una persona qualsiasi ma lo stesso defunto per il quale è stata realizzata la tomba e dall'altro, per quanto più strettamente ci riguarda,  a dirimere ogni dubbio che nella lastra di Giorre Utu Urridu ci siano i tre  serpenti e che, volutamente, ci sia tutta la numerologia tendente a iterare, più o meno nascostamente, il numero sacro divino, per esaltare  quella forza luminosa che è necessaria perché il defunto possa tornare in vita.  E ci basti ancora aver sottolineato l'errore macroscopico di interpretazione circa il magnifico e fantastico serpente che non è affatto uno dei tanti 'mostri' dell'oltretomba etrusco, ma al contrario, la raffigurazione sublime, altissima dal punto di vista simbolico, delle due divinità solari, del padre e della madre celesti che faranno rinascere il 'figlio'.  Tutta la tomba quindi risulta un commovente sforzo, tradotto in pittura, di 'credere', di aver fiducia attraverso  la serena  demolizione del dubbio; ma anche un un 'grido', attualissimo, di speranza realizzato per esorcizzare la morte e per trionfare 'razionalmente' e 'matematicamente' su di essa. Tanto che essa si potrebbe chiamare, con maggiore precisione filologica e semantica,  'Tomba del dialogo sublime sull'aldilà'. 

   Tra la lapide etrusca di Giorre Utu Urridu  e la tomba dell'innominata persona lievemente barbuta della tomba di Sarteano non c'è in fondo gran differenza: certo differenza di quantità, di fasto e di bellezza ma non di significato, di credenze, di simboli e di metafore.  La forza del 'tre' luminoso o del serpente solare/lunare  è celebrata al massimo grado nell'una così come nell'altra. Anzi in un certo senso si potrebbe dire che il 'tre' è dotato ancora di più di energia nella lastra di Allai perché addirittura tre sono le divinità interessate alla resurrezione del defunto.

Fig. 20                                                                   Fig. 21                                                                  Fig. 22

[1. continua]
Note e bibliografia essenziale

1) Pittau M. 1994, Nuova iscrizione etrusca rinvenuta in Sardegna; in Ulisse e Nausica in Sardegna, Insula ed. Nuoro, VIII p. 97.
2) Pittau 1994, cit. VIII, p. 97.
3) Il Pittau (1994, cit. VIII. 97) aggiunge: 'A suo tempo lo scopritore aveva regolarmente segnalato il suo rinvenimento alla Soprintendenza alle Antichità delle province di Cagliari e di Oristano. Ma il reperto è ancora in suo possesso, sicuramente perché chi di dovere non gli aveva attribuito alcuna importanza'.
4) 'E' da premettere e da precisare che, in virtù della patina biancastra della lastra, l'alternanza del chiaro e dell'oscuro è esattamente quella naturale del reperto, senza che ci sia stata una preliminare marcatura delle lettere da parte del Saba in vista della effettuazione delle fotografie. La lettura dell'intera iscrizione etrusca è quasi sicura in tutte le sue lettere, per alcune è sicurissima. I caratteri risultano incisi in maniera abbastanza sicura. C'è da precisare che quelli che nelle fotografie appaiono come punti, sono semplicemente piccolissimi buchi naturali della pietra' (Pittau M., 1994, cit. VIII, p. 99.
5) Gasperini L. 1991, Atti del IX Convegno di studio '' L'Africa romana', Nuoro 13 -15 Dicembre (pubbl. Sassari 1992), pp. 637
e segg. V. anche Pittau 1994, cit. XII, p. 190, n. 1.
6) 'Siamo di fronte a casi non differenti da quello che nel corso degli anni '90 vide Allai come protagonista?' Questa è una risposta che non sono in grado di offrirle'. V. M. Rendeli, Relazione tecnico-scientifica' del 3 Marzo 2008 (inviata alla Sovrintendenza di Sassari in merito all'autenticità o meno dei documenti etruschi di Allai e allegata agli atti del processo).
7) Pittau 1994, cit. VIII, p. 97.
8) V. Buonopane A., Manuale di Epigrafia latina, Carocci 2009.
9) V. Chevalier J - Gheerbrant A., 1982, DICTIONNAIRE DES SYMBOLES, ed. Laffont, vox. Serpent, pp. 867 -878.
10) Cristofani M., 1991 (rist. 1997), Introduzione allo studio dell'Etrusco, OLSCHKI ed. p. 25. Di una certa arcaicità compaiono le lettere Y, M, N, R mentre decisamente più recenti appaiono i segni della A e, soprattutto, il Θ a cerchietto semplice.
11) Pittau 1994, cit. VIII p. 10. 'Viene da supporre che, avendo il lapicida incontrato una certa difficoltà a scolpire le linee curve delle lettere (si vedano la Θ di UELΘ e la C di CNE) per un migliore uso dello scalpello abbia proceduto a far girare la lastra sul tavolo di lavoro, col risultato però di aver confuso ed invertito la direzione del rho finale'.
12) Cristofani 1991, cit. , I, p. 28.
13) Pilloni F. 2009, Due ciondoli che strizzano l'occhio al nuragico; in Gianfrancopintore. Blogspot.com (17 giugno); Sanna G., 2009, La stele di Nora. Il Dio il Dono il Santo. The God the Gift the Saint (trad. ingl. di Aba Losi) 2, pp. 54 -55. Sulla natura fonetica del segno a zig - zag si veda ancora Sanna G. 2004, Sardōa Grammata, 'ag 'ab sa'an yhwh. Il dio unico del popolo nuragico, passim; idem, 2011 L'emblema del museo archeologico di Nuoro, Decorato? No, scritto; in gianfrancopintore, blogspot.com (16 maggio); idem, 2011, La tavoletta (pietra) di Loghelis. Decorata? No scritta; in gianfrancopintore. blogspot.com ( 29 maggio). Si ricordi che YHH è voce che va letta palindroma: YH Lui (H) Lui (H) che dà la vita (HY).
14) Il bustrofedico inteso come simbolo della divinità, 'serpente' a tre spire, riportato in maniera nascosta attraverso l'andamento della scrittura, è abbastanza comune nella documentazione nuragica: si vedano, a titolo esemplificativo, le quattro tavolette sigillo di Tzricotu di Cabras (Sanna G. , Sardoa Grammata, cit., 4, tab. 1 bis p. 87 ), il motivo 'a serpente' nella lettura centrale della stele di Nora (Sanna 2009, La stele di Nora. cit. 3, p. 106; e ancora il motivo 'a serpente' della pietra di Nurdole di Orani (Sanna 2011, L'emblema del Museo archeologico di Nuoro, cit, ).
15) V. par. 15: commento filologico del testo in caratteri etruschi.
16) Sullo straordinario documento di Crocores di Bidonì in forma di serpente e riproducente una parte organica del famoso disco di Magliano (contenente con ogni probabilità il nome del 'serpente' in etrusco) intendiamo ritornare, appena possibile, con un articolo apposito. Sarà sufficiente qui affermare che si tratta di un reperto genuino, prodotto di una scuola scribale templare sarda; un oggetto di culto che, insieme a tutti gli altri rinvenuti (oggi motivo di una aspra controversia giudiziaria), conferma in pieno il clamoroso contenuto della lapide di Giorre Utu Urrridu rinvenuta, tra l'altro, in Allai nel 1984, cioè all'incirca dieci anni prima. (ndr: si veda:  G. Sanna, Cos'è il disco plumbeo di Heba di Magliano? Ce lo spiega il dischetto lapideo di Allai (Sardegna), monteprama.blogspot.it, 19 FEBBRAIO 2013)
17) V. Sanna G., Gli Etruschi nella Sardegna centrale tra il VI e il II secolo a.C. (estratto e riassunto della Relazione tecnicoscientifica tenutasi in Allai il 8 dicembre 2007); in Paraulas, 2007, Anno X, n.30, pp. 3 -11) .
18) Sanna G., Sardoa Grammata, cit. passim; in part. 4, tab. 16, p. 154; idem 2009, Buon Natale da Teti: NR HE 'AK HE 'AB HE; in gianfrancopintore.bolgspot.com ( 17 Dicembre). ndr: si veda:  G. Sanna, Auguri da Teti. Firmato: NuR Hē ’AK Hē ’ABa Hē, monteprama.blogspot.it, 9 DICEMBRE 2013)
19) V. nota 13.
20) I dipinti della tomba contengono altri simboli attinenti, tra l'altro, al superamento della 'prova' dell'anima del defunto. Uno di questi, con ogni probabilità, è dato dal colino che in quanto 'filtro' è paragonabile in qualche modo, a nostro giudizio, alla prova della 'piuma' e della bilancia di Anubi nella 'religio' egiziana. Prova questa della leggerezza dell'anima 'giusta' e priva di 'incrostazioni' che era contemplata anche nella religio sincretistica nuragica come sembra dimostrare il rinvenimento di una statuina del Dio Anubi nel territorio della Sardegna centrale. V. Sanna 2012, Religione nuragica: l'origine dei presunti falsi di Allai. Il dio Anubi (inp.w) e il dio Yhwh 'ab šrdn; in gianfracopintore blog.spot.com (18 marzo).