venerdì 30 gennaio 2015

SINIS. Alla ricerca del significato perduto

di Sandro Angei

   Il territorio del Sinis da millenni è frequentato dall’uomo, tanto che le vestigia umane relative alla civiltà nuragica sono innumerevoli al suo interno. Territorio il Sinis o Sinnis, come lo pronunciano a Cabras, ormai lontano da quei tempi di vitalità quotidiana e luogo di fervente religiosità. Il Sinnis, così lo scriverò e pronuncerò d’ora in poi è, alla vista dell’uomo di oggi, territorio di selvaggia bellezza, che nasconde però, sotto le sue sabbie e la coltre di fitta macchia mediterranea, innumerevoli e insospettati templi, al suo dio dedicati; ma anche tanti pozzi: frutto della benevolenza divina, anche lì, dove inaspettatamente l’acqua salata si ritrae dinnanzi al dono che la divinità elargisce ai suo fedeli (1).  

In questi termini pensavano i nostri avi al loro dio? Chi sa!  

Sinnis è un bellissimo palindromo, nato forse da quel modo geniale di far scrittura degli scribi nuragici che, in modo nascosto, non perdevano occasione per dimostrare riverenza verso quel loro unico dio e rendere pronunciabile, in modo velatissimo, il suo nome per offrirlo al popolo, che in modo inconsapevole, pronunciando quel «Sinnis», invocava il suo dio.
   Esaminiamolo!
   Il lemma è composto da due «sin» o meglio «Sin» e il suo speculare «niS»; a ben vedere esso è composto dalla lettera semitica «šin» ovvero «ש» (2) raddoppiato. Il nome traslitterato in caratteri semitici sarebbe «שש», che probabilmente non ha alcun significato lessicale in alcuna antica lingua semitica.
   Andando oltre, troviamo che «šin» ha il significato originario di «dente». Per tanto «Sin niS» è una «bi-dente»; però «Sin niS» non è «bi-dente» solo ad opera del significato del grafema «šin», ma è «bi-dente» pure per morfologia scrittoria insita nel palindromo. Immaginiamo di scrivere il lemma nel modo riportato qui sotto:


         
 Fig.1

Esso ci restituisce in modo virtuale la forma della «labrys», ovvero della bipenne o bidente nuragica di Fig. 1 (3), che denota la divinità uranica e taurina sarda (4), come ci dice Prof. Sanna.
    Non è tutto, perché nel lemma «bi-dente» il «b» oltre ad avere il significato di «doppio» potrebbe essere inteso come preposizione “a” o “in” semitica, (5) per tanto «b-Sin» significherebbe «a Sin». In ragione di ciò, essendo il Sinnis un territorio ben delimitato, definito quale: “penisola del Sinis”, il toponimo «Sinnis» potrebbe significare «(terra dedicata) a Sin» ossia territorio dedicato al dio lunare Sin.
In ragione di scambi culturali ormai noti e di culti religiosi che migrano da una civiltà ad un’altra, da un popolo ad un altro, secondo un meccanismo che fa perdurare nello spazio e nel tempo il culto di una certa divinità, chiunque essa sia, il dio lunare «Sin» diventa, attraverso l’egiziano «yah», il nuragico «yh», che in parte in quella divinità si identifica. In parte, perché “yh” è una divinità androgina, per tanto per rendere androgino pure il dio lunare «Sin» ed accoglierlo alla venerazione con tale nome, lo scriba (6) trova la soluzione del palindromo. Per tanto traslitterando pari pari «Sin niS» otteniamo il nuragico «yh hy» (7) significante “l’androgino che da la vita”. Per tanto pure «Sin niS» ha lo stesso identico significato.
    Cosa deduciamo da tutto questo? Una cosa importante e solo intuibile attraverso il toponimo, se non la si studia bene, cioè, che il «Sinnis» è un territorio sacro alla divinità! Come del resto confermano i reperti archeologici e ulteriormente le recentissime scoperte nel sito di Mont’e prama. In definitiva ogni qual volta pronunciamo “a sa crabarissa” (8) «Sinnis» stiamo dicendo «yhwh che da la vita». Frase questa che possiamo intendere quale epiteto di yhwh che, mediante i frutti di quel fertilissimo territorio, dava reale sussistenza a quelle popolazioni.
In cosiderazine di ciò «Sinnis» è uno dei nomi di «yhwh» l’impronunciabile.
   Ancora una considerazione.
   La sequenza Sin→luna crescente, niS→luna calante, graficamente ci restituisce il grafema semitico šin secondo lo schema qui sotto riportato


dove la luna capovolta, capovolge il nome del dio, logogramma che ritroviamo nello šin punico.
  Grafema, lo šin, che ritroviamo in vari modi rappresentato, in tante raffigurazioni che l’archeologia ci ha restituito: stele, monili, monete e quant’altro. Per tanto, la lettura di questi reperti, sotto questa luce, potrebbe aprire nuovi scenari e nuove interpretazioni.


Note:
  1. Alcuni pozzi sono ubicati a poche decine di metri dalla riva del mare e comunque offrono ancor oggi acqua dolce tanto che le polle naturali sono tutt’oggi frequentate dagli animali selvatici (vedi introduzione a “I sacri pozzi in pillole: viaggio nel Sinis di Cabras” su  http://monteprama.blogspot.it/2014/10/i-sacri-pozzi-in-pillole-viaggio-nel.html ).
  2. Il grafema «ש», benché preso dall’alfabeto ebraico, è inteso (perché graficamente simile), quale grafema stilisticamente fenicio e poi nuragico.
  3. Bipenne miniaturistica, dal museo di Sardara. Da: http://monteprama.blogspot.it/2013/04/i-documenti-ufficiali-della-sardegna.html 
  4. Da: http://www.sardolog.com/g-sanna/index.htm
  5. Che ritroviamo manifesta pure nella stele di Nora.
  6. Per scriba intendo, in senso lato, colui che conosce i segreti profondi della scrittura nuragica.
  7. Vedi nota (21) in http://monteprama.blogspot.it/2014/03/scrittura-e-lessico-nuragici-i-simboli.html
  8. Letteralmente: “alla cabrarese”