venerdì 9 gennaio 2015

Così scrissero i Shardana

Vecchia ma ancora attuale: la presentazione che  Francu Pilloni fece di Sardôa Grammata nel dicembre 2004

di Francu Pilloni

ricordate quel reduce della Grande Guerra che, trovato un giornale quotidiano per strada, sedette a guardarlo, tenendolo a testa in giù?
- Uè, ziu Giuanni! Labai ca ddu portais a conca a basciu! - gli accennò un giovane che passava.
- Gei ddu sciu, piccioccu! Ma a conca a susu est bonu su molenti puru a ddu liggi’! - fu pronto a replicare il reduce.
Bene o male, questo è capitato agli esperti archeologi della Sopraintenza e dell’Università che, pur avendo avuto sotto il naso decine di prove della scrittura del popolo dei nuraghi, sempre e sempre si è ostinato a ripetere che quei nostri progenitori mai e poi mai seppero mettere una emme dietro una bi e una o. O magari davanti: mbò!
Purtroppo, come è stato ammesso dalla scienza ufficiale a Cabras, la sera del 4 dicembre, alla presentazione della “Grammatica dei Sardi”, ovvero “SARDÔA GRAMMATA” di Gigi Sanna, purtroppo molti archeologi, o forse tutti, non conoscono le scritture arcaiche e dunque, almeno in relazione a ciò, sono degli analfabeti.

E a poco è servito al popolo dei nuraghi l’aver scritto e riscritto su rame, su pietra o su coccio, e neanche in grandioso maiuscolo usando i muri dei templi e delle abitazioni, se i muri rimangono muri, i buchi restano buchi e magari si dice che i pozzi sacri (cosiddetti pozzi) servirono a raccogliere l’acqua per farne provvista, mentre a me, a noi non addetti ai lavori ci sembra eccessivo uno studio artistico, architettonico, insomma straordinario come quello di Santa Cristina, per citarne uno, solo per una riserva d’acqua.
Infine a noi profani, ci sembra anche che l’acqua difficilmente si riversava dentro il “pozzo” che, sempre ai nostri occhi incolti, pare addirittura protetto dalle infiltrazioni d’acqua.
Certo, sappiamo anche di sorgenti d’acqua custodite, come Funtana coberta a Ballao, Santu Sarbadori a Figu, per dirne due soltanto, che sembrano proprio essere state preziose per il liquido che sgorgava dalle viscere della terra, e sfruttate fino a poco tempo fa (diciamo 50 anni o poco più, fino all’avvento degli acquedotti in tutti i paesi della Sardegna) i messai e i pastori andavano a riempirvi su frascu e sa crocoriga.
Ma come scrivevano i “fratelli nuracini”?
In tutti gli alfabeti allora in auge, amici. Li possedevano tutti, dall’ugaritico (che fu il più tardo ed elaborato cuneiforme), al protosinaitico e paleocananeo, al gublita, che furono i primi alfabeti sillabici, senza tralasciare qualche elemento geroglifico o del fenicio arcaico, che comunque è un’evoluzione del sinaitico (così chiamato per le iscrizioni trovate nel deserto del Sinai, appunto). E con apporti propri scrivevano, giusto perché alcuni elementi della scrittura nuracina non si sono trovati da altre parti, almeno sinora.
Forse erano scimmie, come adombrava il sommo poeta, che imitavano i segni senza capirne il significato?
C’è da dire che i segni nuracini, specialmente quelli dei sigilli di Tzrigotu (lamine di bronzo di circa 6 cm per 3,5) sono i segni più nitidi, più belli, più tecnicamente perfetti che si conoscano, rispetto agli alfabeti che abbiamo citato.
Ma cosa scrivevano i nuracini?
Certo non lettere d’amore, puntus de billettu.
Anzi, sì. Scrivevano canzoni d’amore per il loro dio che, ascoltate bene, era uno e trino, con nomi che in qualche modo ci tornano familiari, come babbai, iavè. Sì, proprio iavè, scritto yahwh, come il dio di Mosè e Giacobbe. Scrivevano le lodi del dio in tre alfabeti diversi e con una destrezza a tener nascosto il nome del dio, che i rebus della Settimana enigmistica, al confronto, sono cose per i bambini dell’asilo.
I nuracini, come gli altri popoli coevi, scrivevano indifferentemente da destra a sinistra o da sinistra a destra, quando non usavano un andamento a coloru, per cui se la prima riga era verso destra, la seconda tornava verso sinistra, e così di seguito.
Ma nelle tavolette di Tzrigotu vi sono anche i nomi dei re, anzi dei srdn, da leggere forse shardana, che però significava non popolo del mare, ma re-giudice.
I nuracini erano dunque una casta di sapienti e di potenti, la casta dei re-giudici che durò in Sardegna, pensate, da circa il 1500 a.C. sino a quasi il 1500 d.C.! Ed erano re-giudici tipo esportazione, se è vero che alcuni di essi regno-giudicarono anche fra gli Etruschi e presso altri popoli italici della sud della penisola.
E abbiamo anche i loro nomi (iacu= giacu: forse iacob=giacobbe?) e cognomi (de Zori = Dettori, Dezzori, de Atzori o de Zori stesso, come il nome del giudice che “traportò” Tarros dal mare a Oristano intorno all‘anno 1000 d.C.) e soprannomi (gaurru, gavurru).
Non solo uno, ma tre alfabeti usarono al meglio i nuracini, senza contare che essi  non scrivevano solamente sulle pietre (vedi i menhir di Laconi) e sui muri, ma probabilmente con le pietre e con i muri, vale a dire con i loro impressionanti monumenti che sono gli innumerevoli nuraghi e le tombe dei giganti.
Ecco, questi monumenti forse erano lettere di un alfabeto tutto nuracino, visibili dall’alto e da lontano, perché mai ci fu dio più contento del suo popolo come Babbai- Sardus Pater che vegliava su uomini pii e devoti, che riempivano le valli e i monti d’invocazioni a lettere maiuscole, come possono esserlo solamente manufatti enormi d’impeccabile fattura: i nuraghi, appunto.
Ma quello che più mi ha impressionato leggendo il libro di Gigi Sanna è l’aver appreso che la tomba dei giganti è il simbolo del dio-figlio, quello che forse diventa terreno e che alla fine muore, ma viene deposto nell’antro della tomba, che rappresenta alla fin fine il grembo materno, per essere rigenerato a nuova vita. Dunque, spiega Sanna, l’antico detto sardo “torradinci in su...”, forse all’inizio non aveva nulla di volgare, ma era un augurio di buona fortuna. Insomma, questi srdn, re-giudici e figli di un dio che li rigenerava all’occorrenza, mandandoli nelle oscurità de is intrannias de sa mamma, era un popolo felice che viveva cent’anni e più, come ricordato nella storia per un re di nome Argantonio, in tempi in cui la vita media era al di sotto dei quarant’anni, anche ai tempi di Augusto, oltre mille anni dopo.
Ciò che mi ha impressionato è il fatto che nel mio romanzo “Labirinti & Soluzioni” del 2002, nella tavoletta di bronzo trovata in su nuraxi de sa mura cotta (agro di Nurri), nella preghiera del famoso bronzetto senza testa ci fosse infine la frase di “faiminci torrai in su ...”, ciò che fece esclamare allo specialista di turno sulle pagine dell’Unione sarda (sempre nel romanzo, ovviamente) che “noi sardi siamo quattromila anni sempre con la stessa frase in bocca!”.
Dunque, è un peccato che gli archeologi nostrani non leggano neppure i romanzi: gli stimolerebbe la fantasia.
E Babbai sa se ce n’è il bisogno!

5 dicembre 2004

Il 14.12.2014 la televisione spagnola Cuatro ha dedicato uno speciale alle statue di Monte Parma, dal titolo Los gigantes de los 'Pueblos del Mar', approntando appositamente uno studio televisivo con riproduzioni di alcuni giganti. La foto è dal servizio di Videolina che ne ha brevemente parlato. Vd. questo link per il servizio completo, in spagnolo.