domenica 22 marzo 2015

Sa Sartillia

di Francu Pilloni

Quando Gonnus ritrovò la serenità in seguito al patto popolare de Sa Pipia de Maiu, Babbecu percepì una crescente se pure velata insoddisfazione, visto che ormai da un anno non riuniva la popolazione attorno alla pedra de arringai per amministrare giustizia. Vivo e cocente era il ricordo della giornata di giustizia dell’anno passato, quando fu mera fortuna il fatto che non si raccogliesse il morto nella piazza dei muristenis, dato che ciascuno dei sospettati per gli incendi delle messi fu condannato non al taglio della mano, ma solamente ammonito, a causa di testimonianze contradditorie.
Avrebbe lasciato volentieri l’incarico di amministrare giustizia a Pobiddera, visto che al ritorno a casa ogni volta gli dimostrava dove e perché aveva sbagliato nelle sentenze e nelle sanzioni. Avrebbe pure preferito che le condanne fossero specialmente di ordine morale, dimostrative più che menomazioni fisiche che, il più delle volte, incattivivano l’individuo per sempre, lo facevano rancoroso verso tutti e gl’impedivano di espedire un lavoro che gli consentisse di procurarsi da vivere dignitosamente.
Ne parlò con Pobiddera, confessandole di non voler caricarsi oltre di un impegno che rischiava di dividere la popolazione in fazioni, eventualità da evitare quanto l’incendio in un campo di grano.
Fu felice che inusualmente Pobiddera concordasse pienamente con lui.
Chiamò Launedda e fece dare il bando con la convocazione degli uomini nella piazza dei muristenis prima del tramonto.
– Ominis gonnuesus, – disse dopo essere saltato sulla pedra de arringai – dico subito che non voglio scaricarmi di alcun peso di cui avete voluto caricarmi, ma non intendo dire che qualche impegno non possa essere lasciato, con l’accordo di tutti, chi di voi che ascoltate è abbastanza saggio da essere affidatario, a turno, dell’amministrazione di giustizia.
Babbecu tacque e si passò la lingua sulle labbra che sentiva secche. Contrariamente a quanto si aspettava, nessuno parlò, segnale certo che nessuno aveva pregiudizi nel merito.
– Ma uno che scegli tu? – chiese alla fine Pedrufexi, sicuro di non correre il rischio di entrare nella rosa dei saggi.
– No, non da me, Pedrufexi! – rispose tranquillamente Babbecu – Su connotu, è vero, non consente che ad amministrare giustizia sia una pobiddera, ma nulla vieta che le pobidderas scelgano, di anno in anno, l’uomo giusto tra di voi. Che lo facciano nascostamente però, così che non si mormori che le sentenze siano di pregiudizio per alcuni e non per altri.
– È una cosa che si può fare – considerò Puspusalla a voce alta.
– Basta che sia solamente per le colpe leggere – aggiunse Launedda al quale non sarebbe stato consentito parlare, visto che, per malformazioni congenite, non poté sposarsi e dunque non era babbecu, né babbu.
– Per un anno si può provare – disse Longhinu guardandosi attorno per vedere che effetto facevano le sue parole – Possiamo sempre tornare indietro, o no?
Così si decise.
Sarà il caso di ricordare l’usanza di chiamare babbu da parte dei figli di pobiddera, mentre i figli delle altre che corrono con lui lo chiamano babbecu; allo stesso modo ogni uomo sposato ha una pobiddera ed eventualmente altre donne fanceddas. Chiaramente, quando qualcuno dice Babbecu o Pobiddera, senza ulteriore indicazione, si riferisce indiscutibilmente alle due figure preminenti del villaggio.
Questo prima dire che, una settimana dopo, tutte le pobidderas si riunirono nell’abitazione di Babbecu, il quale, per l’occasione, se ne tenne lontano. Pobiddera aveva avuto il tempo di escogitare un metodo fattibile e lo espose subito alle sue interlocutrici:
– L’uomo che sceglieremo lo chiameremo su Componidori perché è chiamato a comporre i dissensi sorti nell’arco dell’anno. Manterrà l’anonimato perché gli faremo indossare una maschera.
– Ma se ne accorgeranno perché vedranno chi manca – quasi si lamentò Diecràra, che aveva la pelle chiara e gli occhi azzurri.
– No, se faremo mettere le maschere a tutti i babbecus! – fu pronta a riprendersi Pobiddera che aveva previsto l’obbiezione, e sarebbe stata delusa se non fosse arrivata – Anzi, vi propongo che sia una maschera di una faccia di donna, perché la giustizia è femmina come noi, è giusta ma vuole anche il bene del condannato, come una madre che dà uno schiaffo al figlio, senza però rompergli un arto.
L’idea non solo fu approvata, ma ne furono felici perché parve loro una sorta di rivincita sui mariti. Quando tornarono alle loro abitazioni, avevano bene in mente come si sarebbe svolta la giornata: prima la vestizione de su Componidori nella casa di Babbecu ad opera di sole donne, quindi il trasporto a braccia, senza che mai toccasse terra con i piedi, sino a sederlo sulla pedra de arringai, da dove avrebbe amministrato la giustizia, emettendo le sue sentenze con voce in falsetto e, possibilmente, in rima. Stabilita la pena, su Componidori prendeva sa sartia, un lungo pollone d’olivastro intagliato con cura, e dava un colpo in testa al condannato il quale doveva correre per il tratto stabilito dalla pena fra due ali di uomini e donne armati a loro volta di sartia e pronti a dargliela addosso. Il tutto in mezzo ad un tifo infernale, chi per il sartiante condannato, chi per i sartianti esecutori. Maggiore la pena, più lungo il percorso: i condannati ne uscivano malconci, specialmente nel morale.
Alla fine, su Componidori veniva preso e trasportato ancora a braccia all’abitazione di Babbecu, spogliato delle vesti cerimoniali e rivestito con le sue ordinarie. Ancora provvisto di maschera le donne lo accompagnavano in piazza dei muristenis, dove Piricu l’attendeva ritto sulla pedra de arringai. Ad un cenno di Babbecu, Piricu riempiva le gote e liberava da tre semplici canne un suono triste e festoso insieme. I babbecus infilavano il braccio destro sotto quello sinistro delle loro pobidderas, chiudendole strette in un morsa idonea a fare di due corpi uno. A due a due, con passi di una danza che pareva solamente simulata, si disponevano in cerchio a torno di Piricu. Chi non aveva babbecu o pobiddera dava la mano ad altri così che, a menu tenta, formavano anch’essi un secondo cerchio più esterno, che si allargava e si restringeva, con i movimenti dei piedi e del corpo dettati dal ritmo delle canne soffiate da Piricu. I bambini osservavano e cercavano di imitare gli adulti dentro il primo cerchio, perché questo era permesso purché lo facessero con passione e serietà. Quel ballo era altro che una festa, era una preghiera visivamente percepibile da chi, a quell’ora, allungava i suoi ultimi sguardi sulla piazza: un popolo diligente non si era divertito a menar colpi in testa ai condannati fra i quali, invariabilmente, c’erano stati i parenti; ora il suo dio concedeva uno sguardo benevolo di luce e, a interpretarne la tonalità, approvava commosso.