lunedì 16 marzo 2015

Il patto popolare de Sa Pipia de Maiu

di Francu Pilloni

Se Pinuccio Sciola s’è inventato le pietre che suonano, tutti conosciamo le pietre che parlano del passato più o meno lontano, sia che abbiano segni di scrittura, sia che siano rimaste identiche o abbiano subito l’oltraggio del tempo. Sappiamo che le parole, pure non scritte se non nella memoria di un popolo, i modi di dire e i modi di pensare e di fare, resistono a volte ancora di più delle stesse pietre.
Quando mia madre, da quel bambino monello che sembravo ai suoi occhi, mi minacciava testualmente che mi avrebbe fatto correre sa sartillia (si dda sighis, hoi curris sa sartillia!, mi diceva) non è che mi stesse promettendo l’acquisto di un cavallo col quale avrei partecipato al carnevale oristanese perché chiaramente pensava ad una pena corporale, somministrata a mezzo di una sartia. Che cosa sia una sartia, lo spieghiamo presto, per chi non ne avesse avuto incontri ravvicinati a scuola ad opera del maestro: sono i virgulti nuovi, lunghi e dritti di certe piante, in particolare: una sartia de arrù (rovo selvatico); una sartia di moddizzi o chessa (lentisco); una sartia de ollastu (olivastro), particolarmente adatta ad essere incisa col coltello.

E quando si parla di Componidori, se uno ha presenziato almeno una volta alla cerimonia di vestizione e ha assaporato le emozioni che montano dentro e le atmosfere che vengono evocate, mai potrà pensare che tutto ciò si faccia, si continui a fare con accanimento maniacale per i particolari, solo per una festa di carnevale. La quale deriverebbe, a sentire i soliti sapienti nostrani, niente meno che da una qualche giostra medioevale di cavalieri catalani o castigliani, facendo in un colpo solo transitare i Sardi fra gli importatori di emozioni altrui, oltre che di linguaggio, di cultura, e di tutto quanto di buono e di particolare sopravvive in quest’isola.
E quando su Componidori, il cui nome dà ragione del suo esistere, agita verso il popolo sa Pipia de Maiu, è chiaro che non ha rubato dal Vescovo cristiano il segno della croce, ma ammonisce al rispetto dei patti sociali sui quali è preposto a vigilare. A febbraio non ci sono le viole, tantomeno le spighe in via di maturazione: se queste manifestazioni di antica memoria si esprimono ora a febbraio, lo si deve alla concessione padronale secondo la quale semel in anno licet insanire.


SA PIPIA DE MAIU

Se lascerai Arcu de Lampus, che si adagia in altura di faccia al primo sole, a un solo giorno di viaggio a dorso d’asino troverai Gonnus, villaggio che controlla tre valli e moderate colline fra di esse. Quivi dirime le contrarietà Babbecu, fratello della regina vedova di Arcu, ammogliato con Pobiddera, che significa “moglie vera” nel linguaggio del luogo, per distinguerla da altre donne con cui il marito corre, non privo del di lei consenso. Pobiddera è sorella a Dedriu de Arcu, re defunto e pastore di cento capre.
Era di maggio, quando le spighe del grano dentegàni si gonfiano e cominciano a chinare la testa al Sole ogni giorno più Invitto. Babbecu era preoccupato poiché, nella precedente annata, molti campi di grano prima di essere raccolti andarono a fuoco col metodo sperimentato della cacca secca di bue accesa e deposta in mezzo al terreno da danneggiare la sera prima, così che il fuoco, sopravvissuto a stento per tutta la notte, quando il sole s’alzava più alto nel cielo, si sarebbe ravvivato producendo la fiammella che accendeva le messi ormai asciutte. Corsero accuse e mormorii nel villaggio, a indicare possibili incendiari, diverbi che, seppure non sfociati in fatti di sangue, insinuarono un senso di mal vivere tra i Gonnuesi. Babbecu non ci dormiva la notte, il sonno contrastato da incubi. Si svegliò una mattina che gli parve di avere tra le mani una mazzo di spighe passatogli da Babbai in persona, senza ricordare una parola di ciò che avrebbe potuto dirgli. In effetti, altro non stringeva che un’ala della veste leggera di Pobiddera.
– È tutta la notte che mi tiri e mi spintoni. Ti sognavi con una fancedda?
– Le fanceddas me le hai autorizzate e io sogno chi mi pare fin dal grembo materno. – le stette in faccia Babbecu, mettendosi seduto. Notava una volta di più che Pobiddera diventava gelosa e irritabile quanto più avanzava in età – Mi sono addormentato pensando a campi di grano in fiamme, mi sono svegliato con un mazzetto di spighe in mano. Se questo è il tanto che dobbiamo aspettarci dal raccolto, sai che festa!
– Is bisus sunt avvisus! Tu non sei figlio e figlioccio di Babbai? Ecco che Lui ti manda gli avvisi e tu neanche li comprendi?
No, Babbecu non aveva capito nulla del sogno, così che Pobiddera glielo spiegò, dicendogli anche come doveva comportarsi, a scanso di equivoci:
– Chiamerai a raccolta i padri di famiglia e chiederai una spiga per ogni quarra di terra arata. Se ci sarà un incendio, si coprirà la perdita ciascuno donando del proprio raccolto in proporzione. È come se tutti facessero un patto con tutti. Comprendi?
Babbecu comprese in fretta, chiamò Launedda che diede il bando la sera stessa: Babbecu attenderà i capi famiglia nella piazza de is muristenis prima di pranzo; ciascuno dovrà portare un mazzo di spighe dai suoi terreni.
A mezzogiorno convennero nella piazza. Babbecu montò sulla pedra de arringai, che era un cippo alto fino alla cintola di un uomo basso, così che potessero sentirlo e vederlo. Mostrò le sue sette spighe e disse:
– Questa spiga indica la quarra di terreno de Sa Caudeba, queste tre il pezzo de s’Arrogu Mannu che sono tres quarras, queste due … – continuò elencando i suoi terreni coltivati a grano – Perché ve le mostro? Perché l’anno scorso, per la paura degli incendi, in Sa Caudeba falciai le spighe ancora verdi e i chicchi raggrinziti non sono serviti a nulla, se non per gettarli alle galline. Per paura degli incendi, ripeto, che lasciano solo cenere e bruciore di stomaco.
– A me – alzò la voce Tempubellu che era a un metro solamente – è andata anche peggio.
– Tappati e lascia finire, o Tempumalu! – lo rimbeccò Caraganzu, che pareva avercela con lui da un’altra vita, tanto gli cambiò nome per sminuirlo d’importanza.
– Ho finito – riprese Babbecu – Ora se ciascuno di voi mi dà una spiga per ogni quarra di grano seminato, entra con me e con chi ci sta in un patto chiaro e stretto di soccorso reciproco.
– E come sarebbe a dire? Io dovrei tagliare una parte del mio raccolto per darlo a chi? – chiese Longhinu, che spiccava con tutta la testa sopra gli altri.
– No, Longhinu. Sto dicendo che, se il tuo grano va bruciato, io taglio una parte del mio raccolto per darlo a te, così che i tuoi figli quest’inverno non muoiano di fame o vadano a chiedere l’elemosina di casa in casa. Capito mi hai?
Longhinu sollevò la mano per grattarsi l’orecchio destro. Era il metodo preferito per riflettere.
– E se il mio grano non andrà bruciato? Se non bruciasse il grano di nessuno?
– Bravo, Longhinu. Lo vedi come tu capisci prima degli altri? – ribatté Babbecu col tono tra il serio e il birbante, sicuro che Longhinu non aveva il fiuto per discernere un complimento da una sottile presa in giro – Se non brucerà il grano di nessuno, ognuno raccoglierà il suo in santa pace e allegria.
– Uno, in questo modo...  – cominciò a ragionare Puspusalla, che aveva sempre i capelli dritti in testa come se vedesse la morte in faccia di continuo.
– Adesso ti ci metti anche tu? A me non mi va bene come ... – gli tolse la parola di bocca, uno di quelli fortemente indiziati di aver appiccato il fuoco nell’anno passato.
– Ma mi lasci dire, o Pedrufexi ... il sangue girato in feccia … ti ritrovi!
– Uomini! Parliamo uno alla volta… stavi dicendo Puspusalla?
– Stavo dicendo che, in questo modo, se uno dà fuoco al mio grano e come se stesse bruciando anche parte del suo.
– Meglio di così non sarei riuscito a dirlo io stesso, Puspusalla! Così è la storia. Se non giova a nessuno, nessuno avrà interesse ad appiccare il fuoco. Siamo tutti d’accordo?
– E se uno volesse restare per conto proprio? – Così parlò Caramala, che era giallo come il legno d’alaterno perché aveva il sangue girato in pus e imprecava contro se stesso ogni volta che si vedeva riflesso in qualche fonte.
– Lo lasciamo stare! – lo zittisce subito Babbecu – Ma sappia che, se andrà a fuoco il suo grano, si dovrà accontentare della cenere. E non s’illuda che vada in giro ad appiccare il fuoco sui terreni altrui, perché gli staremo dietro senza perderlo di vista neanche quando piscia dietro una siepe.
La discussione era terminata, visto che ciascuno consegnò a Babbecu tante spighe quante erano le sue quarras di terra a grano. Ne fece un bel mazzo che tenne insieme con un cordoncino di lana verde, per scacciare il malocchio.
– Una bella pipia di grano ti sei fatto, Babbecu! – osservò Puspusalla.
– Questa è Sa Pipia de Maiu, – disse Babbecu a voce alta, girandosi verso tutti e agitando le spighe in segno di ammonimento – questa è segno di pace, il pegno della fiducia ritrovata.
Qualcuno corse a portare una pentola nuova, la mise sulla pedra de arringai e vi sistemarono Sa Pipia de Maiu. Passarono le donne e, vedendola, sorridenti scambiavano parole di entusiasmo per la saggezza dei loro uomini. Non mancarono di onorarla con fiordalisi e pervinche, colti in mezzo alle spighe. Mai e poi mai, da ingenue, superstiziose e fataliste, ci avvicinarono un papavero.