martedì 17 febbraio 2015

Un nuovo re per Arcu de Lampus

di Francu Pilloni

Amico mio, ho una triste nuova: è morto Drediu de Arcu.
Pace all’anima sua, che chiuda con dignità la sua vicenda umana!, ti verrà da esclamare d’impulso giacché, senza  conoscerlo, ne ignoravi l’esistenza. Sappi che io stesso, mentre mi trovavo in Egitto, ho saputo dell’evenienza non propriamente da un egizio, bensì da un abitatore della Grande Isola del Nord, che anch’esso s’accompagnava al mio ospite egizio. Quei raccontò con dovizia senza alterazione nella voce, semplicemente nel dispiacere, essendo stato suo fratello il re morto di Arcu de Lampus (τόξο της αστραπής) e tanto ti dico, senza alcunché di particolare tralasciare, se non quello che mi parve fuori contesto.


Come succede presso tutti i popoli e le città, quando muore un re si procede ad eleggerne un altro, sempre che uno dei figli del defunto non sia già stato designato dal padre, dalla tradizione, dal destino e dagli dei.
Ecco: là non è così! E invano penseresti all’elezione di un vecchio saggio, o del guerriero più forte e più coraggioso, oppure del più alto, del più ricco, del più simpatico o anche, infine, come capita fra i Nosei delle montagne, del nuovo marito della vedova regina.
Là, invece, è in auge una prassi democratica che mai appresi essere usata altrove: il nuovo re sarà il giovane che diventerà il marito della figlia del re.
Sento che nella tua mente cresce immediato il dubbio sulla democraticità della scelta del nuovo re, specie se quel giovane viene individuato da un’oligarchia di famiglie, dalla madre vedova della futura regina, o dalla interessata medesima. Hai ragione in tutto: infatti così non sarà. Lascia che te lo spieghi per filo e per segno, perché alto è il livello di cultura che ha permesso di raggiungere una prassi importante come quella, senza dare addito a rancori e fronteggiamenti fra individui o clan. E permettimi di rilevare quanto ne venga nobilitata la figura e la funzione della donna, se essa si pone come perno tra un re morto e un re nuovo eletto, e quanto rispetto si abbia per quella figura se, dall’annuncio della morte del re alla proclamazione del nuovo, nessun uomo lambirà sessualmente una donna, sia la propria che quella altrui.
La cerimonia ha un principio la sera medesima in cui si concludono le onoranze funebri dovute al re defunto, allorché il banditore avverte la popolazione che a mezzo il giorno del dì seguente, nell’agorà si presenteranno i pretendenti davanti alla regina vedova. Questa infatti sosterà spalle al sole, accompagnata da sue sorelle, figlie maggiori o cognate, mentre i giovani in età di ammogliarsi le si schierano di fronte a semicerchio, accompagnati dalle rispettive genitrici o, in assenza, da zie o sorelle maggiori, oppure, come ultima possibilità, da una vicina di casa che conosca vizi e virtù del carattere del giovane ammogliando.
Come avrai potuto intuire prima e meditarne da te medesimo le conseguenze, sono esclusi dalla corsa tutti i fratelli della nuova regina e gli stretti consanguinei che si trovassero in età di ammogliarsi, poiché il tabù dell’incesto è un dogma irrinunciabile presso Arcu de Lampus.
A iniziare dalla mano sinistra della regal vedova, ciascuna madre illustrerà, insieme al nome, i lati più o meno buoni del carattere e delle attitudini del proprio figlio, prescindendo dall’aspetto fisico, essendo esso alla luce del sole per intero, fatto salvo il pudore, coperto da esiguo cencio. La presentazione è utile alla regina madre, coadiuvata dalle donne familiarmente più vicine, per imprimersi nella mente il nome e la faccia dei giovani, nonché la loro diversa provenienza parentale, al fine che la fase successiva non venga alterata da errori di valutazione.
Capita infatti che quella sera medesima la popolazione si trasferisca sulla collina della Torre della Luce, attorno alla quale sorgono is muristenis, corti domestiche atte ad accogliere le famiglie nei giorni dedicati ai festeggiamenti in onore del Sole Invitto. Dopo un frugale pasto di tutti i convenuti, il gruppo dei giovani ammogliabili ristretti in silenzio dentro la Torre della Luce, gli altri intorno a focolari occasionali, vengono scelte dall’entourage della regina vedova tante donne adulte sessualmente attive quanti sono i giovani usciti dalla prima scrematura, che in genere non esclude nessuno se non per gravi deficienze fisico-psichiche acclarate, i cui sofferenti per prassi non vengono neppure presentati, non essendo obbligatoria la partecipazione. Queste donne, tutte volontarie e sommamente onorate per la partecipazione al rito, una alla volta vengono invitate a chiudersi in uno dei muristenis, in attesa di ricevere la visita di un giovane ammogliando, col quale s’intratterrà sino all’alba, al buio e in silenzio. Quando tutte le donne saranno sistemate al loro posto, i giovani saranno fatti uscire dalla Torre della Luce e inviati, uno per muristeni, presso le donne ivi sistemate. Passando davanti a una corbula, i giovani coglieranno due piccole sculture simili legate insieme, una delle quali egli consegnerà alla donna che lo attende.
Cosa succeda nel buio dentro is muristenis, lo intendi da te solo, senza che io ti prospetti situazioni.
All’alba però le donne escono con la scultura in mano e la gettano in una delle due ceste poste a sinistra e a destra della regina vedova, la quale per la notte non ha desistito dalla sua funzione di controllo neppure per un momento di sonno.
Quando il Sole ferisce la cima della Torre della Luce, i ragazzi vengono richiamati e, uno alla volta, escono, si parano nudi senza infingimenti di fronte alla regal vedova, cercano la copia dell’oggetto che tengono in mano nella cesta che fu a destra, poiché quella a sinistra, imputata a registrare un giudizio negativo ad opera della donna esaminante, era stata ritirata: se trovano la copia, rientrano nella Torre della Luce e continuano la selezione, altrimenti si rivestono e tornano alle famiglie. M’informava il nativo della Grande Isola del Nord con arguzia sottile che, mentre le ragazze da marito si trattenevano ad osservare le fattezze del viso e l’espressione di ciascun ragazzo nel momento che usciva dal muristeni, le loro madri e sorelle maggiori badavano a particolari relegati assai più in basso, che sarebbero entrati di prepotenza nella valutazione complessiva, allorché la fanciulla avesse chiesto consiglio per la scelta di un compagno di vita.
Vedo che il rotolo s’appresta al termine, mi affretto quindi a concludere.
Quel secondo giorno si trascorreva in festa e alla sera, quando il buio impediva di comprendere chi andasse e dove, le donne, parte di quelle stesse o altre nuove, venivano sistemate nei muristenis, subito raggiunti dai giovani ancora in lizza. Questa volta, all’alba, le donne trovavano tre ceste in cui gettare l’amuleto, poste in ordine di gradimento, come noi facciamo per l’aggettivo buono: buono positivo (καλός), più che buono (καλύτερη), oppure ottimo in assoluto (πολύ καλά). I ragazzi cercavano la copia in una delle ceste, sospirando per il risultato ottenuto, chiaramente di sollievo o di sconforto per essere dentro o fuori nella competizione. La scelta definitiva si poteva considerare acquisita se uno solo avesse conseguito ottimo, o quantomeno in assenza del titolo più alto, uno solo più che buono. Diversamente, se vi fosse stata parità di giudizio fra quattro o più giovani, venivano eliminati quelli dei livelli inferiori e il rito continuava costante.
Se invece due, o al massimo tre, avessero avuto uno dei due giudizi superiori, la tradizione voleva che a entrare nei muristenis la sera del terzo giorno fosse la regina vedova in persona, se ancora sessualmente attiva, oppure le sue figlie, sorelle e cognate. All’alba, il responso sarebbe uscito ancora da due ceste e nel caso di parità, il rito sarebbe continuato. In teoria si sarebbe potuto andare avanti per lungo tempo, in realtà la proclamazione avveniva in genere al mattino del terzo o del quarto giorno. Quindi si procedeva, dopo preparativi adeguati, alla celebrazione del matrimonio del nuovo re con la figlia del re defunto e, in contemporanea, perché le ragazze da marito non avevano perso tempo, e neppure le loro mamme che avevano intessuto rapporti significativi fra le possibili consuocere, in contemporanea ripeto, si sarebbero celebrate molte altre nozze in Arcu de Lampus. Il viaggiatore della Grande Isola del Nord mi faceva notare che, alla scadenza della decima Luna, quanto fervore di vagiti in Arcu de Lampus, sia in virtù delle spose novelle, ma specialmente a merito delle donne che si erano prestate all’esame dei giovani pretendenti alla figlia del re defunto!
Tutti i nati, maschi o femmine, concepiti nell’arco del rito nei muristenis, erano considerati figli del nuovo re: egli assegnava il nome e li avrebbe accolti alla sua mensa, quando avessero dismesso il latte materno, con la mamma che ne curava la salute, la pulizia e l’educazione. In fondo, ciascuna di quelle partorienti si sentiva in diritto di considerarsi regina anch’essa, per aver giaciuto forse col futuro re, ancora prima della vera regina alla quale, da par suo, non pareva vero di essere contornata da tanti bambini e bambine, con le loro madri in qualità di serve fedeli.
Sino a qui la storia, ma permettimi l’ultima annotazione a dir poco inquietante: il forestiero dell’Isola ha parlato di serve e non di schiave; diceva ancora di altre cose che ho difficoltà a credere, come l’assenza di un tribunale di giustizia a cui rivolgersi per misurare la risposta a un’offesa, in conseguenza del fatto che la saggezza popolare da tempo era assurta a metro di giudizio che tutti e ognuno rispettano senza fatica. 


(Trasposizione a senso (unico) del Papiro 47 (morto che parla) relativo alle Storie di Erodoto di Alicarnasso, a interesse e cura di Francu Pilloni)