venerdì 27 marzo 2015

Rapsodia di un grafema. Parte 2

di Sandro Angei
TIRSO
Una lettura in chiave nuragica

Da sempre mi sono chiesto quale fosse il significato del nome del fiume più lungo della Sardegna, il Tirso.
   Nei vocabolari della lingua italiana leggiamo che il termine “tirso”, oltre ad indicare il nome del fiume Sardo, significa fusto, bastone e in particolare esso è associato al dio Bacco e ai suoi riti. Il vocabolario di latino alla voce Thyrsus–i, oltre a dare il solito significato, specifica che è un grecismo cioè, parola greca entrata in uso comune nel latino. Nel vocabolario di greco, sempre il solito significato… non va oltre.
  
Che nesso può avere il nome di un fiume, con “Bacco” o col termine che significa “bastone o fusto”?
   Massimo Pittau invece ci spiega che “Tirso” ha la stessa radice di “Tyrsenoi, Tyrrenoi”, per tanto lo associa al significato di “costruttori di torri” spiegando semplicemente che: “…è lecito dedurne che il fiume sardo traesse il suo nome da uno dei numerosi nuraghi che esistono tuttora nel Sinis, presso qualcuna delle sue foci”.
   A parte il fatto che lo studioso non ha ben chiaro dove sia il Sinnis rispetto al fiume Tirso, ma questo possiamo pure perdonarglielo, c’è qualcosa che non quadra nel sillogismo di M. Pittau. Il nome del fiume in greco è  “Θυρσo”, mentre “costruttori di torri” si scrive “τύρσις(27), per tanto il primo inizia con un “theta”, il secondo con un “tau”. Non mi pare sia cosa da poco!
   Come abbiamo visto nella prima parte dello studio, il “theta” deriva dal “teth” semitico, che ha origine dal geroglifico egiziano nefer” col significato di “bontà e bellezza interiori”. Per quanto abbiamo constatato, il “teth” ed il “theta” hanno ereditato questo significato di “buon segno interiore”. 
***
   Quando lessi “Le colonne d’Ercole, un’inchiestra” di Sergio Frau, mi imbattei, al capitolo dedicato a Eracles/Melqart, nel palindromo di questo nome, che scritto con lettere semitiche e letto da sinistra verso destra suona: Eracle, mentre letto da destra verso sinistra si legge Melqart. Naturalmente lì non si arriva tanto facilmente al palindromo perché bisogna visualizzarlo e leggerlo nei due sensi scrivendolo coi grafemi dell’alfabeto semitico, nonché apportando alcune correzioni ai grafemi che lì, almeno idealmente, occorre rendere speculari (28); ma questo a noi qui non importa, in quanto è solo lo spunto per proporre una lettura alternativa di quel nome: “Tirso” e dargli contestualmente un preciso significato per quanto possibile, alla luce di un eventuale fraintendimento dovuto al diverso modo di leggere il greco dal punico o dal sardo nuragico.
   In ragione di quanto fin qui esposto, ritengo che il significato di “Tirso” si possa ricercare in ambito semitico.
   Il nome del fiume Tirso è stato riportato per la prima volta nella forma (29)


nella Geographia dello scienziato greco-alessandrino Claudio Tolomeo, nato circa nell’anno 100 d.C. e morto nel 175 circa e riscoperto solo alla fine del 1500 da studiosi Sardi.
   Prima di allora il Tirso a Oristano era chiamato “fiume di Oristano”; per tanto tale nome non viene dalla memoria storica, tramandata di generazione in generazione per via orale, ma da un grafema tramandato per via scritta da Claudio Tolomeo.
   Dal greco leggiamo vocalizzato «Thürsu potamu ecbolai», mentre nel testo latino (30) leggiamo «Thyrsi flu. ost.» e nel testo tradotto in italiano leggiamo «bocche del fiume Thirso».
   Nella Geographia di Tolomeo il nome dell’idronimo è al genitivo singolare della seconda declinazione, per tanto il nome si vocalizza «Thürso»
   Avendo appurato che l’idronimo non ha una radice greca che lo supporti in modo plausibile, è lecito pensare che Tolomeo, o chi per lui, lo abbia estrapolato dall’appellativo di tal fiume, scritto in caratteri semitici o forse solo per via orale. Per quanto fin qui esposto, ho cercato una soluzione alternativa alla ricerca della verità ed ho pensato di leggere il nome da destra verso sinistra, come in semitico e quello che segue è quanto da questo ragionamento ho estrapolato.
***
   Premetto che la tesi qui esposta è basata sulla tesi che vuole la consuetudine in nuragico di non avere una direzione privilegiata e standardizzata di scrittura, per tanto in ragione di ciò ipotizzo una scrittura destrorsa del lemma, una lettura destrorsa in ambito religioso, ma una lettura sinistrorsa nel normale uso popolare: in seguito vedremo perché.


Quello appena decifrato è un nome legato per certi versi alla divinità, per tanto un lemma da nascondere il più possibile agli occhi e alla bocca dei profani. Ma la difficoltà di dover attribuire un nome a quel fiume, in qualche modo legato alla divinità e nel contempo renderlo pubblico, per ovvie ragioni di intercomunicazione tra le genti, ma non poterlo pronunciare per via della sua sacralità, impose agli scribi di nascondere la sua radice semantica scrivendolo e leggendolo in modo speculare.(34) Questo fatto portò a non pronunciarlo mai «’šryth» ma «Thyrš’». Ecco che allora Tolomeo, o chi per lui, trascrisse quel vocalizzo semitico in «Θυρσo», equiparando il genere di tal nome a quello normalmente usato in greco per i fiumi: per tanto: terminazione in “o” e flessione, quale sostantivo neutro, nella seconda declinazione.

   Costruendo la frase

in italiano scriveremmo «bocche del fiume Tirso» per tanto «ecbolai» «le bocche», al nominativo plurale della 1° declinazione, «potamu» «del fiume», al genitivo singolare della 2° declinazione, «Thürsu» (del luogo…) «del Tirso», sempre al genitivo singolare della 2° declinazione.
Per tanto è plausibile un aggiustamento del nome alle esigenze grammaticali della lingua greca.

   Chiarito quest’aspetto e adottata tale giustificazione come base del sillogismo, possiamo continuare nell’indagine del nome, nelle sue peculiarità.
   Il terzo elemento, come abbiamo visto, è il «teth», che nella sua particolarità grafologica si presta ad una legatura, che in ambito scrittorio nuragico è la norma. Per tanto il «teth» inteso nel suo significato originario di «buon segno interiore» racchiude al suo interno lo «yod» → e lo «he» → , il significante, che rende il senso di «buon segno interiore (di) yh», secondo lo schema:


quel tratto orizzontale che si conserva ancora nel theta greco Ө ad indicare la corda vocale che sotto l’impulso di una forte espirazione emette lo “he(37). Quello stesso “he”, soffio divino che arriva dal “cuore” attraverso la trachea e si diffonde nell’aria in seguito alla vibrazione delle corde vocali.
   In ragione di ciò leggiamo il lemma in questi termini «luogo / divino / buon segno interiore (di yh)».
   A questo punto occorre inserire la frase così formulata nel quadro specifico del soggetto della frase stessa: il fiume. Per tanto estrapoliamo che il fiume è il «luogo divino buon segno interiore (di yh)», nel senso che il fiume, essendo una linea naturale di demarcazione di un determinato territorio, in due regioni fisicamente ben delimitate è, di fatto, un confine. Per tanto la frase è da intendersi: «luogo del divino confine», nel senso che, molto probabilmente, il fiume fu individuato da quelle genti, come confine dei rispettivi territori, sotto gli auspici divini di accordi di non belligeranza e di vivere pacifico tra popolazioni limitrofe.
   Dalle cronache antiche sappiamo che il Tirso era in effetti, il limite di confine tra due grandi territori della Sardegna.(38) Un confine invalicabile perché sacro. Una sorta di patto di non belligeranza che poneva il confine, ritenuto sacro perché suggellato da un patto sotto gli auspici divini (39), in corrispondenza del fiume Thyrso.

   Ecco la valenza di questo lemma, che secondo le usanze scrittorie nuragiche, che mai si cristallizzarono in una forma canonica ripetitiva, usa il rebus in ogni sua forma scrittoria, per suggellare un patto di non belligeranza, sotto gli auspici della divinità, alla quale il nome è stato affidato e offerto quale formula sacra, reso illeggibile all’uomo comune nel suo significato più profondo. Per tanto in ragione di ciò leggiamo, scritto in nuragico, da sinistra verso destra (40) il nome vero del fiume «’šryth», tenendo ben conto che, in questo caso, come già evidenziato nella nota (31), scrivere in lettere latine «th» o «ht» è perfettamente la stessa cosa, in quanto il “teth” è un unico segno grafico nonché suono consonantico e in ragione di ciò possiamo benissimo scrivere pure «’šryht», in quanto in caratteri semitici avremmo sempre e comunque


Se quanto fin qui esposto risulta coerente con la realtà dei fatti, spiega perché il nome del fiume più importante della Sardegna, benché sia simile al nome del bastone di bacco, ha una radice linguistica ad esso estranea.
***
  Un’ultima considerazione.
   Thyrso o meglio «’šryth» mostra una certa similitudine con “Sirte”: tratto di mar Mediterraneo e “Sirte”: città libica al centro del golfo della Sirte. Toponimo che pronunciato in arabo moderno suona «Sarat», scritto

   

Certamente anche qui s’impone la difficoltà di accostare questa parola, che presenta la “S” (fricativa alveolare sorda) e che differisce sostanzialmente dallo “shin” del nostro lemma. Ma come abbiamo visto al punto 9, della trattazione del grafema Teth, il problema non dovrebbe porsi.
   La Sirte è quella particolare regione di mare e di terra ad essa adiacente, che segnava il confine tra il territorio Romano e quello Punico (41); tra il mare navigabile e quello infido e pericoloso dai mutabili bassi fondali; le prime colonne Ercole ipotizzate dal giornalista Sergio Frau.
   Certamente il due toponimi per certi versi sono antitetici, perché se da un lato entrambi indicano il limite di confine tra due regioni e vero pure che le Sirti Africane hanno una connotazione negativa tant’è che il sostantivo “Sirte” è utilizzato quale sinonimo di regione pericolosa; mentre Thyrso, come abbiamo visto ha una connotazione positiva; ma ciò non è un ostacolo alla veridicità di quanto qui evidenziato, in quanto il toponimo Sirte è scritto con la “t” o se vogliamo con la “taw”, per tanto segno o limite di confine nella sfera del reale, con connotazione positiva o negativa che sia, mentre il nostro idronimo è scritto col “teth” col significato che ben sappiamo.
   In greco troviamo tre lemmi che assomigliano a «’šryth», sono:
- σύρτης, ου, ό (sürtes), col significato di fune, redini
- Σύρτις, εως (Sürtis), che si riferisce alla regione di mare pericolosa “le Sirti”. Il lemma indica anche la città di Sirte (42)
- συρτός , όν (sürtos), col significato di: Strascinato, travolto, trascinato, tratto dal fiume, polvere preziosa. Significati, i primi quattro, che ben si accordano al carattere irruente che il Tirso poteva avere negli evi passati. Ma prendiamo queste solo come stravaganti congetture, in special modo la seconda.
   Se così stanno le cose, d’ora in poi, se vogliamo rendere omaggio al significato originario del nome di questo fiume, ormai relegato nel suo tratto finale a rivolo d’acque tranquille, dall’immane diga che a monte, la sua forza costringe e benché continueremo a scriverlo “Tirso”, perché ormai questa è l’usanza, scriviamolo e pronunciamolo idealmente
Thyrša

Note
31.Si tenga conto che in questo contesto scrivere in caratteri latini “th” o ht” è perfettamente identico in quanto esso è la traslitterazione del grafema semitico

32. Da: http://www.academia.edu/4087217/Scienze_dellAntichit%C3%A0_14 pag.355. Si coglie l’occasione per spiegare che l’apostrofo con la concavità rivolta verso sinistra () indica il grafema ’aleph, mentre l’apostrofo con la concavità verso destra () denota lo ‛ayin.
33.  In questo caso la yod prende il significato deitico
34.  Si può ipotizzare che il lemma fosse sconosciuto anche ai Punici che, leggendolo da destra verso sinistra come loro usanza, lo avrebbero rilevato come nome locale col significato appreso dagli scribi nuragici come «luogo del divino buon segno».
35. Il teth così formato, di forma prettamente fenicia, lo troviamo nei repertori, vedi http://www.proel.org/index.php?pagina=alfabetos/punico.
36.  L’asta verticale ed orizzontale, ad indicare lo yod e lo he, li troviamo nel repertorio dei grafemi dell’alfabeto nuragico.
38. Pausania ci informa che il Tirso era il limite di confine tra i Troiani e i Barbari (Paus. X, 17, 6). Da: www.bollettinodiarcheologiaonline.beniculturali.it/documenti/generale/3_STIGLITZ.pdf  pag.20
39.  Si può ipotizzare, senza scantonare in voli pindarici, che il carattere impetuoso del fiume di allora (non certamente quello odierno che raccoglie le acque di montagne ormai spoglie da grandi foreste), fosse visto come manifestazione della natura e per tanto della divinità, che impediva il suo attraversamento.
40. Apprendiamo da Prof. Sanna che la scrittura nuragica seguiva andamento destrorso, sinistrorso, bustrofedico o dall’alto verso il basso, per tanto nessuna difficoltà troviamo nell’assumere come ipotesi, il senso di scrittura da sinistra verso destra del nome dell’idronimo, tenuto conto che esso, tra l’altro, è affidato alla custodia della divinità.
41. Da: http://eprints.uniss.it/6986/1/Mastino_A_Sirte_Enciclopedia_virgiliana.pdf A. Mastino ci informa che le Sirti non indicavano solo una regine di mare, ma anche l’attigua regione terrestre desertica ed ostile pur’essa, che delimitava il confine dell’impero Romano in Africa. Pag. 895.

42.  Per i lemmi: L. Rocci Vocabolario Greco Italiano