giovedì 19 marzo 2015

Monte Prama: 1974 e dintorni




Fig. 1: i quattro torsi, la testa e i due capitelli consegnati nel 1974 alla Soprintendenza alle antichità di Cagliari da parte del Centro di cultura di Cabras e Giuseppe Atzori (1,2). Immagini dal riferimento 1.  Dopo il restauro e il rinvenimento , in alcuni casi, di altri frammenti, i torsi diverranno parte (da sin. a dx.) dell'arciere nr. 2 (Isbentiau), del "pugilatore" nr. 4 (Bustianu)del "guerriero" nr. 1 (Sirboniscu)del "pugilatore" nr. 3 (Langiu);capitelli saranno i modelli di nuraghe nr. 4 (Maiore) e nr. 2 (Coroneddu); la testa sarà assegnata al "pugilatore" nr. 14 (Balente) (3). Vd. fig. 2.


Fig. 2: i reperti recuperati nel 1974 in mostra oggi, dopo il restauro. In alcuni casi altri frammenti si sono aggiunti, ma nessuna delle sculture è stata completata. Dal rif.  (3)


"La Nuova Sardegna, 31 marzo 1974

Un aratro scopre un tempio punico. Eccezionale ritrovamento archeologico nella penisola del Sinis

di Antonio Rojch


Sono tutti di roccia tenera e bianca gli importanti reperti (statue, capitelli, colonne) che la Soprintendenza alle Antichità di Cagliari ha posto al sicuro nei Magazzini del Museo Nazionale di Cagliari. 
Alcuni giovani elementi del Centro di Cultura di Cabras avevano interessato Giuseppe Atzori, appassionato studioso dell’archeologia campidanese. In varie riprese Atzori aggiungeva al ritrovamento già fatto dai giovani cabraresi un altare, capitelli, la testa di una grande statua, frammenti architettonici e di statue. L’Atzori informava del ritrovamento la Soprintendenza, che provvedeva al recupero dei materiali.  Il terreno su cui sono stati rinvenuti questi reperti è pianeggiante, in un coltivo ricco di campi di grano, senza alberi, con uno sfondo di lievi colline calcaree. Senza l’aratro del contadino, nulla avrebbe lasciato intravedere l’importanza della località.
Si tratta di un probabile tempio punico con colonne fittili e lignee, capitelli, grossi blocchi squadrati di arenaria e i resti di un lastricato realizzato con blocchi di basalto scalpellato.
Solo uno scavo potrà chiarire la forma del monumento. Dagli elementi finora in possesso si può ipotizzare un tempietto quadrangolare, con quattro colonne in arenaria (di cui si sono recuperati quattro capitelli decorati) e basi in arenaria e basalto su cui infilavano travi lignee, come negli antichi porticati campidanesi (lollas). L’interno del tempio doveva proteggere le quattro statue rinvenute sui bordi del campo. All’interno del tempio, nella parte più protetta doveva essere collocato un altare, rinvenuto poco distante dalle statue. Le statue, molto rovinate sia dal cozzo sul terreno sia dal vomere dell’aratro, sono di estremo interesse. Rappresentano in modo quasi esclusivamente frontale degli uomini di dimensioni naturali, con una tecnica rigida che ricorda i bronzi nuragici del gruppo geometrico definito di Uta. Questo si evidenzia particolarmente in una delle statue, acefala, che rappresenta un milite con giberne che reggono un elemento di protezione del plesso solare. Questa accentuata rigidità espressiva è caratterizzata dall’unica testa rinvenuta sul terreno. Appartenente ad una statua o ad un busto di grandi dimensioni, rappresenta un uomo con un copricapo a calotta che lascia scoperto l’orecchio. Una grossa treccia cade sull’omero davanti l’orecchio. Il viso, molto deturpato dall’aratro, non è leggibile chiaramente. Il ritrovamento, sia per il tipo di reperti sia per le condizioni in cui sono stati rinvenuti, porrà grossi problemi di interpretazione agli archeologi ed agli storici"

Ecco invece come racconta Lilliu quei giorni (nota 129 del rif. 1) "Alla notizia sulla stampa seguì l’intervento dell’allora Soprintendenza alle antichità di Cagliari che provvide a ritirare al Museo archeologico la maggior parte dei pezzi scoperti, mentre altri andarono dispersi qua e là presso privati incuriositi dal rinvenimento e giunti sul luogo in un momento di vuoto di vigilanza. Soprattutto ciò indusse l’Ufficio di Cagliari a farsi presente con un saggio di scavo, effettuato dai dottori Alessandro Bedini e Giovanni Ugas. Non conosciamo il risultato di questa verifica sui terreno che i ricercatori vorranno sperabilmente pubblicare dato l’interesse di stabilire con certezza la natura e il punto esatto da cui vennero i primi materiali architettonici e scultorei, presso il quale é  da supporre la presenza dell' edifizio che li accolse all' origine. La Soprintendenza ha curato, nel seguito, di restaurare ed esporre nel Museo di Cagliari i resti ritenuti più significativi: il torso d’un arciere, evidentemente nuragico per quanto sia collocato nella Sala punica, ed un «cippo» che un cartellino indica con «simboli allusivi a molteplici manifestazioni della divinità nella concezione mistica sardo-punica», ma che per in presenza della modinatura «a penne», l’impianto «quadrato» della base e la composizione «centripeta» delle brevi emergenze «betiliche» alla sommità, è da riferirsi, con l’insieme, alla spiritualità e all’arte nuragica". (1)

Secondo quanto racconta R. Zucca alla nota 2 del rif. 2, il "saccheggio" di Monte Prama potrebbe essere però iniziato ben prima del 1974: "2. A[ntonio] R[ojch], Un aratro scopre un tempio punico. Eccezionale ritrovamento archeologico nella penisola del Sinis, «La Nuova Sardegna», 31 marzo 1974, p. 3. Questo dato è precisato dall’indicazione dell’agricoltore cabrarese, Sisinnio Poddi, che avrebbe materialmente scoperto le prime statue di Monte Prama nel marzo 1974 (Anonimo, Vita da giganti resuscitati, « Il Sardegna», 9 febbraio 2008; S. Raggio Archeologia: Sardegna, tornano in piedi i giganti di pietra di Monti Prama, «Adnkronos», 17 febbraio 2008; P.Vacca, Archeologia: Sardegna, verso soluzione puzzle ciclopico. A Monte ’e Prama 390 statue e 100 modelli di nuraghe da ricostruire, «ansa», 22 febbraio 2008). M. Zaru (in www.archeologia.com) oltre a riaffermare il ruolo di Sisinnio Poddi nella scoperta delle statue di Monte Prama, che sarebbero state consegnate all’ispettore onorario Peppetto Pau, dato assolutamente destituito di fondamento, richiama la presunta individuazione delle statue di Monte Prama sin dal 1970 ad opera di quattro giovani agricoltori cabraresi, Battista Meli, Giandomenico Brungiu, Peppino Piras e Gianni Cossu, in base a un articolo pubblicato sul «Giornale di Sardegna» del 22 luglio 2005: «Primi mesi dell’anno 1970. Il terreno di Monti Prama appartiene alla Confraternita dello Spirito Santo di Cabras, terreni che la Curia preferisce dare in affitto perché vengano sfruttati. Quattro agricoltori arano quel campo: Battista Meli, Giandomenico Brungiu, Peppino Piras e Gianni Cossu. Sono questi i nomi delle persone che per prime videro la statuaria nuragica, gli scopritori di Monti Prama. “Ricordo che eravamo nel 1970, perché qualche mese dopo partii per fare il militare - spiega Brungiu - e ricordo bene anche il giorno in cui dal terreno uscì fuori quel pezzo di arenaria. Sembrava una pietra, solo dopo ci rendemmo conto che aveva la forma di un braccio che teneva un grande arco”. [...] “Li prendevamo e li mettevamo vicino ai muretti di confine - racconta ancora Battista Meli - , non pensavamo neppure di portarceli a casa, avevamo visto troppa gente finire nei guai con la Sovrintendenza, e poi di quei pezzi di pietra non è che ci interessasse granché”. Aprile 1970, marzo 1974. In questa forbice di tempo si racchiudono i vuoti della storia di Monti Prama, ma soprattutto la perdita di gran parte di quel prezioso patrimonio della storia sarda e di tutta l’Antichità. [...] “ Ricordo busti senza testa, basamenti di colonne, li buttavano al confine degli appezzamenti,  poi tombe che uscivano fuori dalla terra, lastre. Per tutti quegli anni nessuno se ne è preoccupato”. Chi parla è Mena Manca Cossu, presidente di Italia Nostra per la provincia di Oristano: testimone oculare e preziosa custode di molti reperti di Monti Prama. “L’ultimo pezzo di braccio di un arciere l’ho consegnato circa tre mesi fa - ricorda -, ma le visite della Sovrintendenza sono state moltissime. Nel mio giardino ho custodito per anni un vero e proprio tesoro”. “Lo sanno tutti che per paura si buttavano pezzi di statua nello stagno - spiega Mena Manca Cossu - ma trovare qualcuno che lo ammetta è ormai quasi impossibile”». 
Altre notizie di asportazioni di sculture di Monte Prama sono contenute nel volume di G. Sanna, Sardoa Grammata. àg ’ab sa’an Yahwh, il dio unico del popolo nuragico, Oristano 2004, pp. 397-9, che riferisce, fra l’altro: « so per certo, da una testimonianza diretta e ripetutami più volte dal compianto Gianni Atzori, che “carrelli” di trattore trasportarono “un po’ qui un po’ là” un ingente materiale trafugato dalla collina e che un busto con un volto “di un’espressività indescrivibile” e di bellezza d’arte quasi “classica” venne “regalato” da un cittadino di Cabras a degli amici continentali» (ivi, p. 398, nota 7)." (2)


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Non sfuggì a Lilliu una particolare analogia riguardante la testa che diverrà parte di "Balente" il pugilatore nr. 14: oggi si parla di copricapo a calotta, ma Lilliu non era d'accordo: [..]Il viso è talmente sfigurato che non lo si può ricostruire nella forma. Rotonda è invece la struttura del capo, la cui linea tersa fluisce, senza soluzione di continuità, in quella del collo a volume cilindrico allargato verso la base. I capelli sono resi con una stilizzazione a parrucca, piatta ed epidermica, che, sulla nuca, disegna una leggera sfumatura a taglio arcuato, e risale, coi margine obliquo, all’altezza del lobo dell’orecchio destro, in gran parte preservato dalla rottura. E' una capigliatura «a casco» che ricorda, in qualche modo, quella di certe sculture egizie con la parrucca nettamente definita e rappresa in valore di superficie ( S. DONADONI, Arte egizia, Einaudi ed., Torino 1955, p. 31, fìg. 26 (testa di ricambio» in calcare da Gizah), p. 39, figg. 43-44 (rilievi funerari di Khufukhaf di Gizah), p. 40, fig. 50 (rilievo di asini che battono il grano, dalla «mastaba» di Akhthotepe).[..] (1)
(per le "teste di ricambio" o di riserva si veda questo post: http://monteprama.blogspot.it/2013/11/hai-perso-la-testa-basta-averne-una-di.html)


Fig 3: la testa di "Balente", pugilatore nr. 14. 
(1) Giovanni Lilliu, Dal “betilo” aniconico alla statuaria nuragica, Studi Sardi 1975-77, pp. 73-144, Gallizzi-Sassari, 1977
(2) Raimondo Zucca, Monte Prama (Cabras,OR). Storia della ricerca archeologica e degli studi. Tharros Felix 5, In: di A. Mastino, P. G. Spanu, R. Zucca (a cura di), Tharros Felix 5, Carocci editore, 2013, pp. 199-296
(3) Andreina Costanzi Cobau & Antonietta Boninu, Protagonisti e comprimari di una storia, In: Le sculture di Mont’ePrama–Conservazione e restauro" 2014, Gangemi editore, pp. 181-352;