sabato 21 febbraio 2015

Rapsodia di un grafema. Parte 1

di Sandro Angei



Rapsodia di un grafema

Andando a ritroso nel tempo, dal latino “th” al “Theta” greco al “teth” punico dopo quello fenicio, arriviamo infine al “nefer” egiziano, perché proprio questo geroglifico, a quanto sembra, ha dato origine al grafema.
    Grafema il “teth” tanto particolare che la curiosità mi ha spinto a cercare di capire perché esso è stato sempre rappresentato in modo complesso, un grafema dentro l’altro e mai da un unico segno, se si eccettua l’alfabeto ebraico “ט”. Neanche l’arabo si sottrae  alla regola → ٽ
   Il grafema  è subito identificabile per la sua peculiarità, ma nei repertori si notano delle anomalie che riguardano il segno interno, come si può evincere dalla tabella qui sotto.



Nel susseguirsi delle epoche, tali segni “interni” cambiano di forma e non solo tra diverse epoche della cultura Fenicia e tra quest’ultima e quella Punica e poi la neopunica, ma addirittura tra grafemi scritti in modo diverso all’interno della stessa epigrafe, come vedremo più avanti.
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   Il geroglifico “Nefer” ha il significato di “Bello, buono, bontà” (5), ma anche “Bello fuori e bello dentro(6). Lo ritroviamo nel nome di due regine egizie “Nefertiti” (1366-1338 a.C,) e “Nefertari” (1295-1255 a.C.), dove entrambi i nomi alludono alla loro bellezza, sicuramente non fisica (benché vi fosse a giudicare dalle raffigurazioni che di esse sono giunte fino a noi), ma interiore.

   Il lemma però è molto più antico, essendo l’appellativo di un faraone della VI dinastia: Nefer (circa 2190 a.C), ma già lo ritroviamo all’interno di nomi di faraoni della V dinastia: Neferefra (2430 a.C) e Neferirkara Kakai (2480 a.C.).











Il “nefer” raffigura la trachea (collegamento tra il mondo introspettivo e quello esterno reale) e il cuore, (sede delle emozioni). (8) Ci viene detto però che quello che il “nefer” raffigura, non è in alcun modo collegato agli organi interni umani, ma quelli di una pecora;(9) fatto che mi lascia molto perplesso visto che il significato del geroglifico denota bontà, bellezza e perfezione della divinità, ma anche di faraoni e regine d’Egitto.
   Perché poi dovrebbe essere il cuore di una pecora? Non viene spiegato in alcun modo convincente. Che significato hanno le due barrette orizzontali all’apice della trachea di una pecora? Neanche a questa domanda si da o si può dare una risposta. E’ plausibile invece, a parer mio, vedere in quella stilizzazione una trachea umana, con all’apice, la laringe che contiene le corde vocali.
   Per tanto è più verosimile che quel geroglifico rappresenti organi interni umani: cuore, trachea e a ragion veduta: corde vocali.

   Cos’altro potrebbe essere quella barretta orizzontale all’apice di quella trachea se non la corda vocale umana? A giudicare dall’immagine di Fig.2









tratta dalla statua di Ahmose Meritamon (10), che è l’ingrandimento della collana composta da cinque file di “nefer”, questo sembrerebbe dalla forma, un cuore umano.

   Guardando con attenzione la moneta di Fig. 1 (ingrandimento in Fig.3), si nota all’interno del cuore una sorta di crescente lunare e sotto di questo un disco, che potrebbe essere il sole. Il simbolo di protezione? Chissà!













Il geroglifico viene associato pure ad un liuto e ciò non deve meravigliare, in quanto la trachea con le corde vocali  (fig.4)  è pur’essa uno strumento musicale.
   Nel dizionario Larousse della civiltà Egizia leggiamo che un epiteto del faraone era “neter nefer” (11) ossia “dio buono” oppure “potente e perfetto”(12).

   Il “nefer” benché possa sembrare un azzardo, lo ritroviamo nella raffigurazione del cuore di Gesù, 










che sorprendentemente assomiglia al nostro geroglifico  e questo rafforza l’accostamento del medesimo al simbolismo legato alla sfera del trascendente e del sacro.

   Il geroglifico si trasforma in seguito nel grafema fenicio, oltremodo stilizzato secondo la sequenza illustrata da Brian E. Colless in “Proto-alphabetic inscriptions from the Wadi Arabah” (13), secondo il quale il geroglifico avrebbe subito le seguenti modifiche, che qui illustrerò in modo schematico secondo la sua tabella: il nefer egiziano











ottenendo il grafema che ritroviamo nei repertori fenici, che nel tempo evolve sia in ambito fenicio, con diversi segni grafici all’interno del cerchio/cuore, sia in ambito punico e neopunico dove lo ritroviamo sia col “cuore” chiuso, sia col “cuore” aperto.
   Il significato ancestrale del segno scaturisce dall’esigenza di definire un grafema che potesse indicare l’idea di bontà interiore, espressa questa attraverso le vie respiratorie, dalle parole attraverso le corde vocali ed emanata dal cuore sede dello spirito.

Lettura del grafema
Il grafema fenicio, poi punico e infine neopunico è composto dal cerchio/cuore, che possiamo con buona ragione sostituire sin d’ora con la parola “interiore”, in virtù dell’importante significato dato dagli Egizi a questo organo. All’interno del cerchio/cuore troviamo non sempre lo stesso segno ad indicare la trachea e le corde vocali stilizzate, come già accennato, ma segni diversi che comportano, a parer mio, significati leggermente diversi del grafema stesso, a seconda del segno ivi raffigurato, nei seguenti modi:


A questo punto apro una parentesi che mi sembra appropriata: il grafema “teth” è raffigurato, come abbiamo visto, con un cerchio che circoscrive una croce, mentre il “taw” è una semplice croce «+» col significato, come ben sapiamo, di “segno”. A questo punto è palese la congettura che, se il “taw” significa “segno”, il “teth” possa significare qualcosa di più di “segno”. Per tanto se il primo è un grafema relegato ad indicare “segni” materiali, il secondo essendo inscritto al cerchio/cuore, ha valenza anche visiva di “segno dentro, segno interiore”, come d’altronde si evince dal “nefer” egiziano; per tanto ha valenza nella sfera dell’astratto e dello spirituale, tant’è che molto probabilmente non a caso in greco “dio” si scrive “Θεο” e non “Τεο”.


   Ritroviamo però il significato “consapevole” del grafema nella lettera punica dove esso è scritto in vari modi. Per tanto troviamo:

una sorta di circuito/cuore chiuso o aperto che contiene uno “šin”. Il pensiero va immediatamente al dio luna babilonese “Sin” ma la difficoltà di correlare la fricativa postalveolare sorda «š» con la fricativa alveolare sorda «s», induce prudenza nell’azzardare ipotesi, perché sarebbe necessario affermare, ma anche dimostrare, che il nome del dio lunare babilonese fosse pronunciato Šin e non Sin, o per lo meno in ambedue i casi indifferentemente, in ambiente punico.  Abbiamo però la possibilità che ciò corrisponda a verità perché in ebraico sin e šin sono la doppia pronuncia dello 

stesso grafema «ש» che, di fatto graficamente, discrimina le due pronunce per via di un puntino:












In questa tesi di dottorato“Linfluence de lécriture sur la langue (Ph.D.) dissertation Sorbonne Nouvelle” (19) leggiamo «La lettre ש/šin/ correspond en hébreu le plus souvent à /š/ et bien plus rarement à /s/. De ce fait, dans la quasi-totalité des vocables créés ex scripto contenant un ש cette lettre provoque l’apparition de /š/. Assez rarement, la présence de ש dans un mot à transmission linguistique relativement faible peut laisser subsister une variation entre /š/ et /s/». Questo è di estrema importanza per quanto riguarda la nostra tesi. In arabo parimenti troviamo il grafema che indica sin e il grafema che indica šin. Tutto ciò può avvalorare l’ipotesi che pure in punico possa esserci stata la doppia pronuncia dello “šin”.
   Inoltre ciò non parrebbe comunque un problema visto che abbiamo degli esempi nella bibbia dove šin e samech si equivalgono, almeno in certi contesti (20). Certamente è suggestivo accostare lo «šin» incorporato al Teth, al dio lunare mesopotamico, tanto più che per quanto si va spiegando, a proposito del grafema «teth», esso potrebbe significare “buon segno del dio luna”. Luna che in Egitto era chiamata “yah”.
   Per tanto, per lo stesso motivo detto al punto “2”, per il quale esso rappresenta uno “šin” interiore (dio Šin o yah), se ne deduce che il grafema potrebbe benissimo voler dire “buon segno di Sin” o “buon segno di yah” ovvero «buon segno divino». Certamente quest’affermazione comporta degli accostamenti della divinità Babilonese Sin o Šin al pantheon Punico, che forse potrebbe dimostrarsi attraverso i Cananei , che acquisito il culto da Babilonesi e Assiri lo trasmisero ai Punici, che adorarono quel dio luna, magari sotto un altro nome, forse la stessa “Tanit”. Tanit che troviamo innumerevoli volte accostata al crescente lunare con astro o addirittura, fusa con esso in un unico logogramma  a voler forse alludere alla doppia natura androgina “Tanit/Yah/Sin”.













A questo punto risulta facile l’accostamento della divinità “yah” al logogramma del punto “6” qui sotto raffigurato









Come lì preannunciai, in quel grafema potrebbe essere rappresentato il crescente con astro, simbolo del dio lunare “yah” o “Šin” conosciuto da Egizi e Babilonesi e non più le corde vocali con tratto di trachea, tenuto conto che il grafema del punto “6” è di età punica, per tanto dello stesso periodo delle monete.
   Le varianti al grafema però le ritroviamo in alcuni casi anche all’interno della stessa epigrafe, come si può evincere dal seguente esempio (21)

  

I




In virtù di questo sillogismo ritengo che il grafema “teth” che diventerà in seguito il “theta” greco traslitterato in “th” latino, sia una lettera che ha attinenza con l’aspetto trascendente dell’animo umano e per tanto, almeno in origine, era usato solo per esprimere concetti inerenti spiritualità, bellezza e bontà interiore e divina.
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   Ancora una valutazione che potrebbe essere frutto di mera coincidenza; ma è necessario percorrere tutte le strade possibili che ci si parano d’avanti. Esaminando e leggendo il grafema nella sua interezza e nelle sue parti disarticolate leggiamo 












Tenuto conto che “šin” oltre ad indicare il grafema corrispondente, è un altro nome del dio lunare “yah”, sostituendo a “th + šin +‘ayin” →  “th + yah +‘ayin” otteniamo ancora “thyaho”.
   In greco è attestato il lemma “thyo” col significato di “sacrificio” e da qui “theo” che significa “dio”. Ma la traslitterazione “thyaho” ha un parallelo anche nella lingua sarda campidanese, dove “tiau” è in generale usata per definire il diavolo, che con l’articolo determinativo si pronuncia “su thiau”; e qui si aprirebbe un discorso relativo alla demonizzazione delle divinità pagane.
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   A questo punto della trattazione, l’associazione d’idee mi porta ad intravedere in qualsiasi stele votiva fenicia e punica, nonché sarda, ma ancor prima nei cartigli egizi, il “teth”, inteso e costituito dal supporto scrittorio che, quale cornice identifica il cerchio/cuore:


Quel “teth” che rappresenta il soffio divino “th”.
   Solo ora mi accorgo che la quarta figura sembrerebbe riprendere il motivo del nefer, costituito dal “cuore” (descritto in didascalia come una bottiglia), e dalla trachea con le corde vocali (costituite dall’immagine di Tanit).
Sorprendentemente ritroviamo nei sigilli di Tzrigottu la forma del cartiglio egiziano















ma ciò non sminuisce l’affinità tra i due “cartigli”, perché a ben vedere, se G. Sanna ha ragione ad interpretare i sigilli di Tzrigottu, dove legge i nomi di “tori signori giudici”, anche i sigilli sardi sono una sorta di cartiglio.
   Per tanto ogni qual volta ci troviamo di fronte una stele votiva possiamo immaginare che a prescindere da quello che in essa è raffigurato o scritto, quella stele indichi il “teth” ossia il “nefer” → “buon segno interiore” quello che viene dal cuore.
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   In ragione di quanto fin qui presentato, esporrò di seguito la lettura di un lemma Sardo, la cui radice è tutt’ora ignota. Teniamo in debita considerazione che la maggior parte dei lemmi (a parte quelli onomatopeici), hanno all’origine un significato ben preciso e non sono una mera sequenza di suoni e di lettere. In ragione di ciò un lemma può essere composto da radici lessicali influenzate anche da culture diverse, ma di primo acchito la valenza primaria da prendere in considerazione è quella della cultura che lo ha generato in quel preciso contesto e nello specifico ambito denotativo. Per tanto sostrato culturale, più o meno influenzato da culture esterne e, nel nostro caso, ambito geografico di designazione.
   Per tanto il lemma è da interpretare in funzione della natura del soggetto, che il lemma stesso vuol denotare, all’interno di una base culturale ben precisa. Base culturale che, come nel caso che tratteremo, deriva da un impianto lessicale semitico. Per tanto il nostro lemma sarà da ricercare e comprendere in quel determinato contesto storico e sociale, perché quello, a giudicare dalle iscrizioni nuragiche pervenuteci, che usano a profusione grafemi semitici, nonché lemmi (non sempre) mediorientali, è il contesto da indagare.

(continua)

Note:
9. Da: http://www.egyptianmyths.net/nefer.htm  da quello che ho potuto appurare questa interpretazione è frutto di mera congettura visiva tra l’organo raffigurato sui geroglifici e quello che ognuno di noi si fa l’idea di quel che possa essere un cuore. Io dal canto mio nella raffigurazione di Fig.2 ci vedo un cuore umano, benché abbia la punta rivolta a sinistra anziché a destra.
10.Ahmose Meritamon era figlia del faraone Ahmose e di Ahmose Nefertari. Da: http://www.ancient-egypt.co.uk/cairo%20museum/cm,%20statues/pages/egpytian_museum_cairo_7046.htm
12.Si noti che l’acronimo di “neter nefer” è “n n”, ovvero “nahash nahash” ossia “serpente serpente