lunedì 9 marzo 2015

L‘ultimo Amsicora

Un omaggio ad Amsicora, 2230 anni dopo la sua morte

di Sandro Angei

215 a.C.

    Il gigante. Così lo chiamavano Abhyna, il più sincero dei guerrieri di Gora. Si imponeva per la sua altezza e il suo carattere fermo. Nel campo di battaglia svettava nella mischia e instillava sicurezza nei guerrieri. Era il braccio destro del judex di Gora, era il suo consigliere e il suo confidente; era il maestro d’armi del giovane figlio di Amsicora, quello che il judex in cuor suo sperava potesse un giorno prendere il suo posto.
   Abhyna, lo aveva formato duro come il bronzo da colata, resistente come il nerbo di bue, ma non riusciva a governare con facilità il suo giovane carattere, tagliente come lama di spada, che Amsicora, anche lui, aveva difficoltà a plasmare, benché fosse quello il suo compito di padre e di regnante.

Capanna del capo delle tribù di Gora.  
Ai tuoi ordini mio signore” disse il guerriero scuro in volto: “Il nemico sta per entrare nel nostro territorio e le navi di Asdruba’alem non sì vedono… cosa vuoi fare mio signore?
L’uomo di fronte a lui sollevò lo sguardo: “Siedi, devo parlarti… questa guerra ci sta indebolendo. Roma è potente e troppo vicina alla nostra isola. Truppe fresche arrivano in pochi giorni di navigazione, questo ci logora. Carali è Romana ormai. I Cartaginesi tardano ad arrivare, poi…
La stele di Nora con sottolineata
la parola GR
Š: l'antica Cornus?
un attimo d’esitazione interruppe lo sfogo di un sovrano… solo, che nel comunicare al suo generale il proprio sconforto, cerca in lui aiuto. Prosegue
…non so se fidarmi di loro. Per troppo tempo siamo stati sotto il loro giogo e non è stato un bel periodo. Ora ci danno il loro aiuto, ma… per essere nuovamente sottomessi a loro? Abbiamo bisogno di liberarci da qualunque catena. Dobbiamo far rivivere i fulgidi tempi dei nostri antenati.” Poi proseguì “ Ho dato ordine di demolire la torre nuova davanti al nula’ag Ba’arba’ar, dobbiamo riprendere gli antichi riti, il toro deve nascere nuovamente per dare speranza al nostro popolo che attende un segnale divino. Invocherò (yhw)he attraverso la sacra scrittura, ho dato ordine di imprimerla in moneta di fiamma immortale; la porterò con me e la offrirò al divino il giorno che si manifesterà in tutta la sua gloria, nei giorni della rinascita. Chiederò aiuto alla tribù che governa il nula’ag Ba’arba’ar, dopo mi dirigerò nella terra dei miei padri e anche a loro chiederò aiuto.
Abhyna al sentire quest’ultima affermazione del suo sovrano sbottò: “Gli Ilienses? Mio signore, quelli sono sempre stati restii a combattere assieme a noi, sono selvatici, arroganti…
Non dire altro” lo interruppe Amsicora “D’ora in poi non sarò il signore di Gora, ma di tutta la Sardegna! Qui si gioca il futuro della nostra isola, non possiamo combattere da soli, abbiamo bisogno di tutte le forze, anche le loro! Certo, sono selvatici e arroganti, ma sono uomini leali e guerrieri temibili e sono molti. Ho deciso così, partirò questa notte stessa, da solo.
Ma…” Non fece in tempo a dire altro Abhyna.
Da solo!” ribadì a denti stretti Amsicora.
   Il volto dell’uomo fremeva dal disappunto, ma in cuor suo sapeva che era giusto così: “Chi assumerà il comando in tua assenza?” Chiese Abhyna.
Su Tzou. [1]” disse Amsicora.
Tuo figlio non è ancora pronto!” Rispose il guerriero.
E’ pronto, anche se impetuoso e testardo.” Replicò Amsicora.
E’ troppo arrogante. Troppo audace nella lotta e si lascia prendere dall’entusiasmo; non è come te.” Disse ancora Abhyna.
Nessuno è come me, neanche tu sei come me, ma io sono nessuno senza di voi.” Esclamò d’impeto Amsicora.
 Il guerriero s’irrigidì sgomento nel sentire quelle parole, in un attimo il figlio del toro si fece uomo ai suoi occhi, il sovrano divino chiedeva aiuto, colui che fino a poco prima era pervaso di sacralità gli mostrava le sue umane debolezze. Atterrito, sollevò lo sguardo mentre l’altro proseguì dicendo: “E poi lui sarà… il prossimo Amsicora, tienilo bene a mente. Per quale motivo pensi abbia battuto moneta anche per lui?!” Lo sguardo dell’uomo trafisse le pupille del guerriero, quello fissò dritto gli occhi negli suo signore, che aggiunse in tono pacato “stagli vicino”.
Il guerriero prese un lungo respiro, strinse con forza l’impugnatura della spada e disse con orgoglio: “Sarà fatto mio signore.
Fai venire Su lèppere [2]” disse Amsicora congedandolo. L’uomo si voltò e senza parlare uscì dalla capanna.
***
Ordina mio signore” disse il messaggero appena entrato nella capanna.
Devi consegnare questo ad Asdruba’alem [3] il Cartaginese, non appena sbarcherà a Tharros.[4] disse il sovrano. Nessun’altra spiegazione era dovuta a chi sapeva il da farsi.
Su lèppere ricevette in mano un plico con un messaggio che non poteva capire.
Vai!” disse perentorio il judex.
E’ notte fonda, il cavallo corre veloce verso Tharros, ma d’improvviso dardi silenziosi abbattono il veloce messaggero, fa appena in tempo a vedere la sagoma de “su Turradòri”. Muore assieme al suo cavallo.
***
   Nella capanna del judex entra un giovane uomo, non molto alto, muscoli asciutti ma possenti e tenaci come il nerbo di bue, una figura spigolosa e ben proporzionata, magrissimo, - unu fusti de ollastu-:[5]Padre perché mi avete fatto chiamare?” Disse Su Tzou; poi con ghigno beffardo continuò “Perché siete vestito come un servo pastore?
Compiti importanti ci attendono” disse il padre senza ribattere alla provocazione.
Mhm! Mi sto preparando per una bardana,[6] stanotte ci divertiremo con quelli lì” disse Su Tzou, riferito ai Romani. “Si sono accampati vicino al Thirso, ma non l’hanno ancora attraversato, forse hanno paura di bagnarsi i piedi.” Disse sorridendo beffardo.
Fai silenzio e stammi a sentire” lo interruppe il padre: “Tu non andrai da nessuna parte; ti ho fatto venire perché da questo momento tu mi sostituirai. Tu sarai a capo dell’esercito durante la mia assenza.
Quello s’irrigidì e con fare altezzoso disse: “Perché devo sostituirvi, è un compito che non mi spetta… voglio combattere io! ” Disse quasi con disprezzo.
Tu forse un giorno prenderai il mio posto, devi essere pronto al comando e devi imparare a frenare le tue emozioni, non è il momento di combattere ora; è il momento di pensare ed aspettare, finché il nemico lo permette.” Disse il padre.
Aspettare cosa” urlò il figlio: “Che vengano a prenderci dentro le nostre capanne, come a stanare conigli! Io non sono un coniglio, io sono un guerriero!
Zértu, lìnt’e pìntu nannài thòu [7]. Non è durato molto però, vuoi fare la stessa fine?
Il ragazzo abbassò lo sguardo e un fremito di rabbia percorse il suo corpo, poi con calma apparente sbottò: “Comandate!”.
Il sovrano ordinò: “Devi tenere unito l’esercito, controllare il territorio, far capire al nemico che ci siamo e in molti, per questo fai uscire continuamente in perlustrazione i guerrieri” e a denti stretti soggiunse “Devi tenerli calmi però e tu con loro e come una scudisciata continuò “al tuo fianco ci sarà Abhyna.
Non ho bisogno di nessuno che mi accudisca, basta e avanza la mia spada… al mio fianco” replicò sarcastico il giovane.
Pensieri funesti vorticavano nella mente di Amsicora. Suo figlio era troppo arrogante, ma Abhyna sarebbe stato al suo fianco.
Si preparò, il sovrano. Un lungo viaggio lo attendeva. Vestito come uno dei suoi pastori salì in groppa ad un cavallo, non il suo però, lo avrebbero riconosciuto con quel destriero o l’avrebbero scambiato per un ladro di cavalli. La notte lo inghiottì.
***
Accampamento romano.
   Nella tenda di Tito Manlio Torquato [8] entra un centurione, tiene in mano un plico.
Ave Tito. Una nostra pattuglia ha fermato un messaggero di quei barbari, aveva con se questo.” Consegnò al Console un plico di pelle ripiegata in quattro.
   Quello dispiegò il plico, cadde una moneta di bronzo. La raccolse, guardò corrucciato la moneta e la pelle scritta con caratteri a lui incomprensibili. Disse al soldato: “Chiama il poeta.
   Così chiamavano un centurione romano che conosceva bene usi e costumi Cartaginesi e sapeva leggere e scrivere  in punico.
Ennio[9] il poeta entrò nella tenda: “Ave Tito, al tuo servizio” disse in modo austero, ma consapevole delle sue qualità.
Il console gli consegnò in mano la piccola pelle e la moneta: “Cosa c’è scritto?!” Chiese.
Ennio lesse il messaggio, aggrottò la fronte, guardò la moneta, la rigirò, lesse nuovamente il messaggio, sollevò lo sguardo e disse: “Ho bisogno di una tavoletta e uno stilo.
 “E’ tutto lì” disse il console.
L’uomo prese la tavoletta di cera e iniziò a scrivere in caratteri latini da destra verso sinistra:
 [10]tšdh-trq-š [11]l’brz’ ’l [12]š’rg’  š  b’ [←]
  …  ‘zt-h  š’rg š  š’r-h [←]
Completata la frase aggiunse le vocali e sotto scrisse il significato latino
  tšadah-traq// š// la’aburza’//’l// ša’rog’// š// ba’[←]
    Cartagine //di//Asdruba’al//al//goras  // di//padre [←]
 … u‘ozt-h// ša’rog// š//  šia’r-h [←]
 …tzou-il //  goras //di// capo  il [←]
In fine scrisse da sinistra verso destra
 [→]  lui Tzou figlio del toro padre di Cornus
Consegnò la tavoletta al console, che lesse ed esclamò: “che significa?
Quello rispose: “Il padre di Cornus ad Asdrubale di Cartagine, il comandante di Cornus è il Tzou figlio del toro padre di Cornus
 “Cosa vuol dire - Tzou - e chi è il toro, poi la moneta cosa significa?” Chiese il console.
Ennio continuò: “Il toro è il loro sovrano, Tzou è il nome di suo figlio; la moneta fa parte del messaggio - lui Tz figlio del toro padre di Cornus - è scritto nella moneta.
Alla mente di Ennio tornarono i ricordi dell’incontro con un vecchio sacerdote fatto prigioniero anni prima. Costui era sciamano di un villaggio vicino alla città di Gora. Al collo portava legato con un laccio di cuoio, che a guisa di fiasca ne circondava il contorno, una moneta di lucido bronzo: Cos’è quella?” Chiese in punico Ennio al sacerdote; e quello in punico rispose: “E’ il nostro futuro.”  Disse ancora Ennio: “Non parlare da oracolo, cosa vuoi dire, so leggere quella moneta, ci sono due lettere puniche!” Quello accennò un sorriso e soggiunse: “Tu non sai proprio nulla. Questa che vedi presenta il torello ad He e al nostro popolo. Le lettere che vedi sopra non sono né per te, né per altri di questa terra e poi non bastano per leggere e sapere. Null’altro ho da dirti.
Ennio tornò in se da quel viaggio nel passato e disse al console: “Ne aveva una simile un sacerdote di Cornus, mi disse che fu coniata quando il figlio del capo di questi barbari divenne uomo. Il significato me lo disse lui.
«Il tzou» pensò Tito, perplesso: “Puoi andare” disse.
   Il poeta tornava nei ranghi quando passò vicino ad una fila di guerrieri sardi fatti prigionieri la notte prima. Uno di loro rivolto a lui, indicò un cavallo che passava lì vicino e disse: “Abbàida, hade perdidu su tzou.[13]
Quello lo guardò e disse in punico: “Cosa dici?
L’altro sorrise senza capire e indicò un chiodo per terra.
Il poeta capì. Tutto capì: «Su tzou è “il chiodo”, chissà perché lo chiamano così?» pensò, poi gli brillarono gli occhi: «Ma certo!» Rivolse ancora lo sguardo al prigioniero e pensò: «Ma guarda questo, non sa se domani sarà ancora vivo e si preoccupa dello zoccolo di un cavallo!»
   Il poeta non sapeva che quel guerriero aveva vissuto sul cavallo e col cavallo. Sirbone[14] lo aveva chiamato il suo destriero, perché nulla lo fermava; neanche l’impenetrabile vegetazione di lentischio, di alloro e di mirto. Era suo fratello minore e suo fratello maggiore. Era il suo amico più fidato, avrebbe ucciso e si sarebbe fatto uccidere per lui. Ora era lì, felice benché in catene. Sirbone era fuggito via ed ora lo immaginava libero sulle colline.
   Ennio tornò sui suoi passi, con fare tra l’arrogante e l’agitato, disse alla sentinella: “Devo parlare al Console.” Entrò nella tenda con un lampo negli occhi… tagliò corto: “Ho capito cosa vuol dire Tzou,in sardo significa chiodo.
Il console lo guardò, sorvolò sulla mancanza di rispetto e disse: “Chiodo?!
Si: il chiodo – su tzou – forse allude al suo aspetto fisico“ rispose.
Suzzou” replicò il console.

Ennio prese la tavoletta e corresse velocemente, scrivendo sempre da destra verso sinistra “u‘ozt-h” in” u‘ozt-us”

Il console prese la tavoletta e chiese: “il nome sarebbe questo?” lesse ”Uoztus
tagliò corto “Hostus”, disse. Sollevò lo sguardo e rivolto all’ufficiale presente, disse compiaciuto: “Dobbiamo fermare questo Hostus”.
***
   Cornus. La mattina e fresca. Il maestrale solleva alte onde sulla costa e batte le colline con sferza possente. Abhyna rivolto a Su Tzou: “Le navi di Asdruba’alem sono ancora in alto mare e con questo vento non possono accostare.
Su Tzou disse: “Potrebbero arrivare fin qui e approdare al nostro porto, qui si entra con qualunque mare.[15]
No” disse l’altro: “è troppo piccolo e il fondale è basso per le loro navi.
In ogni modo io non voglio aspettare Asdruba’alem qui, senza far niente. Siamo abbastanza numerosi e forti da sbaragliare quelle quattro femminucce coi loro inutili vessilli e le armature tutte uguali” disse Su Tzou: “Che è, non sanno distinguere un amico da un nemico?” sbraitò divertito pensando alle uniformi romane.
Non offendere le figlie della dea madre, sono più forti di me e di te, hanno la potenza della vita, loro, in ogni caso, non sottovalutare i romani, non è facile combatterli” disse Abhyna: “Te lo posso assicurare. Sono furbi e pericolosi, scaltri e uniti; quando li attacchi formano un solo corpo impenetrabile e possente”.
Io non vado a combatterli a viso aperto” disse su Tzou: “Le nostre armi non sono solo spade o fionde. Il nostro territorio è la nostra arma migliore. La fitta vegetazione delle nostre colline ci aiuta.
Lo so” disse Abhyna: “Ma non basta.
Ad ogni modo aspetterò fino a domani; se i Cartaginesi non si faranno vedere, andrò incontro al nemico, vedranno chi sono i Sardi di Gora.
Abhyna disse: “Non farlo, è una pazzia. Tuo padre mi ha incaricato di starti vicino, di consigliarti, di…” Non finì la frase.
Non ho più bisogno dei tuoi consigli, ricordati che sono il tuo comandante.” Disse Su Tzou.
   L’uomo serrò i denti; avrebbe voluto spaccagli la testa. Non fosse stato il ragazzo da lui formato alla vita e al combattimento l’avrebbe fatto, ma disse infuriato: “Tu non sei il mio comandante, non ancora. Tuo padre è il mio signore… ma non posso fermati”. Abbassò lo sguardo come fosse stato preso a schiaffi, respirò profondamente, risollevò lo sguardo e chiese: “Cosa vuoi fare?”.
Lasciamo qui a Gora solo qualche guerriero. Il pericolo può venire solo dal Campidano e lì dobbiamo andarci noi. Tutti gli altri con me. Faremo vedere a questa gentaglia chi siamo.
***
   Gli occhi corvini scrutano il passato oltre la linea dell’orizzonte, lo sguardo vola radente la linea del cielo dalla spuma del mare verso i lentischi, salendo il lieve declivio che la torre interrompe, baluardo di un tempo passato che grida agli occhi la potenza di un popolo fiero, che lì cercava risposte alle proprie domande. La mente ritorna ai tempi lontani di quando i suoi avi sacrificavano al toro divino e cercavano auspici per un futuro migliore. Arrivò in prossimità del nul’ag Amsicora, fu riconosciuto da quelle genti, che buone nuove aspettava da tempo. Amsicora scese da cavallo e si diresse verso il capo tribù che accogliendolo come fosse il suo sovrano disse: “Ben arrivato judex di Gora, ti aspettavamo. I tuoi messaggeri hanno portato tue notizie e con grande gioia abbiamo eseguito il tuo volere. Il divino toro rinascerà finalmente, per tutti noi.
   Fecero festa, cantarono e ballarono tutta la notte al suono di launeddas, aspettando l’alba del giorno del toro divino.
   Il tempo di mungere gli armenti, poi anche i pastori assieme a tutti gli altri si prepararono al grande evento; misero le vesti più belle e le lucide armi; le donne al loro fianco imponevano la loro bellezza. 
   Amsicora prese da una piccola sacca la moneta d’oro, tra due dita la fece vedere al capo di quelle genti e disse: “Questo è il segno dell’invocazione divina, il nul’ag sarà per sempre la sua dimora e in essa il divino leggerà la nostra supplica e ci benedirà.” Entrò nel nul’hag Amsicora, depose la moneta tra due pietre e tornò sui suoi passi.
   Scrutò il cielo e in cuor suo sperava che quella coltre si squarciasse nel ribollire di nubi. Una saetta folgorante trapassò una breccia tra forme vorticose di vento infuriato e di colpo la torre s’illuminò, poi il buio. Rivolse lo sguardo al quel cielo di nubi sconquassate e in un batter di ciglia il vento maestro liberò la gloria divina, nutrimento per madre terra, dei suoi figli e per i sentimenti di un popolo fiero.
   Il raggio di luce punse gli occhi corvini. Chiuse le palpebre, lui che non distoglieva lo sguardo né dall’orrore, né dal terrore, poi con movenza arcigna volse lo sguardo alle spalle. Le lunghe vesti aleggiarono lievi e ricaddero con movenza soave sugli schinieri di duro cuoio, mentre il ventre del nul’hag urlava bagliori di luce, trafitto dal prorompente spirito di –he- l’innominabile che si manifesta tramite l’occhio del nul’hag, intercesore per lui, ch e permuta l’insopportabile potenza divina, in eterea immagine del toro che nasce: “-He- si è rivelato a noi, gli auspici sono buoni!”, urlò con piglio maestoso Amsicora. Tutti in coro cantarono lodi al rinato toro divino. Ballarono e cantarono tutto il giorno e la notte al suono di launeddas. Il giorno dopo accomiatandosi Amsicora ottenne solenne promessa d’aiuto da quelle genti.
***
   Un fischio echeggia tra i monti e arriva a staffetta al villaggio Iliese. In una gola profonda, tra pareti di roccia lucente, un cavaliere mastrucato avanza con la calma di chi conosce quei luoghi da sempre. Lungo il tragitto scopre le insegne del comando. Il pugnale gammato di lucido bronzo fa bella mostra sul petto villoso. Tanto basta per capire il suo rango.
   L’uomo davanti la capanna sorride alla vista del nuovo venuto, che sceso da cavallo è accolto come un fratello.
Innàssiu, cosa ti porta da queste parti fratello” disse Matzòne.
Tempesta” rispose l’altro con mezzo sorriso al sentir pronunciare quel nome.
Quello aggrottò la fronte e si fece cupo: “Male!” sentenziò. “Me lo aspettavo, entriamo” Soggiunse. Entrarono nella capanna e sedettero.
Matzòne,[16] sono venuto a chiederti aiuto. Grandi sventure sono in arrivo ed è necessario essere uniti e in molti contro un nemico potente.
Tu hai ragione fratello, ma lo sai come la pensa la mia gente. Troppe guerre abbiamo affrontato, senza nulla ottenere se non di vivere in un posto dimenticato dagli uomini e dal toro divino; una terra che ci siamo fatti piacere.” Disse Matzòne.
Questa volta è diverso. Rischiamo di essere travolti e di perdere per sempre la nostra libertà. Verranno a portare via le nostre forze migliori e quelli che resteranno dovranno lavorare nei campi per sfamare ancora -is istrànzus -” disse Amsicora.
E l’altro: “Le nostre coltivazioni hanno quattro zampe. [17] Crescono tra le rocce, le portiamo dove ci serve e all’occorrenza le nascondiamo in grotte profonde: non abbiamo bisogno di null’altro.
   Il judex, abbassò lo sguardo e l’altro aggiunse: “Comprendimi, fosse per me verrei con te anche subito, lo sai, ma non decido io. Questa sera all’imbrunire convocherò gli anziani e loro decideranno. Manderò subito suoni di corno nelle vallate per radunarli.
   Mangiarono carne di capretto e bevvero vino potente. All’imbrunire il consiglio degli anziani si riunì, sentirono il nuovo arrivato, le sue richieste ed i gravi motivi, ma negarono il loro aiuto.
   Matzòne accompagnò l’ospite al limitare del villaggio: “Lo sapevo che avrebbero deciso così… mi dispiace… se vuoi ti mando un gruppo dei miei migliori, ma tutti i guerrieri non posso.
Ti ringrazio fratello, accetto con grande amarezza il verdetto degli anziani ma tornerò a Gora da solo.” Alzò la mano con il palmo rivolto all’amico; girò il cavallo e al piccolo trotto s’ infilò tra i monti.
   Con furia mal repressa Matzòne rientrò nella capanna e disse agli anziani: “Perché avete negato il nostro aiuto, perché?!
Qui siamo tranquilli, nessuno ci può infastidire tra queste montagne. Non possiamo sacrificare i nostri figli in una guerra che poco c’interessa” disse uno degli anziani.
Si fece silenzio, poi un secondo anziano disse: “Compagni, fin’ora muto sono stato, perché di nessuno mi fido, neanche del judex di Gora benché sia figlio dei nostri padri. Ora tra noi posso però parlare e dirvi questo: qualche giorno fa mio figlio è tornato da una bardana dove ha perso gran parte dei suoi compagni, alcuni sbranati da mute di cani feroci [18].”
Tutti si misero in allarme: “Cani feroci? Da dove sono scesi?” Chiesero.
Sì cani da combattimento che i soldati Romani hanno sguinzagliato contro di loro, in mezzo alla boscaglia. Hanno un’arma pericolosa a cui dobbiamo stare attenti, possono arrivare fin qui se solo lo vogliono e allora sarebbe la fine per tutti noi.
Matzòne sentendo quanto detto dall’anziano chiamò con un urlo possente un guerriero che veloce entrò nella capanna, e senza chiedere consiglio né ordine gli disse: “Raduna tutti i guerrieri, che si tengano pronti. Domani mattina all’alba partiamo: grande gloria ci attende!
***
   Campagne di Seddori.[19] L’armata sarda è dispersa nella macchia, il cisto e il mirto emanano un profumo penetrante al passaggio; cavalli e uomini avvezzi al silenzio si acquattano.
Cavalieri romani a cavallo avanzano al passo, guardano, tra i cespugli nulla si muove. Passano vicino al primo guerriero che li guarda sogghignando. Un colpo veloce, netto, abbatte il primo cavaliere, gli altri sorpresi si allontanano cercando spazio; sono assaliti da una torma d’armati simili ai loro peggiori demoni dell’oltretomba; nessuno si salva, i sardi non fanno prigionieri, bisogna sfamarli.
Su tzou, il primo fra tutti si guarda intorno, si avvicina al primo soldato caduto e di netto, con un unico fendente, gli spicca la testa e come un trofeo la mostra ai suoi. A quel gesto un unico urlo, come il tuono, squarcia il silenzio: “SU TZOU! SU TZOU! SU TZOU!
   Da una bassa collina, non viste, due vedette assistono alla scena. Con cautela ritornano sui loro passi, a poche decine di metri oltre l’altura, un’intera legione aspetta il segnale.
La vedetta si avvicina al comandante: “Generale, sono tutti lì, sparsi nella macchia, forse ho individuato il loro capo.
Bene” disse il generale; alle sue spalle Ennio chiede di conferire con lui.
Generale, vorrei vedere coi miei occhi il loro capo” disse il poeta.
Vai e tu vedetta accompagnalo” comandò.
Qual è?” Chiese Ennio alla vedetta.
Quello! Ha ancora la testa di uno dei nostri in mano.
Il poeta aguzzando la vista vede una figura sottile ma nerboruta, che agita quella testa in modo inconsulto. Ci gioca quasi e con modi sguaiati si rivolge ai suoi, li invita a fare altrettanto, ma quelli impassibili lo lasciano fare.
E’ lui” disse il poeta: “E’ lui, su Tzou
Tornò indietro, veloce si avvicinò all’ufficiale: “Generale, ho individuato Su Tzou
Bene” disse il generale: “Al mio segnale daremo battaglia e a te Ennio do un compito, voglio la testa di Hostus.
***
   Nella macchia i guerrieri si apprestano a lasciare il luogo dell’imboscata, ma d’improvviso la linea del cielo si borda di soldati, a piedi, a cavallo, con picche e spade, vessilli di guerra. Uno squillo di trombe rompe il lontano silenzio. I guerrieri festeggianti rivolgono lo sguardo alle colline. Su Tzou esulta e ruggisce come un leone alla loro vista, alzando il braccio armato di spada. Poi d’improvviso una nuvola di dardi si abbatte sui Sardi. In un attimo vite si spezzano, di guerrieri che con rammarico anelavano di morir combattendo guardando negli occhi il nemico.
   La cavalleria parte al galoppo e come un fulmine è addosso ai guerrieri Sardi che in un baleno sono a cavallo. Una mischia furente tra cavalieri si accende, gli agili cavalieri di Gora portano il nemico in mezzo alla macchia, quello è il loro campo di battaglia e in breve hanno ragione di cavalli e cavalieri non avvezzi a muoversi tra i cespugli.
   Intanto la fanteria arriva e si scontra con i guerrieri cornuti: fanno paura anche a soldati temprati quegli elmi cornuti. Tra loro il poeta, schivando fendenti, si guarda in giro cercando la sua preda; poi lo vede, è a poca distanza da lui, impugna la lancia, un grido echeggia: “Su Tzou!” Quello sentendo il suo nomignolo pronunciato in modo diverso si volta di scatto, il dardo gli trapassa il torace, fa in tempo a guardare negli occhi chi la vita gli strappa. Sorride isterico. Stringe con forza la spada fidata e senza più forze si abbatte. Gli occhi fissano lontano, oltre la linea dei monti. Non avrebbe mai saputo che sarebbe passato alla storia non con il soprannome datogli da bambino, ma con un nome: Hostus, tramandato da genti straniere venute a portar via la libertà del suo popolo. Popolo che lo ricorderà come Josto per aver saputo dalle memorie vittoriose di quelli, che un sardo si batté per tutti i sardi.
   Anche Abhyna si voltò al grido di Ennio. Vide il suo comandante cadere, guardò fisso negli occhi il poeta. Rimase immobile per qualche attimo: «Dovevo stargli affianco» pensò. Avrebbe voluto essere lui al posto di Su Tzou. Ennio si sentì trafitto da quello sguardo, distolse gli occhi e come nebbia al sole la sua figura sparì nella ressa. 
«E’ finita» pensò Abhyna.
***
  Alcuni giorni sono passati da quella tremenda giornata, nuvole basse sul cielo di Gora liberano ogni tanto sprazzi di sole.
Amsicora è tornato!” Urlò una sentinella.
Il judex scese da cavallo, guardò negli occhi Abhyna: “dov’è mio figlio?” Chiese.
Quello non rispose.
E’ morto!” esclamò sapiente il sovrano: “Cosa è successo?” Chiese ancora.
E’ morto combattendo con onore” disse quello.
Certo che è morto con onore! Ti ho chiesto cosa è successo!” Urlò il sovrano.
Non ha eseguito i tuoi ordini” disse Abhyna.
Tu dov’eri?!” Tuonò ancora Amsicora.
Avrei desiderato di morire con lui per non doverti affrontare” rispose.
Dov’è?” chiese disarmato.
Ne hanno fatto scempio” rispose: “Non potrai onorare il suo corpo con cerimonie al toro divino.
   Nel petto di padre, una fitta gli spaccò il cuore, ma poco dopo ad esorcizzare quel male disse: “E’ finita. Gli Ilienses hanno negato il loro aiuto.
Certo!” disse il guerriero furioso: “Per quei caproni esistono solo le loro montagne, pensano che quelle li proteggeranno dall’invasore! Illusi, io li ho visti i Romani combattere, sono irresistibili. Uno dei nostri vale dieci dei loro, ma quando combattono compatti sono come un’onda terrificante che tutto abbatte; cosa pensano quelli, che rifugiandosi come capre tra le montagne riusciranno ad essere liberi? Dov’è la liberà se non puoi vivere nella tua terra migliore! Dov’è la libertà se devi stare lontano da tutto e da tutti!
Basta!” disse Amsicora : “Le mie origini sono tra quella gente e tu non puoi disprezzare la memoria dei miei avi… lasciami ora, voglio stare solo, il Toro è con me.
Mentre lasciava la capanna Abhyna voltò impercettibilmente il capo, colse lo sguardo di Amsicora. Capì. Abbassò la testa con la tristezza nel cuore e uscì.
   E’ solo Amsicora, preso da funesti pensieri: «Che fine farà Gora. Che fine farà la mia gente, la mia Sardegna e tutto quello che siamo stati? I nostri avi hanno solcato i mari di tutte le terre e conosciuto le terre di tutti i mari. Hanno costruito possenti altari, blasoni in ogni angolo della nostra isola, alla potenza del Toro. Hanno forgiato armi meravigliose e con quelle hanno combattuto con ferocia, coraggio, altruismo e… onore ed io ora sono qui a piangere mio figlio e la mia isola, ripudiato dai miei fratelli di sangue. Cosa ho sbagliato? Sono degno di esser qui, o il mio destino è l’oblio?  Dammi una risposta tu che tutto puoi! Sono degno io di essere ancora Ahmose di Gora?» Un assordante silenzio fu la risposta: «Ogni cosa è compiuta oramai. Domani un altro judex prenderà il mio posto.» Sfoderò il pugnale gammato, con due mani lo puntò al petto e con rabbia attraversò la porta degli inferi.
***
    La porta del sole si è aperta in questo giorno di tristezza,  per il quale yhwh distribuisce equamente luce e oscurità.
 «Il Sole al tramonto colora di porpora l’esanime corpo e il cielo di Gora. Lo sguardo perso nel lontano orizzonte, i nervi tesi, pesantemente bardati con armature da guerra ci prepariamo all’addio. Elmi cornuti incorniciano volti aspri e sofferti, lo scudo tondo e la lunga spada di lucido bronzo in mano, ben stretti. Il pugnale gammato sul petto, a significare il rango di noi guerrieri di Gora. In lontananza, gli austeri nuraghe urlano agli occhi la nostra potenza e accolgono i fratelli d’Ilio soggiunti.[20] Una fila serrata [21] in alto la spada solleva. Una voce dal coro con forza scandisce: “Ahmose Goraš!” Gli fa eco all’unisono un cupo e tonante “Allòddu![22]” Che lontano corre a sollevare la schiena d’uomini e donne, che in silenzio salutano il figlio del toro divino, con la tristezza nel cuore e gli occhi asciutti di pianto. Dall’alto di colline al contorno di Gora, come il tuono, squarcia il silenzio un rombante “Ahmose Sardigna!” di nuovo un cupo e tonante “Allòddu” risponde.»[23]
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Roma 210 a.C.
    Ennio cammina, confuso tra la folla del mercato. E’ stanco di battaglie e di sangue, cerca serenità in quello squillante vociare. Ad un tratto si sente osservato. Cerca lo sguardo importuno e trafitto si sente nel riconoscere l’uomo in catene. Per un attimo, come allora, d’istinto distoglie lo sguardo, poi ripresosi, lo cerca di nuovo. Non lo vede. Lo cerca ancora, con affanno si fa largo, cerca frenetico tra la folla quello sguardo duro come il granito, ritrova la figura di uomo in catene, gli si avvicina e allunga una mano per fermare l’incatenato che con impaccio avanza. Un urlo lo scuote: “Fermo, non è permesso avvicinare gli schiavi!” Disse il centurione che chiese “Chi sei”, quello rispose “Sono Quinto Ennio, centurione romano di stanza in Sardegna nelle legioni di Tito Manlio Torquato. Devo parlare con questo prigioniero.” Quello fece una smorfia di scherno e annuì.
Prigioniero, come ti chiami” domandò in sardo Ennio: “Sono Abhyna di Gora” disse quello e aggiunse “Tu sei quello che ha tolto la vita al mio comandate e al mio sovrano e la libertà alla mia gente.” Ennio si stupì di quella risposta e del modo di parlare di quel prigioniero e disse: “Tu non sei un semplice guerriero, chi sei veramente?” Quello rispose ”Sono Abhyna di Gora, generale dell’ultimo Amsicora”.
   Ennio penetrò il suo sguardo “Tu eri lì quando ho ucciso Su Tzou, ho riconosciuto il tuo sguardo.”
“Si ero lì e nulla ho potuto, neanche potar via il suo corpo.” Disse Abhyna.
Ancora Ennio gli chiese “Chi sei Abhyna?
“Ero consigliere del judex… il migliore dei suoi guerrieri, ma ho sbagliato… ho lasciato morire suo figlio, capisci?! Quello che doveva succedergli, quello che io avevo plasmato alla vita e formato al combattimento, quello che avrei servito con cieca devozione, quello…”
 “Non darti pena” lo interruppe Ennio “Sei un uomo giusto e leale.
Abhyna proseguì “Dopo la morte del mio sovrano il popolo voleva che io, lo diventassi. Che diritto avevo io, di essere judex alla stregua dell’Amsicora. Avrei tradito il mio sovrano e suo figlio. Sarei stato ricordato come l’usurpatore, quello che lasciò morire il figlio del judex, perché l’unico possibile regnante dopo Su Tzou ero io in quel momento. No, Abhyna non poteva accettare questo. Preferisco morire nell’oblio come tanti miei fratelli. La mia gente voleva che fossi judex, ma non era nel mio diritto e benché li abbia comandati ancora nella lotta, li ho guidati come capo dell’esercito non come judex. Mi sono arreso al vostro comandante come suo pari, un judex non si arrende al nemico, mai! Il mio popolo ha capito quel che ho fatto per loro.”
Ennio lo guardò in viso e sorridendo disse “Certo, lo ha capito, anch’io l’ho capito, come ho capito tante cose di voi Sardi.”
Negli occhi di Abhyna, un lampo balenò, le labbra quasi scomparvero dal volto rigido. Ennio ancora sorrise con un filo di labbra sul volto “Non temere Abhyna, è un segreto tra me e te. Ho capito il tuo gesto, è un gesto da judex! Hai lasciato intendere al Console che Gora ancora è guidata da un sovrano, hai lasciato al tuo popolo quel tempo necessario ad eleggere un nuovo figlio del Toro: come lo chiamate voli, per continuare la lotta. Per questo sarai ricordato.”
Ennio, in buon sardo, parlò a lungo con Abhyna. Capiva le ragioni di tanto struggimento, che superava l’odio verso l’invasore, dieci anni tra quei “barbari” gli aveva dato modo di apprendere la loro lingua e le loro usanze. Capiva il valore di quella gente e conosceva la fulgida storia che aveva alle spalle. Capiva il valore delle radici di quel popolo e volle scriverne le memorie assieme alle sue verità. Promise a Abhyna che il sacrificio del suo popolo non sarebbe stato dimenticato dalla storia a costo della propria libertà.
   Abhyna chiese ad Ennio perché fosse lì, in catene vicino all’arena. Ennio gli spiegò che avrebbe combattuto per divertire il popolo. Allora gli spiegò le tecniche dei gladiatori di professione che avrebbero combattuto con lui; gli spiegò i trucchi che quelli in genere adottavano per prolungare lo scontro e renderlo sanguinosamente spettacolare; gli raccomandò di stare attento a certi gesti banali, perché si sarebbero rivelate delle trappole che avrebbero allungato l’agonia ed il dolore. Gli disse: “Se sopravviverai al primo combattimento forse avrai salva la vita e diventerai tu stesso un gladiatore osannato dal popolo.” Abhyna fissò Ennio negli occhi e disse: Io non combatterò con questi uomini”. Ennio replicò: “Ti inciteranno a combattere perché questo vuole la folla.” Abhyna sorrise e gli chiese di tradurre in latino alcune frasi che gli disse in sardo; dopo averle memorizzate, ancora fissò Ennio negli occhi e disse sollevando la mano destra in segno di saluto: “Il toro è con me!
   Ennio capì di aver liberato quell’uomo dalla propria inquietudine. Abhyna con quella frase, aveva accettato di essere judex di Gora; capì di essersi affrancato ormai da quella colpa e poteva di diritto esercitare il suo potere di judex per un’ultima volta.
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   Era mattina quando Abhyna entrò nell’arena, armato di spada. Via la celata e lo scudo, si presentò alla folla, protetto da uno sguardo impassibile. La folla ammutolì nel vederlo arrivare fiero nell’incedere. Poi d’improvviso lo spettacolo iniziò e gladiatori possenti in trionfo entrarono in coro. Uno di essi, il più possente di tutti, si lanciò su Abhyna il gigante, fece per affondare il colpo letale, ma si fermò sapiente: non poteva deludere la sua folla. Fermò le membra possenti e la lama si appoggiò dolcemente sul collo di Abhyna, che fermo rispose alla mossa. “Combatti!” disse quello altezzoso: “…O ti faccio a pezzi lentamente, perché questo vuole questa folla!
Combatti tu per la tua gente” rispose Abhyna in latino: “Io ho già combattuto” e sorrise beffardo. Quello sentendosi sbeffeggiato allungò d’istinto una stoccata. Abhyna fermo rispose, lo guardò negli occhi e disse in sardo: “Ringrazia il tuo dio di non avermi incontrato nel campo di battaglia. Un guerriero di Gora non combatte per divertire.
Sugli spalti Ennio vide la scena e un nodo alla gola gli giunse: «Addio judex di Gora.»
   Così morì Abhyna, l’ultimo Amsicora e questo io ho trovato nascosto in un cassetto della mia fantasia.

Dedicato a quei guerrieri che sacrificarono la vita per la libertà della loro terra e furono dimenticati dalla storia perché sconfitti.

Note:
1.      In sardo “Tzou” significa chiodo
2.      In sardo “sa léppere” è “la lepre” che è attestato come cognome nel campidano: Lepori
3.      Asdrubale, generale Cartaginese che avrebbe dovuto dare man forte ad Amsicora contro i romani
4.      Qui ho ipotizzato che la flotta Cartaginese dovesse approdare a Tharros e non al porto di Cornus come dicono le cronache, perché penso che il porto di Cornus fosse troppo piccolo per ricevere una grossa flotta, che doveva sbarcare oltre alle truppe pure cavalli e vettovaglie.
5.      Come si dice in Campidanese, che accompagnato dall’articolo si pronuncia “vusti”: pertica di olivastro, flessibile e robusta, ricavata da un ramo sottile lavorato nelle asperità superficiali.
6.      Scorreria
7.      “Certo, tale e quale a tuo nonno”
8.      Console che sostituì in quell’occasione il pretore Quinto Mucio
9.      Ennio è nominato nelle cronache come un poeta che arrivato in Sardegna come centurione romano che uccise Josto in duello
10.  Questa frase è stata costruita sulla falsa riga della struttura semantica trattata in: studi sui pronomi genitivi semitici di Fabrizio A. Pennacchietti, pag. 3 e pag. 7-8
11.  Articolo “il”: Il fenicio di Mozia di M.G.Amatasi Guzzo da: http://download.sns.it/labarcheo/elima2003/Amadasi.pdf  vedi anche: I pronomi genitivi semitici, di Fabrizio A. Pennacchietti pag. 8)
12.  Ra’is viene da una radice semitica triconsonantica <r‘š> con il significato di capo di alto livello gerarchico. In Sardegna è chiamato “rais” il capo tonnara.
13.  Guarda, ha perso un chiodo”in Logudorese: riferito allo zoccolo del cavallo
14.  Cinghiale
15.  Un amico, che di mare se ne intende mi ha spiegato che la conformazione di S’archittu è tale che benché il mare sia agitato, le imbarcazioni seguendo un certo percorso riescono ad approdare nella parte interna del porto, non passando sotto l’arco ma aggirando il promontorio.
16.  Volpe
17.  Riferito al gregge di capre
18.  I romani per stanare i rivoltosi usarono cani da combattimento che normalmente addestravano per usarli in guerra
19.  Nome sardo di Sanluri, pronunciato con la “d” retroflessa
20.  Come ci raccontano le cronache gli Ilienses, infine risposero, benché in ritardo, al grido d’aiuto
21.  (di guerrieri)
22.  In sardo logudorese dovrebbe essere scritto allòllu: “Eccolo la”, ma ho preferito usare la forma campidanese “alloddu” con la “d” retroflessa. Qualche hanno fa ho assistito ad una scena simile, in occasione della cerimonia funebre del padre di un mio collega; al momento dell’ultimo saluto una persona, ad alta voce chiamò all’appello il defunto, al quale gli uomini della sua stessa leva gridarono in coro “presente!”. Mi piace qui pensare che questa usanza possa essere arrivata attraverso i secoli, da quel mondo lontano nel tempo.
23.  Mi piace pensare che questo possa aver pensato il guerriero Abhyna nel momento dell’addio ad Amsicora